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In una scena del V libro dell’Odissea, Ulisse piange. Calipso gli ha proposto l’immortalità a patto di condividerla con lei sull’Isola di Ogigia, ma lui piange. Piange perché sente tremendamente la mancanza di Penelope e il desiderio di poter fare ritorno a casa è più forte dell’idea di poter passare l’eternità su di un’isola paradisiaca al fianco di una splendida ninfa. Piange perché il suo pensiero volge perennemente al luogo in cui è cresciuto. Piange perché sente il bisogno ed il dovere di tornare dai suoi sudditi. Questione di nostalgia, uno dei filtri più potenti che la nostra mente ha a disposizione per distorcere la realtà, per far sì che il calore dei sentimenti abbia la meglio sulla fredda razionalità.

Allo stesso modo, ci sono stati calciatori che hanno deciso di abbandonare la propria Penelope, ammaliati e sedotti dal canto e dalle promesse di una ninfa, salvo poi voler tornare dal loro primo, grande, unico e vero amore, mossi da un irrefrenabile senso di nostalgia al termine della loro carriera. E a noi tifosi questa cosa piace, perché se amiamo questo sport è anche perché non riusciamo a scindere la componente romantica da quella razionale. Ma soprattutto perché, in fin dei conti, nessun posto è bello come casa.

Dirk Kuyt – Il marinaio di Katwjik

A Katwjik, un villaggio di pescatori ad una quarantina di chilometri a nord di Rotterdam, ci sono abituati. Si saluta la famiglia e ci si imbarca verso il mare aperto, ignari di quanto tempo passerà prima di poter rimettere piede sulla terraferma ed abbracciare i propri figli e le proprie mogli. La carriera di Dirk Kuyt, nativo di Katwjik nonché pescatore mancato, non è stata poi tanto differente. Kuyt Senior, cosciente di quanto ardua ed aspra sia la vita del pescatore, convince il terzogenito Dirk ad abbandonare la via del mare e di tentare quella del calcio professionistico, intravedendo in lui un buon potenziale e dimostrando, col senno di poi, di avere lungimiranza anche in ambito calcistico.

Dopo la trafila nel settore giovanile del Quick Boys, squadra dilettante locale, Kuyt viene notato ed ingaggiato dall’Utrecht. Il triplo salto carpiato con avvitamento dal dilettantismo all’Eredivisie farebbe tremare le gambe a chiunque, ma non al ragazzino di Katwjik il quale dopo una prima stagione di ambientamento sigla 10 gol nella seconda e 20 nella terza. Nell’estate 2003, a 23 anni, arriva l’ulteriore salto in alto: Pierre Van Hooijdonk si trasferisce in Turchia ed il Feyenoord decide di sostituirlo con la punta dell’Utrecht, quel rossiccio che corre come un indemoniato per novanta minuti e che ha messo a segno 30 gol in due anni. Cupido prende una freccia dalla faretra e la scocca verso il De Kuip.

Al netto dei 71 gol in 101 partite, nei tre anni che passa a Rotterdam Kuyt diventa un vero e proprio idolo per i tifosi del Feyenoord, grazie all’impegno che dimostra in ogni partita e all’attaccamento unico alla maglia. Basti pensare che in 8 anni di Eredivisie ha saltato la miseria di 11 partite. In cuor loro, però, i tifosi biancorossi sanno che un giorno il loro pescatore dovrà salpare verso lidi più prestigiosi ed ambiziosi. Quel giorno si presenta il 18 agosto 2006, quando il loro capitano firma per la squadra di un’altra città portuale: Liverpool.

Anche in Premier League Dirk Kuyt ammalia, seduce e conquista i tifosi della Kop, affascinati dalla dedizione, dalla voglia e dalla grinta – e dai gol – che l’olandese mette in mostra partita dopo partita. Ma anche sulla sponda rossa del Mersey il #18 raccoglie molto meno di quanto il suo talento e la sua professionalità meriterebbero, nonostante prestazioni e gol importanti, come il rigore decisivo nella pirotecnica semifinale di Champions contro il Chelsea nel 2006/07, la rete inutile segnata ad Atene qualche giorno più tardi e la firma nella finale di League Cup – poi vinta – contro il Cardiff nel 2012.

Ed è così che quell’estate, date le mancate garanzie di Brendan Rodgers, saluta Liverpool a malincuore, con in mano un biglietto per Istanbul, sponda gialloblu. Per tentare nuove esperienze, forse. Per monetizzare il più possibile, molto probabilmente. Due anni così lontano, però, non fanno che alimentare la nostalgia di casa, del suo mare, del suo porto sicuro. Kuyt intravede all’orizzonte le prime luci dell’alba e capisce che è giunta l’ora di tornare a casa, l’ora di tornare al Club von het volk, alla squadra del popolo. La rete però è meno piena di quanto sperasse: la pesca non è ancora finita.

“Mi auguro una differenza rispetto alla mia prima volta qui: questa volta voglio vincere qualcosa”.

Dopo la coppa di lega vinta nel 2016, il Feyenoord domina l’Eredivisie 2016/17 dall’inizio alla fine, salvo rallentare pericolosamente nelle ultime giornate, con lo spauracchio Ajax che si avvicina inesorabilmente, mettendo in discussione un titolo nazionale che i tifosi attendevano dal 1999. Feyenoord-Heracles del 14 maggio è la linea di confine tra una vittoria davanti al proprio pubblico ed una sconfitta che vorrebbe dire sorpasso al fotofinish dei lancieri. Kuyt si trova a dover fare l’equilibrista, in bilico su di una fune sospesa nel vuoto: davanti a lui la gloria; sotto, invece, l’ennesima occasione sfiorata ad un passo dal traguardo, dopo la Champions del 2007, la Premier League del 2009 e il Mondiale sudafricano.

La favola del pescatore di Katwjik si conclude con un lieto fine: tripletta ed Eredivisie Schaal alzata di fronte alla propria gente, con la fascia di capitano al braccio. Quasi come a voler saldare un debito d’affetto e riconoscenza. Soltanto tre giorni dopo Kuyt si ritira dal calcio, attraccando definitivamente la barca in porto.

Tomáš Rosicky – Il piccolo Mozart

Highbury, 25 ottobre 2000. Le prime qualità che impressionano chiunque ammiri quel ragazzino con la maglia decisamente troppo larga e con il 25 sulle spalle sono l’eleganza con la quale accarezza il pallone e la precisione con la quale serve i compagni, che si tratti di un cambio di gioco o di una verticalizzazione decisiva. L’impressione che dà di sé è quella di un veterano del centrocampo, uno di quelli che gioca a calcio da una vita e che ormai non sente più il peso delle responsabilità di chi deve dettare i tempi della manovra. Ma la realtà è che stiamo parlando di un diciannovenne con una visione di gioco semplicemente fuori dal comune: la maglia troppo larga è quella granata dello Sparta Praga e il numero 25 è quello di Tomas Rosicky.

Per il gioiello boemo lo Sparta riceve decine di offerte, tra le quali spicca quella del Borussia Dortmund, che il 10 gennaio 2001 lo veste di giallonero. La stagione successiva Mathias Sammer gli consegna le chiavi del centrocampo e il piccolo Mozart dirige l’orchestra alla perfezione, fino alla conquista del Meisterschale e alla finale – persa – di Coppa Uefa.
Visione di gioco da vero numero 10, tecnica sopraffina, rapidità di pensiero, un’invidiabile velocità palla al piede, il tocco d’esterno come marchio di fabbrica – logica conseguenza del vedere la giocata prima del tempo – e una più che buona predisposizione al tackle, caratteristica solitamente associata più ad un incontrista che a un centrocampista offensivo.

Durante le stagioni successive si conferma stabilmente nell’élite del calcio che conta e nel 2006 il piccolo Mozart decide di dare una svolta alla sua carriera, intraprendendo una nuova avventura. Chi quel 12 settembre 2000 è rimasto particolarmente colpito da quel ragazzino col 25 che seminava panico tra i difensori dei Gunners è Arsène Wenger, il quale fa di tutto per portarlo a Londra. Oltre ad Highbury, quell’anno i tifosi dell’Arsenal devono dire addio a Robert Pires e l’ingegnere di Strasburgo sa che Rosicky è il sostituto perfetto per raccoglierne l’eredità, col #7 in dote.

La rapidità di gioco e i ritmi forsennati della Premier League segnano il suo definitivo miglioramento: Wenger arretra leggermente il suo raggio d’azione, in modo da permettergli di usufruire al meglio dei suoi eccezionali tempi di inserimento e i suoi progressi dal punto di vista difensivo lo consacrano finalmente come un centrocampista completo. Ma se sul campo sono pochi quelli che riescono ad arginare la ridondanza delle sue giocate, è proprio in questo periodo che Rosicky conosce il suo avversario numero uno: se stesso.

Inizia infatti un’infinita serie di infortuni che lo costringerà a passare il resto della carriera sulla punta del trampolino, pronto per il grande salto, senza però mai riuscire ad eseguirlo. Tomas Rosicky è la perfetta rappresentazione calcistica del rammarico, del talento allo stato puro che vede la definitiva consacrazione ad un passo, a portata di mano, senza però mai riuscire a raggiungerla. L’eterna incompiutezza dell’avvenenza.

Videogame.

I numeri sono a dir poco impressionanti: nei dieci anni all’Emirates, è costretto a saltare più di 150 partite per infortuni, lievi o gravi che siano. Per la prima volta, Tomas si sente in gabbia, ostaggio di se stesso, del suo fisico. È quasi come se il corpo, dopo anni di magie, non riuscisse più a tenere il passo della mente. È l’inizio di un calvario, di una frustrante corsa sulle montagne russe che distruggerebbe fisicamente e psicologicamente qualsiasi calciatore. Ma non lui. Ogni volta che il destino decide di mettergli il bastone fra le ruote, Tomas dimostra più volte di avere una forza di volontà mostruosa, lottando a testa bassa e lavorando duramente per poter tornare sul rettangolo verde il più presto possibile.

«Lo Sparta mi ha insegnato a non arrendermi mai», afferma con orgoglio. Ogni volta che cade, trova la forza per rialzarsi e per tornare ad esultare rabbiosamente dopo ogni gol, verso tifosi felici di vedere che il loro idolo ce l’ha fatta, ancora una volta. Ed è probabilmente per questo che nella giornata del suo addio l’Emirates è triste all’idea di abbandonarlo. Lui, a sua volta, ha lo sguardo dispiaciuto di chi sa di non aver potuto mostrare il massimo delle proprie potenzialità, ma allo stesso tempo spiazza tutti sorridendo, consapevole di aver dato tutto ciò che ha potuto e di lasciare a Londra un ottimo ricordo di sé. Tomas saluta e ringrazia; quasi si scusa. Ma sa che è giunta l’ora di chiudere un cerchio, di tornare a casa, nella sua Praga. Sperando di chiudere una volta per tutte quel tragico capitolo intitolato “infortuni”. Ancora una volta, però, si sbaglia.

La sua nuova avventura con la maglia dello Sparta dura infatti solo una manciata di minuti, prima di infortunarsi nuovamente al solito tendine d’Achille. L’ennesima sfortuna che lo tiene fuori dai giochi per tutta la stagione. L’incubo non vuole finire: il piccolo Mozart cade di nuovo, ma ancora una volta, all’età di 36 anni, trova la forza per rialzarsi. «Finché c’è speranza un uomo deve lottare», risponde fermamente a chi gli chiede se sia giunta l’ora di appendere gli scarpini al chiodo. E allora lotta, stringe i denti e il 10 settembre dell’anno successivo insacca in rete il primo gol della sua seconda vita granata, nel giardino di casa sua.

L’addio al calcio di Rosicky basterebbe per rendere sufficientemente triste un banalissimo 9 giugno. Anche il cielo piange, quasi volesse fargli cambiare idea, rendendo la giornata ancor più amaramente nostalgica. Ma lui, ancora una volta, decide di spiazzare tutti sorridendo; guarda il suo pubblico e agita la mano, con la pioggia che tenta invano di scalfire un sorriso indelebile. Dopotutto, se la sua intera carriera è sopravvissuta ad un diluvio perenne, non sarà di certo un acquazzone estivo a rovinargli la festa.

Klaas-Jan Huntelaar – Il Cacciatore

Il giorno in cui l’Ajax si innamorò definitivamente di Klaas Jan Huntelaar, il Cacciatore non vestiva ancora la maglia dei Lancieri, bensì una strana casacca a strisce bianche e blu con qualche bizzarro ed inusuale cuore rosso disegnato qua e là. In realtà i cuori non erano altro che petali di ninfea e la maglia stilisticamente discutibile era quella dell’Heerenveen. Il 30 dicembre 2005, infatti, la squadra della Frisia batte l’Ajax 4-2 sotto un’impetuosa e gelida tempesta di neve, anche grazie ad una prestazione maiuscola di un giovane con dei disordinati ciuffi biondi in testa, i dentoni sporgenti e il #9 sulle spalle. Una prova talmente convincente che dopo solo pochi giorni Huntelaar avrebbe invertito le maglie, trasferendosi in quella che lui stesso definisce casa: Amsterdam.

Il Klaas Jan Huntelaar che gioca con la maglia biancorossa è qualcosa di particolare, un unicum che non riuscirà più a ripetere nell’arco della sua carriera. È un 9 atipico, un finalizzatore spietato ma leggero, veloce, coordinato e con una tecnica sopra le righe. È una macchina da gol con un’impressionante consapevolezza nei propri mezzi, nonostante la giovanissima età. Sì, perché non bisogna dimenticarsi che il Cacciatore ha ereditato da Stam la fascia da capitano della squadra più importante del suo Paese (e della quale è tifoso fin da bambino) a soli 24 anni.

Tutta questa precocità, però, non lo spaventa affatto e continua a segnare valanghe di gol, vincendo la classifica dei capocannonieri in Eredivisie sia nella stagione 2005/2006 (33 gol in 31 partite) sia in quella 2007/2008 (33 in 34 partite) e registrando una media di 0,77 gol a partita, record tuttora imbattuto nella prima divisione olandese.

Tutto d’un tratto Amsterdam inizia a stargli stretta e come un venticinquenne in cerca di indipendenza finanziaria dai genitori, Huntelaar sente il bisogno di vivere nuove esperienze e di affrontare nuove sfide e non impiega troppo tempo a cedere alla corte di Florentino Perez. Forse però il salto è troppo azzardato e a Madrid il Cacciatore non riesce ad imporsi. Per la prima volta nella sua carriera i compagni di reparto sono dei campioni e non trova spazio in attacco. La concorrenza con Robinho, Raul, Higuain, Saviola e soprattutto Van Nistelrooy è asfissiante. Inizia a palesarsi in lui l’idea di non essere all’altezza, l’ansia di non mantenere le aspettative, e nonostante il bottino di 8 gol in 20 presenze, dopo soli sei mesi decide di cambiare aria, capitando però nel posto sbagliato al momento sbagliato.

I numeri vertiginosi dell’Huntelaar olandese fanno erroneamente credere alla dirigenza rossonera che possa essere lui il candidato ideale per colmare l’enorme vuoto lasciato da Pippo Inzaghi, non capendo però che in realtà hanno per le mani tutt’altro. Huntelaar è creativo ed estremamente tecnico: una punta anomala. Gioca bene in un attacco a due, ma a differenza di Inzaghi non preferisce essere imbucato in verticale ballando con la linea del fuorigioco, bensì approfittare dei cross che arrivano dalle fasce, delle quali, però, il 4-3-1-2 del Milan è sprovvisto. In sostanza, l’Huntelaar del Milan è una Lamborghini che viene rifornita a GPL.

E guarda caso, il Cacciatore torna ad essere prolifico allo Schalke, al fianco di Raul, grazie alla miriade di cross che Farfàn e Draxler sfornano dalle corsie laterali. Durante la prima stagione a Gelsenkirchen sigla “solo” 13 volte, vincendo però Coppa e Supercoppa di Germania al primo colpo, mentre nella seconda segna 48 gol in 48 partite (29 in Bundesliga, 14 in Europa League e 5 in Coppa di Germania), sottoscrivendo il record di reti in una stagione nella storia dello Schalke 04.

Alla fine della sua quarta stagione nella Ruhr, però, il suo rendimento inizia a calare vistosamente; un po’ per un lungo susseguirsi di infortuni, un po’ per una fisiologica perdita di smalto sottoporta. Nonostante negli anni sia diventato l’idolo dei tifosi (anche grazie all’essere divenuto il giocatore dello Schalke ad aver segnato più gol agli odiati cugini del BVB) e capitano, Huntelaar si accomoda sempre più spesso in panchina e dopo sette anni decide di mettere fine al capitolo tedesco della sua carriera e lo fa nel più romantico dei modi, tornando tra i mulini e i tulipani, là dove tutto è iniziato: Amsterdam. Perché, in fin dei conti, nessun posto al mondo è bello come casa.