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Quando penso a Radja Nainggolan mi viene in mente un video. Non si tratta di una raccolta dei suoi interventi a sradicare il pallone dai piedi dell’avversario, né di un suo gol particolarmente bello, anche se ne ha fatti, per un periodo più di qualcuno pensava che la numero 4 della Roma fosse indossata da uno dei centrocampisti più dominanti del panorama mondiale, però non è quel tipo di video che mi viene in mente. Bensì questo:

Cercando di isolare le parole di Nainggolan da quelle dell’esagitato tifoso romanista che millanta di amare il Ninja e di voler praticare autoerotismo dopo la conversazione con il suo idolo, la cosa che più mi colpisce guardando un momento di estrema spontaneità da parte di uno dei giocatori più significativi degli ultimi 5-6 anni di calcio italiano, è la totale mancanza di senso del reale.

L’opinione popolare accoglie con un certo rigetto la mitizzazione dei calciatori, assurti a eroi moderni lontani dall’immaginario del tifoso, racchiusi in questa bolla assoluta che riflette soltanto il lato sportivo e glamouristico della persona. I social hanno in qualche modo riavvicinato il tifoso al suo beniamino, anche se nel modo più impersonale e becero possibile e di conseguenza sono uno strumento ancora più denigrato dai nostalgici di quei momenti così intimi (che poi esistevano davvero? Vabbé, in questo caso non è importante) che un calciatore di qualche decade addietro consegnava all’immaginario della sua tifoseria. Ecco, questa è la prova, o meglio l’indizio, che la nostalgia genera mostri.

In quel video Nainggolan è totalmente senza filtri, l’impavido tifoso romanista si spinge addirittura a chiedergli di bersi una cosa insieme, come fossero amici di vecchia data, perché tanto il Ninja odia la Juventus e garantisce che un trofeo per arricchire la bacheca della Roma arriverà sicuramente. Il trofeo non è arrivato, la Juve ha continuato a vincere e il Ninja ovviamente se n’è andato. Mai affezionarsi a un calciatore, specialmente se esterna opinioni o comportamenti che trasudano amore per i colori che indossa. Non che nella Roma giallorossa si siano strappati i capelli; quello che Nainggolan poteva dare alla causa romanista lo ha speso fino all’ultima goccia di sudore (e di talento mi verrebbe da dire), l’impatto di Zaniolo sulla squadra giallorossa ha ribaltato gli equilibri dello scambio, però quel video è la dimostrazione di quanto sia evanescente la realtà di un calciatore vista dall’esterno.

Nainggolan

Con “esterno” non si intende soltanto il colorito mondo della tifoseria, ancora restio ad accettare che il calcio sia un business da miliardi di euro e che di conseguenza i giocatori sono professionisti che valutano le opzioni lavorative in base a numerosi fattori – tra i quali c’è anche il desiderio di rimanere con la stessa maglia per tutta la carriera, ma quasi mai è un fattore preponderante -, bensì anche quello degli operatori del settore. Tecnici, direttori sportivi, osservatori, hanno sicuramente un quadro molto più esaustivo di chi scrive e di chi legge ma reclutare un profilo professionale in base al suo curriculum è molto più semplice che decidere di spendere un’ingente quantità di denaro per assicurarsi le prestazioni sportive di un ragazzo che, nella stagione precedente, si è comportato, secondo una serie di parametri per lo più soggettivi, meglio degli altri.

In questa fase del processo, cioè scegliere o meno di investire in un calciatore, dovrebbe palesarsi l’abilità di un osservatore o di un direttore sportivo nel capire perché quel giocatore ha reso così con quella squadra e perché renderà di più o di meno con un’altra. Difficile vero? Senza dubbio, eppure ci sono delle valutazioni oggettive che possono essere fatte da tutti, valutazioni che tuttavia implicano un forte ancoraggio alla realtà, a quella che dovrebbe essere la realtà e che invece per Nainggolan, semplicemente, non lo è.

Quando l’Inter (squadra per cui l’autore tifa, onde evitare fraintendimenti) ha ufficializzato la firma del giocatore belga per 24 milioni più i cartellini di Santon e Zaniolo mi è tornato in mente quel video, e mi è tornato in mente anche nelle ultime settimane quando le prestazioni di Nainggolan stavano semplicemente rispecchiando la realtà di un giocatore che, senza troppi giri di parole, ha già dato tutto il possibile al mondo del calcio. Attenzione, non si vuole asserire che la carriera di Nainggolan sia finita; probabilmente continuerà a giocare per altri quattro/cinque anni, verosimilmente in una realtà diversa da quella nerazzurra, con meno pressioni sportive e mediatiche. Tuttavia, l’impatto che l’ex Roma e Cagliari avrà da qui alla fine della sua carriera sarà incredibilmente inferiore a quello che aveva due/tre anni fa.

Nainggolan

Non c’è nemmeno troppo da sorprendersi se un giocatore che faceva dell’esplosività e dell’atletismo le sue armi migliori, inizi una lenta ma inesorabile discesa raggiunti i trent’anni. Allora perché una società con ambizioni di vertice come l’Inter ha deciso di puntare su un profilo simile? Senso della realtà. Manca a Nainggolan ma soprattutto alla narrazione intorno a Nainggolan, ancora dipinto come “Er Ninja”, l’uomo mai stanco, il trequartista moderno. Diamo un po’ di numeri (le statistiche sono prese da Whoscored e tengono conto soltanto delle partite di Serie A).

Nella stagione 2017/18 Naniggolan ha calciato verso la porta due volte a partita, secondo peggior dato da quando è alla Roma, ha completato 1,6 tackle e compiuto 0,6 intercetti a partita, peggiori dati in carriera se si esclude la stagione attuale. Tra i passaggi sbagliati e le palle perse i 3,8 palloni regalati agli avversari a partita sono per distacco il peggior dato in carriera, così come i 39,3 passaggi a partita sono una mole di gioco superiore solo a quella che sta producendo con l’Inter e quella relativa alla prima stagione a Cagliari. Cifre che non spiegano fino in fondo la vicenda, poiché lo scorso anno Nainggolan ha anche ritoccato il suo personale record di assist (9) e di key passes (1,9 a partita, solo Kolarov creava di più nella Roma), tuttavia aiutano a creare una prospettiva di quello che sarebbe potuto accadere una volta trasferitosi a Milano. La realtà però rimane un qualcosa di evanescente, specialmente nel calcio, e allora ecco che la presenza di Spalletti è l’alibi perfetto a giustificare un acquisto totalmente fallimentare.

Nainggolan

Con il tecnico di Certaldo in panchina, Nainggolan ha espresso il suo miglior calcio in assoluto, su questo c’erano pochi dubbi. Qualche dubbio in più sarebbe dovuto venire dopo aver visto l’Inter con Rafinha in campo, un giocatore molto diverso da Nainggolan, che era risultato il fit ideale per il gioco dei nerazzurri. Considerazioni con il senno di poi, ci mancherebbe, però valutazioni che meritano di essere indagate altrimenti ci si appiattisce sull’idea che una squadra come l’Inter ha problemi cronici irrisolvibili. I problemi ci sono ma non sono irrisolvibili e sicuramente non dipendono esclusivamente da Nainggolan, il quale però ha dei problemi cronici, giustificabili (nel senso di comprensibili) dall’età e dalla difficoltà di calarsi in un contesto molto diverso da quello della Roma, ma comunque deleteri in relazione a quello che un giocatore per il quale è stata investita una cifra simile dovrebbe dare sul campo.

Quel lottatore instancabile di cui tutti hanno memoria attualmente è il 277esimo giocatore per chilometri percorsi a partita. Le statistiche della Serie A non tengono conto dei cosiddetti small sample (quei giocatori che hanno troppi pochi minuti giocati per essere valutati in qualsivoglia classifica), eppure se paragonato ai 12,1 chilometri a partita corsi da Brozovic, leader di questa graduatoria, il dato del belga – fermo a 8,9 – fa un certo effetto.

Questi ragionamenti erano lapalissiani anche a giugno? No, assolutamente no, ma rimane il fatto che il calcio ha un problema a dialogare con la realtà, perché Zaniolo ad oggi vale più di quello che era stato valutato in estate (e per la qual cifra si era gridato al raggiro contabile), eppure nessuno in casa Inter sembrava disperato di perdere un profilo di questo tipo perché nessuno evidentemente sapeva che profilo fosse. Prima di provare a trarre delle conclusioni circa un discorso che non si presta a risposte definitive e perentorie, c’è un altro video in cui la realtà incontra il suo opposto: il video più famoso cn protagonista Radja Nainggolan.

Un calciatore è libero di fare quello che vuole della sua vita privata, tuttavia, nell’epoca in cui viviamo, pensare di bestemmiare in diretta Instagram, ubriaco, mentre giochi a paddle, senza che ciò abbia una ricaduta sulla tua figura è obiettivamente impensabile. La legge italiana punisce la bestemmia (in realtà solo un certo tipo di bestemmia, ma sorvoliamo) e Zona Cesarini non si assume la responsabilità di avallare tale comportamento, ma nell’idea dell’autore la bestemmia conta zero. Conta piuttosto la percezione che ha Nainggolan di quello che lo circonda, come se quella diretta non tornerà a tormentarlo nei giorni futuri, come se dire a un tifoso che sicuramente la Roma vincerà un titolo con nessun argomento a sostegno di tale tesi sia una roba anche lontanamente accostabile alla normalità.

Non c’è realtà in tutto ciò, c’è la percezione di una realtà in cui Nainggolan vive e sul campo si vede perfettamente che la sua mente vorrebbe fare delle cose che semplicemente non esistono o non esistono più per il tipo di calciatore che è diventato. Non si chiede a lui di avere una consapevolezza di sé così elevata, piuttosto sarebbe importante che chi decide di investire su di lui non si faccia condizionare da quella che sembra la realtà ma non lo è. Guadare il primo video sarebbe quantomeno servito a capire che la realtà, nel mondo di Nainggolan, non c’è, non esiste, per un giocatore che comincia ad avere dei limiti fisici è una cosa gravissima che probabilmente, nella stanza dei bottoni nerazzurra, non è stata minimamente indagata.

Nel calcio parlare di pura oggettività è quasi impossibile, anche con le più moderne tecnologie e i migliori algoritmi sviluppati, il calcio rimarrà sempre uno sport episodico. Il massimo che un allenatore o un direttore sportivo può fare per ridurre la casualità al minimo è scegliere i migliori giocatori da schierare e da avere in rosa. Se questo è vero, e penso che lo sia, Nainggolan già in estate non era un profilo in grado di rendere l’Inter una squadra migliore, bensì un tassello che nessuno sapeva come si sarebbe incastrato, un lancio di moneta in cui la percentuale che uscisse il fallimento era molto più alta rispetto a un eventuale successo. Questa è la realtà e come tale non spiega niente, ma almeno c’è, esiste, non è evanescente; e in qualsiasi analisi, per quanto soggettiva e contestabile, va studiata per avere un disegno il più possibile accurato della situazione.