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Di Giovanni Ciappelli

Nel racconto “Il rigore più lungo del mondo”, uscito dalla leggera e appassionata penna di Osvaldo Soriano, alla squadretta argentina dell’Estrella Polar viene fischiato all’ultimo minuto un rigore contro nella gara decisiva per il titolo del campionato locale contro il Deportivo Belgrano. A causa delle intemperanze nei confronti del non imparzialissimo arbitro, steso poi da un pugno dell’ala destra dell’Estrella, che fanno scattare una maxi rissa in campo, il commissario della polizia locale sospende la partita al calare della sera senza che la gara fosse ripresa, ordinando di sparare in aria. Il comando militare della zona decreta lo stato di emergenza, “o qualcosa del genere” ci dice Soriano, e fa preparare “un treno per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto”. Il tribunale della Lega calcio stabilisce quindi che il rigore decisivo debba essere tirato la domenica successiva nello stesso stadio a porte chiuse, consentendo di scendere in campo solo per quel tiro calciato dal bomber del Deportivo, Constante Gauna, contro el Gato Diaz, il vecchio portiere dell’Estrella Polar.

Meravigliosa suggestione letteraria di un calcio che fu, di un’Argentina di metà Novecento, ambiente temporale preferito da Soriano per i suoi racconti.

Se però nel 2018 la finale più attesa del calcio sudamericano si trasforma ne “La partita più lunga del mondo”, aggiungendo al pathos calcistico anche questioni sociali, burocratiche e di ordine pubblico, allora forse l’assunto secondo cui la realtà supera l’immaginazione è ancora vero, verificabile e spiazzante. L’Argentina e la rivalità tra River Plate e Boca Juniors sono per natura il contorno ideale per questa storia.

Qualcuno di fronte a tutto ciò che è accaduto nel mese che è intercorso tra la gara di andata e i 120 minuti del Bernabéu si è anche domandato se si dovesse riconsiderare il romanticismo della final del siglo, e del calcio sudamericano in generale, soprattutto per i fatti di cronaca che hanno contornato le vicende del campo. Osservazione giusta, da inserire in una riflessione più ampia e seria sul tessuto sociale di quella parte di America Latina, ma consentitemi la provocazione: un cazzotto all’arbitro, una rissa su un campo di provincia che arriva fino a notte, uno stato di emergenza militare e un rigore attaccante contro portiere a porte chiuse esprimono un’aura di “mistica calcistica” solo perché sono vicende romanzate (e chi dice poi che non sia accaduto davvero?) e al contrario la farsa mista alla tragicommedia che abbiamo visto succedere realmente in questo mese non dovrebbe possedere in sé tutti i crismi della leggenda, considerandola nella stessa ottica?

Velocemente il dato calcistico, quello che resterà sui tabellini e sugli almanacchi. Ha vinto il River Plate. Doppia rimonta all’andata per il 2-2 della Bombonera, rimonta, sorpasso e pietra tombale sul Boca col 3-1 del ritorno nei supplementari di Madrid. Quarta Libertadores per i Millonarios. Il resto può succedere solo grazie al Sudamerica, dove il carattere latino raggiunge i suoi massimi nel bene e nel male.

In breve:

• Nostro Signore come è noto si riposa il settimo giorno e secondo un detto argentino tifa per il Boca, per questo motivo manda giù un acquazzone degno di Noè il sabato della gara di andata rendendo impraticabile il prato della Bombonera. Rinvio al giorno dopo, di domenica, quando il Nostro forse accomodatosi nello skybox dello stadio riservato al collega Maradona può riposarsi e godersi lo spettacolo in santa pace.

• Prima della partita la polizia perquisisce lo spogliatoio del River alla ricerca di… Marcelo Gallardo. L’allenatore del River è squalificato e da sanzione Conmebol non può nemmeno entrare allo stadio, peraltro vietato ai tifosi millonarios, e si sospetta si sia imbucato.

• Uno che di sicuro si è imbucato è il centrocampista dello Zenit San Pietroburgo Leandro Paredes, cresciuto nel Boca. Nell’ultima partita del campionato russo prima della finale di andata si è fatto espellere per un doppio giallo abbastanza ingenuo a risultato acquisito. “Lo ha fatto apposta per farsi squalificare e andare a Buenos Aires il weekend successivo” dice l’accusa. L’interessato smentisce.

• Scusi signor Paredes, ci tolga una curiosità: dove ha visto Boca-River? In curva alla Bombonera ovviamente.

• Dopo il 2-2 dell’andata ci si prepara per il ritorno al Monumental, altrettanto vietato ai tifosi xeneizes. Tra i mille spaccati di vita da tifoso in attesa, spicca sul web la foto di un bambino hincha del River, che allestisce un banchetto davanti casa mettendo in vendita i propri giocattoli in modo da potersi comprare il biglietto per la partita.

• In 50mila riempiono la Bombonera per l’allenamento di rifinitura del Boca aperto al pubblico. Un ardito invasore di campo viene bloccato dalla polizia con metodi non urbani (la polizia, in tutta questa storia, bene ma non benissimo…) ma successivamente liberato nel tripudio generale grazie al vigoroso interessamento di Tévez che essendo nato a Fuerte Apache, barrio non semplicissimo di Buenos Aires, non deve avere grossa simpatia per certi comportamenti delle forze dell’ordine.

• Gara di ritorno posticipata e poi rinviata per il caos fuori dal Monumental intorno al pullman del Boca. Il telespettatore italiano su Dazn può consolarsi per il Superclásico saltato potendo scegliere alla stessa ora sulla stessa piattaforma tra Atlético Madrid-Barcellona, l’elettrizzante Inter-Frosinone o l’imperdibile Caen-Monaco, quartultima contro ultima della Ligue 1.

• Si gioca al Monumental a porte chiuse. Si gioca ad Asunción in Paraguay, dove ha sede la Conmebol. Si gioca a Doha in Qatar, la Fifa gradirebbe perché è vicina agli Emirati Arabi dove a breve inizia il Mondiale per Club a cui la vincente della Libertadores deve partecipare. Non si gioca proprio, dice il Boca, è vittoria a tavolino per noi. Tutte ipotesi con almeno un fondo di legittimità, al contrario della grottesca proposta dell’assessore allo sport del Comune di Genova che lancia la disponibilità di Marassi per ospitare la finale di ritorno, in nome delle comuni radici genovesi delle squadre – il Boca fondato da emigrati genovesi, da cui il nome (seppure con grafia sbagliata rispetto all’originale) xeneizes, il River ha avuto un genovese come primo presidente, Salvarezza. Genova però potrebbe aver avuto e avere tuttora problemi più seri di altra natura a cui far fronte.

• Si chiama Copa Libertadores per omaggiare gli eroi dell’indipendenza dei paesi dell’America Latina, alla fine la partita di ritorno si gioca a Madrid, terra di origine dei Conquistadores.

• Nell’epica antica il peccato più grave per un umano è quello di hybris, la tracotanza, l’atteggiamento per cui gli dèi ti puniscono perché ci si è spinti troppo in là con i propri comportamenti. Darío El Pipa Benedetto vive due volte la stessa situazione calcistica tra andata e ritorno: solo davanti al portiere del River Armani. All’andata, in pieno recupero, sbaglia fallendo il gol del 3-2; al ritorno invece segna e porta in vantaggio il Boca, sbeffeggiando però Montiel del River facendogli una linguaccia mentre gli passa davanti. Dio tiferà pure Boca, ma certi sfottò devono avere l’approvazione divina altrimenti la punizione è dietro l’angolo. El Pipa viene sostituito nel secondo tempo e subito dopo il River segna il gol che apre la rimonta.

• Provate a dire a un genoano che l’eroe della doppia finale è Lucas Pratto e lui vi guarderà con quella faccia un po’ così che hanno quelli che hanno visto Genova. E soprattutto Lucas Pratto.

“Muore giovane chi è caro agli dei” recita un frammento del commediografo greco Menandro. Muore con tutta probabilità la carriera sportiva di Fernando Gago, centrocampista elegante e per questo sicuramente caro agli dèi del calcio. A due minuti dalla fine dei supplementari gli salta per la terza volta in carriera il tendine di Achille e rischia di chiudere col calcio nella maniera più triste, forse non solitaria ma certo dolorosa y final.

• Siccome niente nella vita accade per caso, subito dopo il trionfo del River a Buenos Aires compare un arcobaleno che sovrasta la capitale argentina e termina proprio dentro il Monumental.

È stata la Partita più lunga del mondo, ma non ci sarà bisogno di un romanzo per raccontarla.