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La serie C oramai è emblema di un sistema calcistico allo sfascio. Di più: è specchio della crisi economica, e in questa trasposizione pallonara la terza serie fa la parte del mitologico “impoverimento del ceto medio”. Già, perché mentre le realtà di provincia annaspano, nel suo complesso la grande macchina del calcio è ancora una delle più proficue aziende del paese.

Scrive Matteo Spaziante su Il Foglio:

Anche nel nostro paese il pallone resta una delle principali industrie. Il settore calcio (formato da calcio professionistico, Figc, leghe, dilettanti e settore giovanile) nel 2016/2017 è valso 4,5 miliardi di euro, con un indotto economico pari a 18,1 miliardi di euro e un peso sul pil dell’11,8 per cento. […] Il pallone corre, pure più del pil: negli ultimi anni la crescita del valore della produzione del mondo calcistico è stata di gran lunga superiore a quella dell’intero sistema Italia (nel 2016 +17 per cento contro il +0,9 per cento del pil).

Eppure la serie C agonizza. Da anni. Non si trovano i soldi per gli stipendi, per le iscrizioni, per le bollette e gli affitti, e intanto le società cumulano penalizzazioni su penalizzazioni dopo esser riuscite per un soffio a farsi (ri)ammettere ai campionati. Dal 2013 a oggi nei campionati professionistici sono fallite 38 squadre (di cui 33 di serie C), e se ci aggiungiamo le quattro (Lucchese, Matera, Pro Piacenza e Cuneo) che quest’anno, eufemisticamente, faticano, raggiungiamo quota 42, più qualcuna che non si è iscritta. E i punti tolti dai tribunali sportivi ammontano ad un totale di 340.

L’ultimo consiglio federale, dopo aver ripristinato per la prossima stagione la B a 20 squadre, ha dato il via alle procedure per la revoca dell’affiliazione di Matera e Pro Piacenza, già colpite da pesantissime sanzioni (pochi giorni fa i lucani si erani presi un -26 punti, mentre gli emiliani avevano già passato il limite della decenza). Rimangono sub judice Lucchese e Cuneo, che rischiano un ulteriore -8 in classifica nonché una multa da 350mila euro (fresca la notizia del nuovo deferimento dei toscani, per irregolarità nella nuova fideiussione presentata), doppia sanzione che rischierebbe quantomeno di comprometterne la salvezza, se non l’iscrizione al prossimo campionato.

Tutte e quattro le squadre in questione erano rimaste coinvolte in estate nel cosiddetto caso Finworld, che innescò la crisi estiva dei campionati causando tra le altre il fallimento dell’Avellino. La Finworld è una finanziaria romana intervenuta a salvataggio (tramite, appunto, fideiussioni) di varie società di calcio, salvo poi esser radiata dall’albo delle società di credito della Banca d’Italia per varie irregolarità. La questione fideiussioni è decisiva: su esse si basano finanziariamente le deroghe dell’art. 52 comma 3 del NOIF (Norme Organizzative Interne della FIGC), che permette a nuove società di acquisire il titolo sportivo perso dalla precedente causa fallimento, evitandone così la scomparsa dai campionati professionistici. Il suo previsto obbligo di fideiussione, ovvero una garanzia finanziaria da parte di un soggetto terzo, teoricamente dovrebbe tener alla larga avventurieri ed evitare situazioni di insolvenza quantomeno rispetto alla Lega di appartenenza, garantendo i costi di iscrizione ai campionati. Teoricamente.

Già, perché la Finworld è solo l’ultimo di una serie di istituti un po’ balordi chiamato in ultima istanza a salvare la baracca e a permettere tramite l’art. 52 la reiscrizione di numerose società già fallite, istituti che puntualmente finiscono poi nel mirino degli organi di vigilanza (sia del pallone, come la Co.Vi.Soc., sia della finanza generale) perché a loro volta insolventi o afflitti da varie irregolarità fiscali e di bilancio. Un palese sintomo di una crisi strutturale, certificazione dell’estrema difficoltà di una parte del calcio nel riuscire ad attirare capitali sufficienti per sopravvivere in un mercato sì in crescita, ma proprio per questo sempre più concorrenziale. La provincia, presente in massa in serie C, non tiene il passo, e si mette in mano al primo che capita. Che affonda, o saccheggia e se ne va.

Su questa recente situazione è doveroso sottolineare come appaiano comunque incomprensibili gli ok estivi della Co.Vi.Soc. a fideiussioni rilevatesi “discutibili” e a società finite in mano a controllanti già in crisi (come la Seleco, controllante della Pro Piacenza), e quantomeno poco coraggiose le decisioni dell’allora commissario straordinario FIGC Roberto Fabbricini, con i suoi dietrofront continui proprio riguardo alle fideiussioni nonostante persino la stessa Lega Pro (rappresentata allora dall’attuale presidente federale, Gravina) caldeggiasse l’esclusione dalla s serie C delle squadre in bilico, memore dell’esperienza avuta un paio di anni fa con un’altra finanziaria, la Gable Insurance Ag. A complicare ulteriormente la situazione ci hanno pensato i tribunali sportivi, che in prima istanza avevano giudicato ammissibili quelle maledette fideiussioni, salvo poi il negarne la validità in sede d’appello, rimandando parte delle svariate squadre coinvolte nella crisi davanti al plotone di esecuzione.

D’altronde, in quel momento la Federazione era in piena fase di riassesto post-Tavecchio, e sperare in decisioni forti da parte del commissario straordinario era forse velleitario. Per dire, uno dei primi atti di Fabbricini fu nominare commissario della Lega Serie A colui che lo aveva a sua volta nominato, il presidente del CONI Malagò. Un reality show.

In tutta questa situazione, non si può dimenticare come la B (in piena fase di infeudamento da parte di Lotito) si opponesse in blocco, con l’appoggio proprio del CONI e ancora del commissario Figc, ai ripescaggi in seguito alla mancata iscrizione di Bari, Avellino e Cesena, riducendosi ad un anomalo format da 19 squadre. Conseguenza: serie C ulteriormente nel caos, con l’emblematico caso della Virtus Entella (anch’essa nel maledetto girone A con Cuneo, Pro Piacenza e Lucchese). I liguri sono rimasti fermi tra settembre e novembre in attesa di un eticamente legittimo, ma proceduralmente complicato, ripescaggio in serie B, alla fine respinto dal TAR. E quindi Entella in terza serie, con un po’ di partite da recuperare sul groppone dopo due mesi di soli allenamenti e altre scene tragicomiche, come il dover ripetere la sfida esterna con il Cuneo a causa della mancata espulsione di un giocatore dopo un doppio giallo.

Non un caso isolato, quello dei biancocelesti: sorte simile è stata condivisa da Siena, Pro Vercelli, Novara e Ternana, coinvolte nella questione dei ripescaggi. Tra un graduatoria bizantina mai pubblicata dei ripescaggi (la posizione si sarebbe basata su punteggi ricavati da piazzamento del campionato appena trascorso, la storia del club, media spettatori), ricorsi e controricorsi, polemiche, un intervento di Frattini e il palpabile e giustificato nervosismo di giocatori e tifosi, le quattro sono scese in campo solo a inizio ottobre, mentre, tra l’altro, la bagarre andava avanti.

Ciliegina sulla torta, il conclamato fallimento delle progetto delle Squadre B, il quale, salutato con gioia dagli addetti ai lavori e preceduto dichiarazioni d’intenti ammirevoli, ha visto la partecipazione della sola Juventus (dodicesima, senza appello). Fallimento riconosciuto anche dalla nuova vicepresidente di Lega Cristiana Capotondi(?).

Insomma, pare che la Serie C dei campionati italiani sia diventata la discarica delle società professionistiche, un vero e proprio titolo tossico da tenere lì, in quarantena, ad annaspare lontano dai riflettori delle massime serie (e relativi interessi televisivi), in attesa di un miracolo che le scampi da una morte (sportiva) come quella capitata al Modena.

Salvare questa serie C è impresa ardua. Ma il collasso ormai palese della terza serie non è nemmeno l’ipotesi peggiore. E se il sistema non riuscisse più ad assorbire tutto ciò? E se le difficoltà delle realtà di provincia, oramai strutturali, fossero un sintomo di una bolla calcistica che sta per esplodere, proprio come un pallone troppo gonfio? Sarebbe la catastrofe. O la salvezza, a seconda dei punti di vista.

 

si ringrazia l’amico Jacopo Rossi per la collaborazione