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Alessandro Magno, oltre che per le sue note conquiste territoriali che diedero vita al grande impero della Macedonia, ha lasciato un segno importante nei libri di storia grazie alla struttura multietnica sulla quale si fondava il suo dominio.  Il macedone non si distinse soltanto per le sue abilità di condottiero, statista ed organizzatore politico dalla concezione moderna, ma fu il primo conquistatore straniero che non si impose in quanto sovrano bensì come conservatore dell’ordine sociale e culturale dei popoli sottomessi. Un nuovo modello di dominio basato sull’accrescimento e la ridefinizione dei valori che non rese mai Alessandro “Re di” ma sempre “Re in”.

Un modello culturale e ideologico che il tecnico francese Arsène Wenger ha deciso di esportare in Inghilterra durante la sua esperienza all’Arsenal, somma delle filosofie adottate nelle sue precedenti esperienze. La prima è quella francese, negli anni del talento inesauribile e della sperimentazione continua che lo ha portato a dare un’identità nuova al calcio transalpino (Nancy, Monaco), mentre la seconda trova una sua collocazione geografica in quel Medio-Oriente (che soltanto oggi sembra trovare accozzaglie di comunicazione inter-nazionali, legati perlopiù allo sviluppo di business paralleli) che a metà degli anni ’90 viveva ancora la sua fase di transizione da un sistema feudale ad uno più modernizzato, calcisticamente parlando.

Un territorio potenzialmente fertile ed inesplorato, che un idealista come Wenger riuscì a far suo portando a casa la prestigiosa Coppa dell’Imperatore, arricchendo il suo bagaglio culturale e personale prima di partire verso la città che avrebbe cambiato per sempre il suo destino: Londra, direzione Highbury. Pur non riuscendo mai a trionfare in campo europeo, Wenger è stato “Re in Inghilterra” per ben 22 anni mettendo in bacheca 17 trofei, introducendo l’importanza di sviluppare le individualità ed un calcio offensivo a qualunque costo, sulle tracce della rivoluzione che Crujff ha portato a Barcellona negli anni ’80. Arsène non ha mai smesso di inseguire questo suo desiderio di perfezione, neanche quando era chiaro a tutti che le sue idee fossero ormai compromesse definitivamente, come è accaduto in modo drammatico negli ultimi anni.

Un viaggio bellissimo quello del tecnico francese che ha raggiunto il suo compimento  proprio quest’anno, portando i Gunners ad una nuova ed inevitabile era di rifondazione.  A Settembre infatti, è stato assegnato ad Unay Emery l’arduo compito di ri-organizzare il regno di Arsène Wenger, costruito su maestose conquiste e fasti di un certo spessore che – proprio come accadde dopo la morte di Alessandro Magno –  hanno finito con l’essere assorbiti dal declino del tempo e del cambiamento.

Il tecnico spagnolo – spesso definito nelle sue precedenti esperienze come “ossessionato dai dettagli” – ha così impostato l’Arsenal secondo un calcio più strutturato, con possibilità di variare le sue strategie a seconda dell’avversario ed il cui compito non consisterà solo nel portare dei risultati concreti, in Inghilterra e in Europa, ma anche nel cambiare una cultura tattica e di gioco radicata nel DNA del club da decenni.

(Ri)concettualizzando il ruolo

Tra i protagonisti di questa rivoluzione concettuale avvenuta a Londra figura una delle rivelazioni della scorsa Serie A, faro di una Sampdoria brillante che sotto la guida di Giampaolo è riuscita ad esprimere per buoni tratti un calcio convincente, sotto il profilo dei risultati e non solo. Parliamo di Lucas Torreira, il cui impatto sui Gunners ha trasmesso una fiducia inaspettata nel nuovo corso, grazie alle sue ottime prestazioni che gli hanno garantito la definizione di “nuovo Patrick Vieira”, perno degli Invincibili di Arsène Wenger che nella stagione 2004/04 trionfarono in Inghilterra senza essere mai sconfitti.

Paragone sicuramente azzardato per caratteristiche e storia, ma che fa intuire come il rapporto con il club stia fiorendo nel migliore dei modi. Come per ogni cambiamento, anche quello di Torreira ha necessitato di tempo, motivo per cui il suo inserimento nel collettivo di Emery è stato graduale, subentrando il più delle volte e collezionando un minutaggio sotto le sue abituali medie per le prime cinque partite di campionato. La svolta per Torreira è avvenuta in due momenti ben distinti: la prima a fine novembre, contro l’Everton, match nel quale sarà schierato titolare e che convincerà Emery a considerarlo imprescindibile tra i titolari; il secondo ad inizio novembre, dopo un pareggio con il Liverpool che ha spinto il tecnico ha ripensare un 4-2-3-1 spregiudicatamente offensivo, favorendo il passaggio ad una linea difensiva a 3.

Con Giampaolo, l’uruguagio era il più delle volte il primo giocatore a difendere in avanti ma anche il primo ad attaccare consolidando il possesso, giocando come vertice basso in un 4-3-1-2 definito e rigorosamente verticale. Ruolo che il 22enne ha interpretato egregiamente, con una costanza di rendimento invidiabile anche per i suoi colleghi più grandi. Ad oggi resta inspiegabile come nessun club italiano si sia spinto oltre la cifra della clausola – 30 milioni -, irrisoria se paragonata al mercato attuale, ma soprattutto in conseguenza di un Mondiale disputato ad un ottimo livello alla sua prima partecipazione assoluta.

Con Emery, Torreira ha iniziato come centrocampista in un 4-2-3-1 al fianco di Granit Xhaka, il cervello principale dell’Arsenal voluto fortemente da Wenger prima di porre fine al suo regno. Lo svizzero è un regista puro come raramente se ne vedono oggi, ma molto spesso le sue qualità sono state messe in discussione dai suoi evidenti limiti, che riguardano un atteggiamento in campo troppo spesso compassato e poco reattivo. Caratteristiche fondamentali se giochi in Premier League ed in un club esigente come l’Arsenal. In questo sistema, a Torreira venivano praticamente affidate le chiavi non solo del reparto ma dell’intera squadra, effettuando il lavoro sporco per permettere l’impostazione al compagno di reparto ed abbinando lucidità e qualità in entrambe le fasi di gioco per offrire coesione tra i reparti e fluidità alla manovra.

Ma sarà proprio l’anarchia tattica di Xhaka insieme ad una filosofia offensiva troppo dispendiosa che convincerà Emery a cambiare l’identità tattica della sua squadra a stagione inoltrata, ottenendo ragione grazie agli ottimi risultati e rafforzando il suo status di tecnico intelligente e camaleontico. Il passaggio alla difesa a 3, oltre a segnare la definitiva consacrazione di Torreira in squadra, ha aiutato infatti i Gunners a definire chiaramente i ruoli di ognuno in campo.

Sostanza, ma non solo

L’Arsenal sta conquistando i suoi risultati migliori in stagione grazie ad un 3-5-2 versatile, che ricorda quello di Antonio Conte alla Juventus, con Torreira molto simile al miglior Vidal per caratteristiche e set di compiti. Un tuttocampista che bracca gli avversari dal primo all’ultimo minuto, schermando insieme al giovane Guendouzi la difesa e le linee di passaggio sulla trequarti, ma soprattutto la regia di Xhaka, esattamente come i bianconeri facevano con Andrea Pirlo.

Aubameyang crea lo spazio a centro area, chi lo attacca girando in gol in rovesciata?

Modulo liquido che spesso cambia natura, trasformandosi in un 3-4-3 supportato dall’enorme mole di lavoro che Kolasinac e Bellerin effettuano senza sosta sulle fasce. Ed è proprio in questo contesto che Torreira ha dimostrato di avere una marcia in più poiché – oltre ad essere uno dei migliori per contrasti tentati (2,6) in rapporto a quelli vinti (2,1) dei maggiori campionati europei, alla pari dei vari Allan e Kanté – il 22enne uruguagio è soprattutto un regista completo, intelligente tatticamente e dalla sopraffina visione di gioco.

Caratteristiche che hanno fatto innamorare perdutamente il suo precedente tecnico che affermerà:

“Se Lucas fosse alto 1,80 oggi varrebbe 100 milioni.”

Apporto tecnico e tattico

Proprio come accadeva con la Sampdoria, infatti, anche nell’Arsenal Torreira ha un ruolo decisivo nella fase di impostazione, come dimostrano il crescente numero di palloni giocati nelle sue partite da titolare (58,1 a partita). Numeri espliciti, supportati dalle ottime percentuali di completamento (89,1%, da top nel ruolo).

Con Giampaolo, il classe ’96 ha potuto affinare molto le sue abilità, e ciò gli permette di muoversi con naturalezza ed intelligenza sul rettangolo di gioco, creando superiorità numerica in fase di impostazione e facilitando la costruzione dei centrali difensivi, garantendo loro uno scarico sicuro per uscire con facilità dal pressing avversario. Un approccio al gioco che gli permette di evitare le marcature avversarie, orientando perfettamente il primo controllo in modo da far ripartire velocemente l’azione.

 

 

Altro punto di forza dell’uruguagio è sicuramente il duello 1vs1, sia in fase di non possesso che in quella di possesso. Nella fase di recupero palla Torreira è molto intelligente nello sfruttare il suo baricentro basso che gli garantisce un equilibrio importante, grazie al quale molti dei contrasti effettuati risultano vincenti e si concludono spesso con la riconquista del possesso.

Una volta riconquistata la palla è anche capace nel ridistribuirla con la sua giocata abituale che consiste in due, massimo tre tocchi, volti a superare le linee di pressing avversario e le sue conseguenti schermature.  La sua natura di regista infatti, viene fuori un secondo prima di ricevere palla, momento in cui l’uruguagio analizza dettagliatamente la situazione in campo e pre-costruisce mentalmente la sua giocata successiva. Una tecnica di base sviluppata gli permette di effettuare una gamma di passaggi piuttosto varia, che il più delle volte serve ad innescare la fase offensiva della squadra. Con i Gunners, Torreira ha avuto anche un netto miglioramento in fase di finalizzazione (4 gol con la Sampdoria in due stagioni rispetto ai 2 con l’Arsenal nella prima metà di campionato), inserendosi spesso in area avversaria  e supportando da vicino il reparto offensivo (2 assist), tentando occasionalmente la conclusione da fuori (0,7 su 0,9 tiri totali).

Già alla Sampdoria aveva dimostrato molta personalità e sicurezza nel gestire palloni scottanti, ma è con l’Arsenal che stanno uscendo fuori con più costanza le sue caratteristiche di metronomo, in grado di addormentare il gioco o di velocizzarlo quando serve.

 

 

A completare il quadro, troviamo l’apporto quantitativo che Torreira mette al servizio dei compagni, dettando i tempi del pressing della sua squadra ed accorciando su qualsiasi pallone passi dalle sue parti. Il n.11 sembra essere naturalmente predisposto al contro-pressing, la cui filosofia è fondata sull’importanza del recupero delle seconde palle, richiedendo un approccio aggressivo ma allo stesso tempo preciso ed efficace, senza spezzare continuamente il ritmo e l’intensità di gioco.

Con estrema naturalezza, da regista, Torreira può quindi trasformarsi in un versatile mediano di rottura una volta perso il possesso, complicando la vita agli avversari e trasformando un comune contenimento difensivo in una potenziale transizione offensiva. Non a caso, l’anno scorso è stato il miglior recuperatore di palloni in serie A (296) con ben 5,66 palloni intercettati a partita. A godere di tali prestazioni sono i suoi compagni, che possono fare completo affidamento su Torreira sia quando c’è bisogno di chiudere gli spazi sia quando è necessario ripartire velocemente attaccando la profondità.

 

Con le sue 12 presenze da titolare, l’Arsenal ha ottenuto ben 25 punti, vincendo 7 partite, pareggiandone 4 e perdendone soltanto una. Una lettura del ruolo ipermoderna, quella di Torreira, che nell’esperienza londinese sta trovando il suo coronamento con ben 5 premi di uomo partita consecutivi, dettati da gol decisivi e prestazioni di alto livello che gli hanno garantito la stima dell’intera Lega. Siamo soltanto a dicembre e l’uruguagio sembra già essere una pedina imprescindibile per le sorti future del club, che stavolta sembra aver gettato delle basi importanti per permettere ai suoi tifosi di tornare a sognare una nuova e luminosa era.