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Ogni volta che Giampaolo si presenta davanti alle telecamere, sembra essere uno di quei personaggi inventati, a metà tra la follia scanzonata e senza etica dei personaggi di Bukowski e la filosofia introspettiva e senza lieto fine dei caratteri shakespeariani. Da che ho memoria, Marco Giampaolo è uno dei pochi personaggi sportivi che ha costruito in modo quasi involontario la sua immagine all’interno del calcio italiano, la cui estetica riflette le svariate sfumature di cui si nutre la sua anima calcistica, che lo definisce un pensatore del gioco piuttosto che un semplice allenatore. Eppure, l’uomo di cui stiamo parlando non ha ottenuto grandi successi nella sua carriera, non ha allenato squadre importanti e non riesce mai ad avere la giusta continuità in grado di consacrarlo definitivamente.

Ma c’è qualcosa di Giampaolo che attira inevitabilmente le attenzioni di chi il calcio vuole vederlo oltre un aspetto di superficie, mettendo da parte per un attimo i risultati e non facendo caso a come sarebbero potute andare le cose invece di come sono effettivamente andate. Ci piace pensare che l’allenatore di Bellinzona sia un predestinato e che – come nelle migliori trame – non necessariamente il nostro personaggio riuscirà a portare a termine ciò che è stato scritto per la sua storia. Ma non per questo la sua storia non merita di essere raccontata, anzi.

Come altri grandi allenatori, Giampaolo non ha avuto una grande carriera da professionista del calcio. La sua parentesi sul rettangolo da gioco è stata breve oltre che poco fruttifera, con 10 anni passati a girovagare nelle serie minori, prevalentemente in C1 e in C2, che non riusciranno mai ad eguagliare i primi 4 anni passati con il Giulianova, perlomeno per quanto riguarda l’aspetto affettivo. Il primo reale approccio con una prospettiva diversa del calcio, Marco lo effettua come osservatore del Pescara: un dettaglio non di poco conto che giustifica oggi la sua predisposizione innata nel coltivare e nel difendere i giocatori in cui crede, a volte andando contro-corrente, anche a costo di mettere a repentaglio la sua posizione. Un po’ come quello che è successo in questi tre anni di Sampdoria, caratterizzati da espressioni alte di gioco contraddette da periodi bui in cui il tunnel sembrava non avere fine. A chi gli chiedeva perché si ostinasse a non cambiare modulo o a riproporre sempre gli stessi interpreti lui rispondeva:

Sono alla Samp da due anni e mezzo, non cancello 29 mesi per 20 giorni. Non mi posso far condizionare dall’oggi e da un calcio isterico, ho iniziato un percorso e voglio portarlo a termine con serietà ed ambizione. Cambiare? Sarebbe come se i Rolling Stones si mettessero a suonare il liscio.”

Esattamente come accaduto per il suo mentore Sarri – come più volte ha affermato – il percorso di Giampaolo ha visto affrontare un lungo periodo di gavetta calcistica, che gli ha permesso di affinare le sue conoscenze e di sbagliare, più e più volte, sino a trovare la formula giusta che è stata soltanto sfiorata nella parentesi di Siena (con la salvezza) e poi con l’Empoli, lasciatogli in eredità proprio da Maurizio Sarri, che una volta lasciato il club toscano ha segnalato in prima persona Giampaolo come suo successore. Con la squadra toscana Giampaolo disputerà soltanto un anno, dove dimostrerà al calcio italiano tutto il suo talento, deciso a lasciare un segno inequivocabile in un panorama calcistico apparentemente a secco di idee. L’Empoli si piazzerà al 10° posto e Giampaolo lascerà la panchina toscana per approdare a quella ben più ambiziosa e prestigiosa di Genova, sponda Sampdoria. Nonostante 365 giorni possano sembrare effettivamente pochi per porre le fondamenta di una filosofia di gioco – oltre che per la costruzione di un’identità di un allenatore in cerca di affermazione – quell’anno in Toscana dice molto di più di quanto si possa pensare.

L’eredità

La squadra di Giampaolo vantava in rosa giocatori dal grande potenziale ma che ancora non avevano dimostrato nulla di concreto, se non ad intermittenza, con guizzi che sembravano essere un unicum più che una costante. Gli stessi che erano riusciti a concretizzare tutte le idee di Sarri e che – con Giampaolo – riusciranno a ripetersi contro ogni aspettativa. Per citarne qualcuno, in quella rosa c’erano giocatori come Zielinski, Barba, Mario Rui, Saponara e Pucciarelli: quelli che oggi definiremmo senza alcun problema come promesse mancate o eterni incompiuti. Ma un allenatore come Giampaolo va ben oltre la superficie o il mero dato statistico, un allenatore come lui chiede soltanto una cosa ai suoi giocatori, prima di ogni aspetto tecnico o tattico: un’incondizionata fiducia. Alla base di questa c’era – come accade ancora oggi – il 4-3-1-2, il marchio di fabbrica dell’allenatore che negli ultimi anni ha fatto di questo modulo la sua cifra stilistica e insieme il suo feticcio, in grado di distinguerlo da qualsiasi altro tecnico. Specialmente in un periodo come questo, in cui ogni squadra dalle ambizioni interessanti tende paradossalmente ad omologarsi, tentando spesso la strada del 4-3-3 fluido e sue derivazioni, sdoganato da Guardiola ai tempi di Barcellona e che ha fatto scuola ormai in ogni parte del mondo. Si può affermare che Giampaolo rientri in questa schiera di adepti dall’aura integralista cresciuti col mito del totaalvoetball e di Arrigo Sacchi, ma ne ha rivisitato i princìpi – a partire dal modulo – e soltanto oggi questi sembrano trovare conferme importanti.

Tra tutte le idee di gioco e le sue applicazioni, quelle che maggiormente ritornano nella storia di Giampaolo riguardano un preciso impiego di calciatori dalle particolari caratteristiche ed un’attenzione quasi ossessiva rivolta ai ruoli in campo. L’Empoli di Giampaolo era fondato sul possesso palla e sulle verticalizzazioni improvvise, con dei centrali difensivi accuratamente scelti per la loro cifra tecnica prima che per le loro abilità difensive, così come i terzini (Mario Rui) e le mezzali (Zielinski), fulcro delle offensive del tecnico e strettamente correlate alle caratteristiche delle due punte e del trequartista, contribuendo ognuno di essi in modo globale alla manovra della squadra, ben oltre la fase realizzativa. Pensate un po’ che oggi il trequartista è ancora lo stesso, Ricky Saponara, espressamente richiesto da Giampaolo nell’attuale anno in blucerchiato, così come estremamente simili sono le due punte nelle due esperienze dell’allenatore: Maccarone e Pucciarelli in Toscana, Quagliarella e Caprari a Genova, con le dovute proporzioni.

Un nuovo corso

Giampaolo non è un allenatore che chiede alla società nomi altisonanti, tanto meno degli sforzi economici fuori dal comune. Sa quel che vuole, e quando è convinto di una scelta difficilmente si tira indietro, a costo di rimetterci in risultati e in considerazione. Lo testimoniano le recenti dichiarazioni di Ferrero:

I numeri di Zapata? A volte strozzerei Giampaolo, ma è il prezzo da pagare per avere un allenatore del genere, la cui filosofia e l’identità di gioco vengono prima di ogni altra cosa. E quindi può capitare di perdere giocatori come Duvan, di cui tutti conoscevamo il valore.

È chiaro che – arrivati a metà della stagione – Giampaolo abbia preferito ad un ariete come Zapata una seconda punta di movimento/rifinitore come Gianluca Caprari, nome che ai più può sembrare imparagonabile vista la differenza di cifre, ma che per lo scacchiere del tecnico blucerchiato rappresenta una pedina fondamentale. Motivo per cui la similitudine con il tandem dell’Empoli proposta in precedenza sembra essere chiara, focalizzandoci sulle caratteristiche dei giocatori più che sul loro effettivo valore.

Esattamente come Pucciarelli, Caprari è un giocatore che ama non dare punti di riferimento agli avversari, svariando su tutto il fronte offensivo ed abbassandosi spesso e volentieri per permettere maggior fluidità alla manovra e garantendo l’inserimento delle mezzali negli spazi creati. A proposito di mezzali, Giampaolo è letteralmente innamorato di Dennis Praet, talento belga che ancora non ha mostrato tutto il suo talento ma che il tecnico non ha esitato a caricare di responsabilità facendogli indossare il #10 e investendolo di una pluralità di compiti in un ruolo “totale” come la mezzala. La stessa responsabilità di cui godeva Zielinski all’Empoli, che nonostante la sua discontinuità ha dimostrato più volte di essere un giocatore di livello superiore.

Princìpi

I principi-cardine della squadra di Giampaolo, di base, sono tre: possesso palla e palleggio nella metà campo avversaria, pressing ultra-offensivo e linea difensiva alta pronta ad accorciare il campo.

Una filosofia di gioco che richiede un grande dispendio di corsa, sincronismi collettivi ed un bagaglio tecnico/tattico ampio, motivo per cui – già dal reparto arretrato – Giampaolo ha preferito puntare su giocatori giovani con margini di crescita. Vedi i terzini Murru e Bereszynski, entrambi con ottima gamba ma dal piede importante, specialmente il primo, che quest’anno sta trovando una costanza nelle prestazioni davvero stupefacente, sottolineata da 4 assist. Terzini che sono in continuo dialogo con le mezzali del loro lato di riferimento, ed i cui meccanismi sembrano oggi essere automatizzati, dopo un normale rodaggio iniziale. In fase di possesso, i terzini per Giampaolo sono sostanzialmente delle ali aggiunte, con il compito ben chiaro di attaccare la profondità, regalare ampiezza e servire palloni agli uomini che accompagnano l’azione fin dentro l’area, come dimostrano i quasi 13 cross tentati a partita.

Per quel che riguarda i centrali, Giampaolo quest’anno può vantarsi di aver effettuato un upgrade, poiché Andersen e la coppia Colley/Tonelli, rappresentano una certezza più solida della strana coppia Silvestre-Ferrari, che a volte ha fatto soffrire i tifosi sampdoriani. Menzione particolare va data ad Andersen, il danese che già la scorsa stagione aveva fatto innamorare Giampaolo, lanciato proprio dal tecnico tra i titolari a fine anno e convinto che da lì a poco sarebbe diventato perno inamovibile della squadra, in grado di far dimenticare un centrale dalle grandi doti come Skriniar. Il ruolo dei centrali nelle squadre del tecnico di Bellinzona ha una doppia funzione vitale ai fini del gioco, rappresentandone la fonte principale per la costruzione dal basso. Dei circa 500 passaggi effettuati dalla Sampdoria, di cui ben l’85% vanno a buon fine, circa 165 vengono effettuati lateralmente e 168 in avanti, la cui totalità viene iniziata proprio dalla retroguardia, che si muove in perfetta sintonia con il mediano, in grado di essere ora un terzo difensore per garantire un’uscita pulita, ora un regista aggiunto per consolidare il possesso.

In fase di impostazione, infatti, il centrocampista centrale di Giampaolo arretra il suo baricentro per creare dei triangoli di costruzione con i centrali, permettendo la creazione di corridoi per le mezzali che si fanno trovare libere oltre la prima linea di pressione, o per il trequartista o la seconda punta che arretrano fino a centrocampo per velocizzare la manovra, costringendo i difensori avversari a stare molto alti, perdendo così i punti di riferimento. Molto meno utilizzato rispetto all’anno scorso è il lancio lungo per la punta, Zapata nel caso, sostituito in questa stagione da verticalizzazioni laterali (40 a partita) dettate dall’ampiezza creata dai movimenti interno/esterno delle punte, specialmente da quel signore lì, Fabio Quagliarella: il primo attore in grado di valorizzare l’intero lavoro della Samp.

Ma se il reparto arretrato sembra aver trovato quest’anno la sua giusta dimensione, tanto non si poteva affermare ad inizio stagione per il centrocampo, rappresentato in primis da Torreira, oggi all’Arsenal. Accennavamo in precedenza come Giampaolo non abbia bisogno di giocatori altisonanti per poter proporre le sue idee, bastano le caratteristiche giuste e la dedizione applicativa. In molti erano scettici quando fu annunciato Ekdal – ex Cagliari e protagonista di un Mondiale poco più che sufficiente con la Svezia – per rimpiazzare un talento di spessore internazionale come l’uruguagio, perlopiù all’ultimo giorno di mercato.

Eppure Ekdal sembra esser stato catechizzato in pochissimo da tempo dal tecnico blucerchiato, che ha trovato nello svedese un fedele soldato di cui difficilmente si priva (20 presenze, 18 da titolare). Ed è proprio il numero 8 della Sampdoria ad essere il filtro principale (49,5 passaggi a partita, l’85,4% a buon fine) della ragnatela di passaggi che gli uomini di Giampaolo creano per garantire un’uscita dal pressing, che il più delle volte si materializza con scambi veloci tra le mezzali e i terzini o con il trequartista che si abbassa per poi rischiare la giocata in verticale, con una media di ben 58 giocate nella trequarti avversaria.  Un modo spregiudicato di impostare la partita che mette la Sampdoria a rischio, scoprendola, ma che dà i suoi frutti sia a livello estetico che di profitto.

Per il trequartista invece, ruolo-chiave della Samp, Giampaolo si serve dell’alternanza continua tra Saponara/Ramirez, due giocatori che simboleggiano le occasioni perdute ma che con l’attuale tecnico blucerchiato sembrano poter estrarre la giocata dal cilindro da un momento all’altro, anche nei momenti topici, nonostante la loro discontinuità. Basti pensare alla punizione contro la Fiorentina o al tacco contro la Lazio. A loro spetta la maggior parte dei passaggi smarcanti (7,6 a partita) oltre che un contributo importante negli xG (1,45 a partita) avendo realizzato insieme 8 assist e 7 gol. Numeri confortanti, se non fosse per la testardaggine tipicamente sudamericana che affligge Ramirez, o la mancanza di fiducia nei propri mezzi con la quale convive Ricky Saponara.

Come terminale offensivo troviamo infine Fabio Quagliarella, la cui presenza sembra oscurare qualsiasi partner proposto, in grado di battere record su record e di migliorare invecchiando, come il più pregiato dei vini. In occasione dell’ultima doppietta contro l’Udinese, Giampaolo ha ordinato al suo staff di fare delle copie della partita per mostrare ai futuri giovani centravanti quali sono i movimenti perfetti dell’attaccante tipo, assist compreso. Il #27 blucerchiato ha realizzato 16 gol e 6 assist in 20 presenze, mettendo a referto 3,5 tiri in porta a partita ed effettuando ben 1,2 passaggi chiave, rappresentando l’uomo in più del team di Giampaolo, bandiera e leader di una piazza intera.

Infine, in fase di non possesso la Samp sfrutta la densità creata nel cono centrale del campo, dettata dal modulo, così da costringere il più delle volte gli avversari a tentare lo scivolamento sulle fasce o il lancio lungo, finendo però per cadere nella trappola del fuorigioco dettata da una linea difensiva allenata per essere pronta ad accorciare o scalare in qualsiasi situazione nella propria metà campo. Approccio che non sempre ha portato i suoi frutti, con una Sampdoria che ha subito 1,15 gol a partita, ed il cui numero di duelli difensivi tentati (72) non impatta altrettanto bene con la percentuale di quelli vinti, soltanto il 20%. Se poi si va ad analizzare i circa 13 tiri subiti a partita, ne verrà fuori un quadro chiaro che definisce come una determinata filosofia comporti numerosi rischi nel tentativo di essere applicata.

Rischi sì, ma anche la testimonianza di una filosofia di gioco chiara, codificata, che ha portato la Samp nella trasferta più difficile della stagione a sfiorare il pareggio a Torino che avrebbe meritato per volume di gioco e qualità delle occasioni create. Anche nel grafico si nota come il lato sinistro sia quello preferito per la costruzione (in giallo, via Understat).

Fin qui, la Sampdoria ha mostrato filosofia e numeri interessanti e, dopo il consueto periodo di rodaggio e calo – successivo ad un’iniziale imbattibilità frantumata poi in poche partite – sembra essere seriamente intenzionata a stupire chi crede che si tratti soltanto dell’ennesima illusione fragile. Può rappresentare effettivamente la vera sorpresa della Serie A? Forse sì, e dopo questa stagione le insistenti voci che hanno accostato Marco Giampaolo a club come Milan, Juventus ed Inter potrebbero tramutarsi in realtà.