11 min read

La settimana scorsa si è svolto all’Etihad Stadium un vero e proprio scontro tra titani, oltre che uno dei match più attesi dell’intera stagione calcistica. Parliamo di Manchester City vs Liverpool, rispettivamente seconda e prima in classifica, con in palio una buona fetta di Premier League. Se i reds guidati da Jurgen Klopp avessero vinto, infatti, le distanze sarebbero divenute pressoché incolmabili, con un +10 che avrebbe influito fortemente sul morale degli uomini di Guardiola oltre che sulla classifica.

Fortunatamente per Pep il cielo è riuscito a tingersi d’azzurro in quel di Manchester, grazie ad un 2-1 targato Aguero e Sané che ha riaperto totalmente il campionato e ci ha lasciato degli indizi molto importanti sull’evoluzione del suo City. Nel pre-partita, il tecnico spagnolo aveva pronosticato che la gara si sarebbe decisa nelle aree di rigore di entrambe le squadre. Una previsione che si è rivelata corretta solo in parte, dato che entrambi i gol realizzati sono avvenuti sì in area, ma soltanto come conseguenza di quanto avvenuto sulle fasce, che hanno deciso le sorti del match.

Le osservazioni da fare a tal proposito sono due: la catena di sinistra del Liverpool ha funzionato poco, troppo impegnata ad arginare quella del City, anch’essa inconcludente nei momenti clou. Soltanto Robertson ha macinato chilometri per un’intera partita, sopperendo alle disattenzioni di un Mané non in giornata; discorso opposto invece per la catena di destra -incaricata di spingere con Arnold e Salah – che ha subìto inesorabilmente l’ispirazione di uno strepitoso Sané e l’attenzione tattica, quasi militare, di Laporte, adattato terzino sinistro per l’occasione.

A ciò va poi integrata una prestazione pregevole da parte di Bernardo Silva, consacrato nelle vesti di mezzala tuttofare (con il record di 13,7 km percorsi), l’opportunismo senza eguali di Aguero (da quando è al City 37 gol contro le big six) ed infine l’errata interpretazione del centrocampo da parte di Klopp, che ha preferito un Milner fuori condizione ad un palleggiatore più ordinato e preciso come Fabinho, che è riuscito a cambiare il ritmo del Liverpool dopo il suo ingresso.  Ma tra gli elementi che, in modo più o meno incisivo, hanno contribuito a spostare l’equilibrio del match, soltanto uno è stato decisivo. Stiamo parlando della prestazione monumentale del Man of The Match: Fernandinho, l’equilibratore tattico del Manchester City di Guardiola.

Il pivot per Guardiola

Nelle sue precedenti esperienze, dal Barcellona al Bayern Monaco, Guardiola è riuscito a prendere un giocatore X e renderlo X ed Y, puntando forte sulla capacità di apprendimento dei suoi uomini ed ottenendo sul campo doti inespresse o ancora poco valorizzate. Sul momento, come non pensare all’invenzione del falso nueve cucita su Messi, o alla trasformazione di Philipp Lahm da terzino a falso terzino e poi prezioso giocatore polivalente in qualsiasi zona del campo. Ma i giocatori che più rispecchiano la sua filosofia sono sempre stati i centrocampisti centrali, quelli che similmente nel basket sono chiamati pivot, ed il cui termine rispecchia bene il lavoro degli uomini di Guardiola nel reparto più delicato del campo.

A Barcellona Pep ha modellato a suo piacimento Busquets, rendendolo un giocatore imparagonabile di questi tempi, mentre al Bayern si è servito di gente di un certo spessore come Toni Kroos e Xabi Alonso. Anche quando giocava al Barca, al servizio di Cruijff, Guardiola – pur nascendo centrocampista – ricopriva un ruolo camaleontico in squadra, potendosi adattare anche a centrale difensivo e rappresentando il più delle volte la fonte principale per lo sviluppo del gioco da dietro. Oggi Fernandinho sembra essere l’opera d’arte più riuscita dell’era Guardiola al City. Lo stesso giocatore ha ammesso come si senta un giocatore migliorato sotto ogni punto di vista e di come non voglia smettere di crescere per nessun motivo al mondo, nonostante i suoi 33 anni.

Da Lucescu a Pellegrini

Fernandinho è uno di quei giocatori che ha avuto la fortuna ed il talento di crescere sotto la supervisione di un luminare del calcio moderno come Mircea Lucescu, che è riuscito imporre in Ucraina – con lo Shakhtar Donetsk – un regno lungo, duraturo ed affascinante, esportando il suo modo di intendere il calcio anche oltre i ristretti confini nazionali, trionfando in Coppa Uefa nel 2008-09 ai danni del Werder Brema. Shakhtar che poteva già vantarsi di possedere in rosa dei talenti cristallini, come Willian, Ilsinho, Luiz Adriano e – appunto – Fernandinho. Soltanto un anno più tardi sarebbe toccato a dei giovanissimi Douglas Costa e Mkhytarian continuare la tradizione.

Ad oggi, però, di quella fucina di talenti splendidamente gestita da Lucescu, Fernandinho sembra esserne un reduce privilegiato, rappresentando il giocatore più continuo e di livello rispetto a quelli citati. Ognuno di loro sta conducendo un percorso meritevole in club prestigiosi, ma la discontinuità è sempre stata un punto interrogativo pesante per le loro carriere e continua ad esserlo tuttora.

L’anno in cui lo Shaktar vinse la Coppa Uefa beffando il Werder Brema con un gol segnato al 97′, Fernandinho era un giocatore molto diverso da quello che conosciamo oggi: fu il capocannoniere della squadra con 4 gol, giocando da centrocampista nel 4-2-3-1, con molte libertà di inserirsi in area e di lasciare la posizione arretrata per fornire supporto ai giocatori offensivi. Un modulo spregiudicato e dalla difficile applicazione, che soltanto una mente priva di paure come quella del tecnico rumeno poteva partorire. Quel Fernandinho rappresentava un centrocampista insolitamente moderno, tecnico, dinamico ed offensivo, che andava molto spesso alla conclusione e che creava scompiglio nelle difese avversarie grazie al suo superpotere composto di dinamismo e tempi di gioco ideali.

Doti che gli varranno la chiamata del nuovo tecnico del City, Manuel Pellegrini, che costringerà la dirigenza del City a sborsare ben 40 milioni di sterline per accaparrarselo, nella stessa estate in cui Carlos Tevez approderà a Torino.

Quell’anno il City riuscì a laurearsi campione d’Inghilterra ed il brasiliano realizzò una delle sue migliori stagioni, numeri alla mano. Da esordiente, in un campionato come la Premier, Fernandinho si prese carico delle responsabilità che Pellegrini gli affidò da subito, collezionando 33 presenze, 5 gol, 3 assist e una percentuale di passaggi riusciti che sfiorò il 90%. Così come accadde con Lucescu, fu proprio l’ottimo rapporto con il tecnico cileno a permettere la sua crescita e la sua affermazione in un contesto così esigente come quello del City e della Premier in generale. Fernandinho ha sempre difeso Pellegrini anche quando le cose non andavano bene, mettendoci la faccia e non dimostrando mai alcuna incertezza:

“Manuel è come un padre per me. Non sento la pressione, perché lui ha fiducia in me e questo mi permette di giocare bene.”

La rivoluzione catalana

Pep ha rivoluzionato il concetto di calcio cui erano abituati a Manchester, stravolgendolo su più fronti: dalla filosofia del club fino alla tattica da adottare in campo. Un mutamento radicale, specialmente se consideriamo un contesto fedele alla tradizione come quello inglese. Ciò che chiese Guardiola sin dal primo giorno di allenamento fu basato su tre principi: il dominio degli spazi, una mentalità offensiva ed una squadra compatta e in controllo in entrambe le fasi. Assimilati questi principi cardine vi fu un cambio di modulo, con il 4-3-3 che continuò ad essere manifesto della sua scalata al calcio mondiale.

In questo sistema, il centrocampista centrale non può permettersi di essere un mediano di rottura o un regista, ma deve essere entrambe le cose. Il City di Guardiola è infatti composto da giocatori estremamente tecnici, a partire dal portiere, che riveste il ruolo di primo costruttore di gioco; i difensori attuano di conseguenza un possesso rischioso, cercando spesso il brasiliano che si abbassa tra le linee o si posiziona nei corridoi liberi per lo scarico.

Una volta ricevuta palla Fernandinho ha il compito essenziale di velocizzare la manovra di gioco, verticalizzando verso le mezzali – in continuo movimento – o sfruttando l’ampiezza garantita dagli esterni d’attacco come Sané e Sterling. Con Guardiola, un centrocampista con compiti così delicati non può permettersi di svolgere il “compitino”, ma deve essere il cervello che genera il primo input alla squadra. Motivo per cui in molti si chiedevano se Fernandinho sarebbe stato adatto per questo stile di gioco e se avrebbe sopportato una responsabilità simile. Da quel momento le prestazioni del brasiliano sono lievitate in modo esponenziale durante la gestione Guardiola, trovando la sua massima consacrazione nello scudetto dello scorso anno. Qualche tempo fa il tecnico spagnolo ha dichiarato:

Non troverei spazio in questo Manchester City, Fernandinho è un giocatore molto più completo di me”.

Oggi Fernandinho è il fulcro attorno a cui ruota la squadra. Il brasiliano è infatti il più catechizzato tra i giocatori di Guardiola, istruito in modo accademico sui movimenti dei compagni che il brasiliano segue come un’ombra. In Inghilterra lo chiamano The Protector, proprio in funzione del lavoro invisibile ma indispensabile che svolge in campo. Fernandinho è all’occorrenza centrale difensivo, ma anche regista, mezzala e – più raramente – finalizzatore.  Il #25 ha una capacità innata di sapersi muovere tra le linee, non avendo mai timore di ricevere palla per poi scaricarla in pochi tocchi nel modo più intelligente ed efficace possibile. Raramente la sua è una giocata fine a sé stessa o non fondamentale ai fini dello sviluppo della manovra.

Del brasiliano si scrive raramente sui giornali, non ci sono video su Youtube in quantità industriale che ne elogino le doti. Superficialmente si crede che il suo ruolo sia quello di fare il lavoro sporco, in modo da liberare i compagni di reparto dai compiti difensivi. Lavoro che comunque Fernandinho fa senza sosta in ogni parte del campo. Ma nel City di Guardiola ogni giocatore deve esser propenso al sacrificio per il bene comune, motivo per cui i suoi compagni di reparto effettuano un movimento continuo attorno a lui, in modo da permettergli la giocata senza doversi troppo curare degli avversari. E nel caso in cui il lavoro dei compagni non fosse efficace, questo non risulta essere un problema vista la sua intelligenza calcistica.

A testimonianza di ciò, la pazienza accademica con la quale il brasiliano mette in ordine il suo centrocampo dopo aver riconquistato il pallone, nei 44 passaggi che hanno portato al gol nel derby contro lo United:

Intercettare, recuperare il possesso, ripulire. Il tutto a un tocco. Minimale ed essenziale.

Man of the Match

Contro il Liverpool Fernandinho ha dominato in qualsiasi zona del campo. Già dai primi minuti sembravano chiare le sue intenzioni di non voler darla vinta a qualsiasi giocatore avversario che passasse dalle sue parti. Dopo 1 minuto e mezzo bracca Sané con insana aggressività, dettando il pressing ai compagni e riconquistando una quantità industriale di spazio già nella prima fase di gioco. Il suo approccio al match contro i Reds è stato caratterizzato da una duplice natura: british per quanto riguarda l’atteggiamento, carioca per quel che riguarda il possesso e la tecnica.

Riguardando la partita di Fernandinho è lecito pensare che sia stata la pedina che ha sconvolto totalmente i piani di Klopp, annullando continuamente i tentativi offensivi di Wijnaldum e Milner, e mettendo delle pezze nei buchi lasciati in momenti cruciali da Stones e Kompany. Un po’ meno lucido in fase di impostazione, con 56 passaggi (almeno 20 in meno della quasi totalità delle altre partite) con una precisione del 75,5%: numeri che però non influiscono sulla quantità e la qualità che il brasiliano ha messo al servizio della squadra per 90 minuti, liberando l’area di rigore per ben 3 volte, completando 4 tackle e intercettando ben 9 palloni. I falli commessi? Soltanto uno, nella partita più intensa dell’anno sotto il profilo agonistico e del ritmo di gioco.

Fernandinho ha totalmente neutralizzato Salah in quei rari momenti in cui l’egiziano ha provato a sfruttare la sua rapidità, ha distrutto le fonti di gioco del Liverpool – che per forza di cose si rifugiavano in Alisson e nei due centrali – ma soprattutto ha ispirato i compagni di squadra a dare tutto pur di portare a casa una vittoria essenziale. Il brasiliano ha dimostrato di essere l’uomo in più di questo Manchester City, portando a casa meritatamente la palma di migliore in campo. A testimonianza di ciò, i quotidiani principali – come il Telegraph, che senza mezzi termini ha titolato “midfield masterclass” – hanno dedicato un editoriale al brasiliano, esaltandone il ruolo di giocatore vitale per i piani di Guardiola tanto quanto per i suoi uomini di spicco, gente da copertina come Aguero e Sané.

fernandinho

Il dominio di Fernandinho contro il Liverpool in una heatmap che la dice lunga sul concetto di “controllare il centro del campo per controllare il gioco”.

È vero che spesso ci si accorge soltanto di ciò che è palese in mezzo al campo, ma un uomo come Fernandinho ci ricorda perché il calcio è un fenomeno molto più complesso di quanto appaia in superficie, e di come la lettura tattica non sia soltanto un vezzo ma una filosofia vera e propria in grado di essere espressa in purezza soltanto da uomini di caratura, sia tecnica che cerebrale, superiore. E Fernandinho è iscritto di diritto a questo club esclusivo.