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To be silent and refuse to smile or be pleasant to people, because you are angry about something that they have done”.

Nicolas Sébastien Anelka nasce a Chesnay nel marzo del 1979; i suoi genitori, Marguerite e Jean-Philippe, erano giunti in Francia dalla Martinica appena cinque anni prima, stabilendosi a Trappes, Ile-de-France, trovando lavoro come impiegati del Ministère de l’Éducation nationaile. Nicolas è il terzogenito della coppia, ed è quel che si definisce un “incidente”, visto che Claude e Didier erano nati un decennio abbondante prima.

Crescendo nella città in cui Vincent Van Gogh ha definitivamente perso il lume della ragione, Nicolas pratica qualsiasi sport, in particolare tennis e atletica, tranne che il calcio, in cui si diletta nella rue del Moulin de la Galette o all’oratorio, nel tempo libero. A 8 anni, si aggrega al suo primo club, il Trappes-St Quentin, in cui rimane per sette stagioni, e dove scopre di possedere un discreto feeling col gol. In particolare, negli anni giovanili, affina quello che sarà il suo marchio di fabbrica esclusivo: il tiro di destro, rigorosamente rasoterra, a incrociare sul palo opposto (il 29% dei suoi gol è avvenuto con questa dinamica).

Velocità, naturalezza nei gesti tecnici, lucidità e un carattere tutt’altro che accomodante, sono le caratteristiche che balzano subito agli occhi osservandolo in campo. Quest’ultimo aspetto, in particolare, rischia di minarne l’ascesa; basti pensare al fatto che è l’unico giocatore del Trappes, club sponsorizzato da Canal +, a rifiutarsi di apparire in un documentario promozionale sulla vita dei giovani calciatori all’interno della società.

Nel 1993 il suo cartellino viene rilevato dall’INF Clairefontaine che due anni dopo avrebbe schierato l’Under16 più forte di Francia, visto che a Nicolas si sarebbero uniti due futuri nazionali come Louis Saha e Philippe Christanval. Un paio di anni dopo il suo idolo diventa Luis Nazario da Lima detto Ronaldo, cui s’ispira in tutto, nonostante il suo mentore, André Merelle, lo consigliasse di ispirarsi a un attaccante simile nelle caratteristiche ma di altro livello.“Va detto che era molto bravo tecnicamente, oltre che rapido nei movimenti, ed era naturale che guardasse ai campioni che vedeva in TV. È stato un piacere vederlo giocare, perché si avvertiva che aveva una marcia in più. Il problema è che giocava da solo, non in sintonia con gli altri. Per questo era difficile da servire, ma una volta che la palla lo raggiungeva, entrava in una dimensione tutta sua.” (A. Merelle)Nel 1995, dopo aver segnato 59 reti in altrettante partite, Anelka passa al Paris Saint-Germain. Il club versa in condizioni economiche ben diverse rispetto all’odierna, fastosa gestione del principe Al-Khelaïfi, e le stelle che hanno trascinato la squadra fino alla semifinale di Champions si chiamano George Weah e David Ginola, entrambi in procinto di passare a club più prestigiosi.

L’estate successiva coach Luis Miguel Fernández assiste impotente alla diaspora dei suoi migliori elementi, mentre il malcontento dei tifosi non si placa neanche dopo gli acquisti di Youri Djorkaeff dal Monaco e di Dely Valdés dal Cagliari. Non che la squadra fosse di basso livello, come dimostra la conquista della Coppa delle Coppe proprio nella prima stagione di giovanili di Anelka, che, nel frattempo, non sembra avere altro scopo che umiliare le fragili difese dei campionati Under nazionali. Dopo appena 10 partite il suo tabellino conta 17 reti, così lo staff tecnico decide di promuoverlo nella Squadra B; dove il risultato non cambia: altre 17 reti in 25 apparizioni fanno sì che Anelka, a 16 anni appena compiuti, venga promosso tra i professionisti con la nomea di next big-thing francese pronta al grande salto.

Ma in prima squadra, per la prima volta, s’intravedono quei limiti caratteriali che lo renderanno un giocatore tanto talentuoso quanto scostante e poco gestibile. Sembra avere dentro una rabbia repressa che lo allontana dalle altre persone, indifferentemente dal contesto di riferimento; in squadra riesce immediatamente a farsi notare, presentandosi al suo primo ritiro a 16 anni e mezzo guidando un’automobile senza patente, o rilasciando a un giornalista in borghese una dichiarazione in cui definisce “una follia sostituire Djorkaeff con un fabbro della Cattedrale di Nantes”che al secolo sarebbe il futuro interista Benoit Cauet.

Un Anelka appena maggiorenne.

Sul terreno di gioco è un giocatore in piena crescita, e a tratti è uno spettacolo degno della Scala: strappa applausi fin dalla prime presenze nella sua stagione da rookie, condite da un gol e qualche buona prestazione in Coppa delle Coppe. Se per i tifosi è amore a prima vista, diverso è il discorso con i compagni, da subito preoccupati per l’egoismo insito nel DNA del ragazzo: “È molto forte” – chiosa il capitano Leonardo, aggiungendo poi “però non può pensare che la squadra giochi per un adolescente, per quanto decisivo”, a dimostrazione di quanto Anelka sia sempre stato fedele a se stesso e al suo pensiero.

London calling (to the underworld)

Quello che dirigenza e tifosi dei Les Parisiens non immaginano, però, è che il tempo di Nicolas nella capitale sia di fatto già scaduto: quando Ricardo, ex stopper del PSG e tecnico dalla visione tattica conservatrice, prende il posto di Fernandez, Nicolas decide di cambiare aria: per questo motivo, al ritorno dalle vacanze di Natale del 1996, Anelka salta l’allenamento al Camp des Loges e vola senza permesso a Londra per trattare con l’Arsenal; non avendo neanche un contratto come professionista può svincolarsi con un misero indennizzo, ed è il motivo per cui il PSG cede all’offerta di appena 750.000 euro.

A volerlo fortemente è Arsene Wenger che, nonostante la presenza di Bergkamp e Ian Wright, gli trova subito spazio in qualche occasione nel finale di stagione. Dopo 6 mesi di ambientamento pare scontata la sua esplosione nella stagione seguente, ma la scarsa attitude del francese negli allenamenti ne limita l’impiego. Scontento per la situazione, Nicolas decide di cambiare rotta e nella terza stagione londinese – complice anche un lungo infortunio che mette ko Wright a inizio annata, nonché un feeling tecnico naturale con Bergkamp – riesce a collezionare 30 presenze, segnare 6 gol e contribuire significativamente alla conquista di campionato e coppa nazionale.Se in campo i problemi sembrano risolversi, il discorso muta fuori, dove inizia una guerra ai media che non avrà mai fine: frecciate sarcastiche, allusioni e provocazioni verso coloro che esercitano il “mestiere più infame di sempre, dopo l’avvocatura” diverranno un must on per Anelka. L’atteggiamento provocatorio non piace neanche ai tifosi dei Gunners, storicamente soprannominati “i bibliotecari” per via di quell’approccio così borghese e distaccato nel tifo all’interno dello stadio. Non è un caso che un sondaggio del 1998 tra i tifosi – su chi preferissero tra Anelka e l’idolo Ian Wright, nel frattempo passato al West Ham – vedesse il 19enne francese surclassato dal veterano inglese. È il risultato di questo sondaggio a colpirlo nel profondo, più di quanto lui stesso sia disposto ad ammettere, inducendolo a tentare un approccio low profileche però non riuscirà a mantenere.

Intanto, c’è il campo: la stagione 1998/99 è la migliore in Premier per un attaccante neppure ventenne che si ricordi dai tempi di George Best: è troppo veloce, sia sul lungo che sul corto, per i difensori, ma altrettanto prestante, in un periodo storico in cui gli allenatori britannici difficilmente derogavano da un poco fantasioso 4-4-2 da kick&rush. Anelka segna 17 gol in 35 partite, distribuisce assist e si erge ad assoluto protagonista nella conquista del campionato. Ovviamente, quella voce interna che spesso gli ha fatto prendere decisioni tecnicamente sbagliate in ottica-carriera, si è messa nuovamente a gracchiare.Anelka, infatti, decide di bruciare ulteriormente le tappe e andare a giocare in Italia, in serie A, perché “lì ci sono i veri giocatori”. Annuncia la sua decisione direttamente a Wenger, nel tunnel degli spogliatoi, appena finiti i festeggiamenti per la vittoria del titolo. Lo aspetta la Juventus o, in alternativa, la Lazio di Cragnotti. Wenger tentenna, crede che i cattivi consiglieri siano i familiari ingordi di sterline, non capendo che Anelka ascolta solo Anelka, ma è comunque tentato dalle cifre in ballo.

La Juventus è la prima a mollare: Inzaghi sta esplodendo e Thierry Henry, sempre giovane e sempre francese, a mister Ancelotti sembra più adatto rispetto a Nicolas per giocare come esterno. Quando poi si stanca pure la Lazio – per fare il back-up di Boksic o Salas viene scelto Kennet Andersson, che costa meno e non porta complicazioni – entra in ballo il Real Madrid, con un’offerta monstre da 34 milioni di euro, che viene accettata. Nonostante la ritrosia iniziale, Anelka finisce per accettare la corte dei Blancos.

Hala Madrid, y nada más

Visto che la Serie A ha storicamente acquistato i migliori francesi sul mercato, Anelka è soltanto il quinto francese ad indossare la maglia del Real Madrid dopo Hon, Kopa, Muller e Karembeu. A differenza dei predecessori, però, porta sulle sue spalle il peso della poca esperienza nonché dell’investimento multi-milionario per il suo cartellino. Come se non bastasse parte male, litigando già a ottobre con i veterani Raul e Morientes dopo aver dichiarato: “Mi aspetto che i miei compagni giochino anche per me, visto che le sorti di una squadra sono nelle mani soprattutto degli attaccanti”.

Steve McManaman, Roberto Carlos e Nicolas Anelka.

Neanche l’intervento del connazionale Karembeu, scaraventato pure lui fuori da una riunione tecnica dalla coalizione spagnola, serve a risolvere la questione. Come al solito Anelka pare non riuscire a stare lontano dalle critiche, che stavolta diventano ancor più feroci perché, per la prima volta in carriera, Nicolas non riesce ad appianarle rispondendo direttamente sul campo. Anzi, entra in un loop negativo che ben presto lo relega in panchina, sconfitto e con pochi appoggi all’interno dello spogliatoio.

Loop dal quale pare momentaneamente riprendersi a inizio millennio, quando segna tre reti nel Mondiale per club, e la prima rete ufficiale in campionato contro il Barcellona. Ma viene impiegato sempre meno, secondo lui per l’ostracismo di qualche veterano madridista. A marzo, infine, la situazione degenera: Anelka chiede un confronto con alcuni giocatori, che glielo negano, decidendo di lasciare il centro di allenamento e tornarsene a casa, dove rimarrà segregato per 3 giorni nonostante le diffide della società, attirandosi ulteriori antipatie da parte di stampa e compagni.

Anelka durante i festeggiamenti per la conquista della Champions.

Dopo il ritorno in Spagna e un assedio mediatico lungo quasi una settimana, chiede un periodo di pausa che passa interamente a casa dei genitori a Trappes, prima di rientrare, pagare una notevole multa, chiedere pubblicamente scusa per il suo comportamento ed essere reintegrato in rosa. È proprio nella conferenza stampa delle scuse che i media si accorgono di quanto sia fluido il suo spagnolo, che inspiegabilmente aveva rifiutato di utilizzare fino a quel momento.

Al suo ritorno riappare il talento intravisto a sprazzi: segna in semifinale di Champions League contro il Bayern Monaco sia nella gara d’andata (2-0) che di ritorno (1-2), sollevando poi il trofeo in finale contro il Valencia. Nicolas ha 21 anni e, anche se non lo sa, ha appena toccato l’apice della sua carriera: la situazione ambientale è infatti degenerata per far sì che lo spogliatoio possa accettarlo e, di comune accordo con la società, decide di cercarsi una nuova squadra.

There is no place (like home)

È l’estate del 2000 quando il presidente del PSG Pierre Lescure decide di fare del figliol prodigo la ciliegina sulla torta di un mercato che avrebbe portato Luccin, Dalmat (scambiato poi per Vampeta a gennaio), Pochettino e Arteta: in pratica, rende ai Blancos i 34 milioni di euro incassati l’estate precedente.

Come spesso gli accade, Anelka, accolto come il nuovo messia, sguazza in squadre senza una precisa identità tattica, regalando giocate isolate che fanno gridare al fenomeno: gioca sostanzialmente ‘dove gli gira’, talvolta scalando di 20 metri e giocando trequartista, altre volte buttandosi nello spazio alle spalle dei centrali come ai tempi delle giovanili. Benché sia un giocatore oltremodo completo, continua ad aiutare poco i compagni e la sua caratteristica resta la poca continuità che, però, in un contesto come questo viene assorbita da un sistema tattico povero di princìpi di gioco forti.

Zidane e Anelka in nazionale.

In novembre, quando mister Philippe Bergeroo viene sostituito dal redivivo Luis Fernandez, Anelka viene schierato come trequartista o centrocampista laterale avanzato; questo perché ha in parte già perso quell’incredibile killer instinct che lo ha reso famoso da giovanissimo: nonostante chiuda con 8 gol in 27 partite, infatti, il vice-capitano del club parigino è spesso poco concreto e discontinuo negli ultimi 20 metri. All’inizio della stagione 2001-02, le tensioni con Fernandez e la dirigenza aumentano: Anelka viene nuovamente accusato di scarsa comunicazione e ancor meno disposizione al sacrificio. Non salta un allenamento, ma s’impegna solo quando c’è la palla e non è disposto a giocare in zone del campo in cui potrebbe essere utile alla manovra, ma anche assecondare meno il suo ego.

Dopo una sola stagione e mezza al Paris Saint-Germain, e due soli gol, viene mandato in prestito per 6 mesi al Liverpool, dove dovrebbe permettere a Emile Heskey di recuperare da un lungo infortunio e dove trova una nutrita colonia di connazionali, tra i quali il suo ex allenatore delle giovanili: Gérard Houllier. Tatticamente è il giocatore ideale per svariare intorno a Michael Owen, che ha nel DNA corsa e gioco senza palla, facendo così risaltare la sua notevole tecnica di base e liberando quegli spazi tra le linee fondamentali per il suo approccio autoreferenziale con la palla al piede.

Balla sulle punte come un pugile e rifinisce con precisione. Un uno contro tutti che sembra il perfetto riassunto della sua carriera. 

Anelka gioca talmente bene che sembra scontato il suo riscatto a 28 milioni. E, invece, per una volta è lui che viene preso in controtempo: nel maggio del 2002 Houllier annuncia in tv la volontà del club di non riscattare il giocatore. Basito, Anelka prende le chiavi della sua Lamborghini e si presenta a casa dell’allenatore: sono le 23:30 quando Nicolas lascia l’abitazione, scioccato dal colloquio col tecnico, che lo ha appena accusato di aver spinto “i fratelli a trattare con altri club”; accusa che lo rende furibondo perché Anelka pensa che la dirigenza abbia spinto per la formazione di una squadra tutta inglese nascondendogli ogni informazione sul progetto tecnico futuro.

Non potendo rientrare a Parigi cede alle avanche del Manchester City, che per lui sborsa 20 milioni. Oramai ricco e adorato dal tecnico Kevin Keegan, Anelka sembra trovare la sua dimensione sul Mersey. Il club non viaggia particolarmente bene, gli acquisti di Seaman e McManaman sanno di canto del cigno, situazione in cui il francese sguazza. In 3 anni segna 45 reti in 96 presenze e pare maturato a livello mentale, prima che tecnico.

Nonostante i buoni campionati, le ristrettezze economiche del club rendono indispensabili delle cessioni prestigiose. Il primo a finire sulla lista dei partenti è proprio lui: a 26 anni è costretto a ripartire prima dalla Turchia – al Fenerbahce, dove gioca ala destra -, poi nuovamente dall’Inghilterra, al Bolton, dove fa sognare i tifosi in tandem col senegalese El-Hadji Diouf, altro talento di ardua gestione. Nonostante non perda del tutto il vizio del gol, con una media di 1 ogni 3 presenze, l’Anelka alla soglia dei trent’anni sembra stanco, sfibrato e senza luce dentro: da enfant terrible de France, si è trasformato in un normale attaccante da squadra di metà classifica.

Uno sconsolato Anelka al Fenerbahçe.

Nel 2008, tuttavia, avviene il miracolo: nel mercato di gennaio il Chelsea, disperato per le partenze alla volta della Coppa d’Africa di Drogba e Kalou, investe su di lui circa 10 milioni. Pochi, considerato che Anelka aveva mosso fino a quel momento – soltanto di costi del cartellino – una cifra non inferiore ai 110 milioni di sterline. Con i Blues Anelka rinasce e nonostante la sfortunata finale di Champions – con Van der Sar che gli para un rigore, indicandogli di tirare a sinistra salvo  poi buttarsi a destra – progressivamente si riprende le luci della ribalta, approfittando anche delle ripetute ricadute muscolari di Drogba, cui fa sia da spalla che da back-up di lusso.

Quando c’è l’ivoriano viene schierato a destra, con Malouda che lo spalleggia dal lato opposto e, nei quattro anni Blues, gioca tanto (180 partite) convincendo e collezionando circa 60 reti complessive. Infine, quando viene accantonato da Villas Boas Anelka capisce che la sua carriera volge al termine. C’è tempo solo per guadagnare qualche soldo in Cina (Shanghai Shenhua), togliersi lo sfizio di vincere in Italia (una manciata di apparizioni con la Juve), chiudere il cerchio col calcio inglese (West Bromwich, 12 partite e 2 reti) e infine svernare in India.Poi il ritiro, che in realtà aveva già sbandierato nel 2013 quando, dopo una sola apparizione col WB, a seguito di un lutto familiare, aveva deciso di dire basta. Forse sarebbe stato meglio, perché avrebbe scansato l’ultimissimo scandalo di una carriera che ha sempre flirtato col politicamente scorretto, al limite tra altezzosità e autolesionismo: è durante una partita contro il West Ham che Anelka festeggia un gol col gesto de “la quenelle”, il cui copyright è del comico francese Dieudonné, noto per le sue posizioni antisemite e vicine all’ultradestra.

“Non so niente delle connection di questo gesto con affari religiosi: per me vuol dire solo ‘sono contro il sistema’” è la sua chiosa, che ovviamente non chiude la vicenda.

In realtà Anelka voleva prendersi beffa dei tifosi rivali del Tottenham, soprannominati “Yid” per le origini ebraiche del club, e al contempo provocare sponsor e proprietà del West Ham, anch’esse di origini ebraiche. La vicenda è resa ancor più grottesca dal fatto che Anelka fosse, con Özil, il giocatore musulmano (si è convertito nel 2004) più in vista al mondo. Senza neanche attendere la sanzione del club, che vuole aspettare la fine dell’inchiesta della Federazione, nel settembre del 2014 Anelka annuncia di chiudere la carriera col Mumbai City FC, nell’inedito ruolo di allenatore-giocatore.

E così lascia uno dei più grandi talenti inespressi dell’ultimo ventennio di calcio francese. Capace d’esordire in Nazionale con Aimé Jacquet a 19 anni, vincere un Europeo a 20, rifiutare una convocazione a un Mondiale – nel 2002, e il motivo è “l’allenatore mi chiama solo quando si rompono gli altri”ritirarsi dalla nazionale a 24, ritornarci in pianta stabile a 31 con Domenech, prima di guidare il più celebre caso mediatico del calcio francese: lo sciopero dagli allenamenti, avvenuto nel pieno svolgimento dei Mondiali in Sudafrica.

Attualmente insegna tattica ai giovani allenatori del Belgio, il paese di sua moglie, dove risiede da qualche anno. Ha affermato che non guarda una partita di calcio da 4 anni ma, di fatto, conosce a menadito le statistiche dei giocatori di Ligue1. Insomma Anelka non è cambiato, rifugiandosi nella sua personalissima comfort zone: in bilico tra sfrontatezza e dileggio.