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Uno dei difetti più grandi della società dei nostri tempi, nonché effetto collaterale ed indesiderato del vertiginoso e pericolosamente incontenibile sviluppo dei social network, è quello di sentirsi in dovere di emettere sentenze su qualsiasi argomento, che sia di propria pertinenza o meno, ma soprattutto fermandosi all’apparenza e alla supposizione che i dati a propria disposizione siano sufficienti per giudicare, senza informarsi a dovere o cercare spiegazioni un po’ più a monte.

Quello che fino a qualche anno fa si diceva tra amici, magari dopo qualche bicchiere di troppo, ora viene scritto senza filtri e con una preoccupante noncuranza sul web, con la netta convinzione che al popolo della rete possa interessare il proprio parere a riguardo. E il calcio, da sempre argomento topico in questo genere di discussioni, non si può di certo esimere da questi tristi siparietti.

Allenatori che non capiscono niente di calcio, presidenti che non sganciano un euro, direttori sportivi che sbagliano acquisti e che spendono milioni per dei bidoni. Ma soprattutto giocatori pagati fior di quattrini che non rendono come dovrebbero, ignorando il fatto che noi semplici spettatori li vediamo all’opera solo un paio d’ore alla settimana e che un rendimento sotto le righe può essere probabilmente dovuto ad aspetti di vita privata dei quali non siamo – giustamente – a conoscenza. I fattori possono essere molteplici: un infortunio che non si è voluto rendere pubblico, un avversario particolarmente preparato che ne ha studiato minuziosamente tutti i movimenti, la sfortuna – sì, bisogna tener conto anche di quella – o delicati problemi famigliari che giustamente vengono tenuti il più lontano possibile dai riflettori dei media. Ma soprattutto non bisogna commettere l’errore di considerare l’aspetto psicologico meno di quanto in realtà dovremmo.

Perché senza testa le gambe non girano e – a meno che non si stia parlando di un fenomeno – quando la spina è staccata, tutto è buio. Tanti giocatori fanno della capacità di incanalare tutte le energie nervose il loro punto forte, soprattutto quando le qualità tecniche a disposizione non sono eccelse, mentre tanti altri hanno un talento naturale che non riescono ad esprimere come vorrebbero, o quantomeno metterlo in mostra con continuità. E in questo lungo elenco, tra le figure più emblematiche c’è sicuramente Felipe Anderson.

Quel Felipe Anderson che a tratti ha dimostrato di essere meritevole di una maglia da titolare in un qualsiasi top club europeo, ma che la partita successiva ha mandato in campo la controfigura militante in Lega Pro. Che in certi match ha fatto sbarrare gli occhi a chiunque lo stesse ammirando, ma che è riuscito a far ricredere tutti la settimana successiva. Al termine di un lungo brain-storming sul perché di questo indecifrabile andamento altalenante, è impossibile non ricadere nell’ambito psicologico, in quel remoto angolo della psiche capace di accendere e spegnere a piacimento – e apparentemente senza un valido motivo – l’interruttore del talento.

Oggi Felipe, correndo su e giù per la fascia del nuovo London Stadium, sotto una pioggia di bolle di sapone e con un’insolita maglia numero 8 granata, sembra aver finalmente trovato il posto giusto per esprimere le proprie caratteristiche al meglio e le prestazioni sempre ben oltre la sufficienza ne sono la prova. Sicuramente non perfette, ma quantomeno più continue e meno altalenanti. Sembra che l’Io di Felipe sia riuscito nell’arduo compito di bilanciare Es e SuperIo, trovando un equilibrio che mai prima d’ora aveva raggiunto, quasi sicuramente per colpa delle grandi aspettative riposte in lui e puntualmente disattese. Ma attenzione, perché il ricciolone di Brasilia ha illuso più volte il pubblico e ormai potrebbe non credergli più nessuno.

In scioltezza.

Le prime grandi aspettative risalgono agli albori della sua carriera, quando sull’altra sponda dell’Atlantico confezionava giocate sensazionali in società con quello che per lui è stato (ed è tuttora) un grande amico prima che un compagno di reparto offensivo: Neymar da Silva Santos Júnior. I due hanno giocato assieme nel Santos dal 2010 al 2013, regalando una Libertadores al club Paulista a ritmo di futebol bailado, prima di affrontare il grande salto verso il calcio europeo, e fa specie pensare che ai tempi un gran numero di osservatori si affrettavano dall’Europa per andare a visionarlo e che gli stessi avrebbero scommesso sul suo futuro piuttosto che su quello dell’astro nascente diretto verso Barcellona.

Dicevamo delle prime aspettative: vero che i due hanno giocato assieme per tre anni, ma va sottolineato che durante i primi due Felipe rivestisse il ruolo di “sostituto” di Ganso, facendo intravedere comunque tutto il suo potenziale ogni qualvolta venisse chiamato in causa. Ed è per questo che, quando nel 2012 Ganso rifiutò la corte del Milan ma decise comunque di trasferirsi nella vicina San Paolo, sul neo #10 si riversarono tutte le aspettative di chi era sicuro che gli sprazzi di talento messi in mostra saltuariamente per “colpa” del suo limitato impiego, sarebbero diventati una dolce abitudine. Sbagliato. Ma nonostante i primi sintomi di altalenite cronica, Felipe parte per l’Europa, prendendo una di quelle famose strade che alla fine portano sempre a Roma.

Risultato: 18 mesi disastrosi durante i quali scende in campo pochissime volte e segna la miseria di due gol, uno in Europa League contro il Legia Varsavia e uno in Coppa Italia contro il Varese. O meglio, disastrosi per quello che abbiamo potuto vedere noi spettatori, perché i giocatori della Lazio di quel tempo parlano di un Felipe Anderson straripante ed imprendibile in allenamento, una forza della natura che compieva con estrema facilità giocate tutt’altro che scontate; a riprova del fatto che quello che vediamo in tv o allo stadio la domenica non è nulla in confronto a tutto quello che sta dietro le quinte della vita – e nella testa – di un calciatore. Una minuscola punta di un iceberg gigantesco.

Poi la svolta: in un freddo pomeriggio di inizio dicembre del 2014 oltre al risultato contro il Parma al Tardini, Felipe riesce finalmente a sbloccare quel misterioso qualcosa che lo frenava tutte le volte che doveva scendere in campo. Da quel giorno gioca e corre a dieci centimetri da terra e inizia a ripetere in partita quello che fino a quel momento riusciva a fare solo a Formello. Le giocate e i movimenti sembrano naturali e spontanei e Felipe appare più leggero e spensierato, tant’è che in quella e nelle successive tre partite infila quattro gol e quattro assist, mettendo quindi la firma su otto gol in quattro match. Da quel 7 dicembre la carriera di Felipe Anderson torna sui binari dai quali era partita, riuscendo a recuperare un deragliamento che sembrava ormai irrecuperabile.

La stagione 2014/15 si conclude con 37 presenze e 11 reti mentre in quella successiva Felipe è il più utilizzato dell’intera rosa biancoceleste, con un ruolino di 47 presenze condite da 9 gol e una valanga di assist. Non male per uno già etichettato da tempo come “bidone”. A 23 anni il trequartista brasiliano sembra finalmente sulla strada giusta, quella che, nonostante la ripida salita iniziale, lo porterà a rispettare le grandi aspettative riposte in lui fin dai tempi del Santos.

All’inizio della stagione 2017/18, però, la sua parabola torna ad inciampare e il suo volo perde quota vertiginosamente. Felipe non scende in campo e nessuno sa perché. Inizialmente si parla di un infortunio non ben identificato che lo dovrebbe tenere fermo ai box per un mese, ma di Felipe Anderson non c’è traccia nemmeno ad autunno inoltrato. I tempi di recupero si allungano di settimana in settimana e la scarse comunicazioni riguardanti il suo infortunio – che nel frattempo si è rivelato essere una tendinopatia cronica all’adduttore – destano troppi sospetti e in tanti arrivano a pensare che quella dell’infortunio sia una scusa per cercare di coprire un problema più grave; forse personale, forse di famiglia. Ad ogni modo la situazione è talmente surreale che qualcuno arriva addirittura a sostenere che il numero #10 sia caduto nel tunnel della droga.

Il calvario del brasiliano finisce il 7 dicembre, con il rientro in campo in Europa League, ma Felipe sembra trascinarsi in campo gli strascichi di quello che a tutti gli effetti si può definire il periodo più buio e misterioso della sua carriera. Durante le prime settimane che seguono il suo rientro, sembra il lontano parente di quel calciatore in rampa di lancio giunto finalmente sull’estremità del trampolino, pronto a spiccare il volo. Appare lento, impacciato e incapace di riprodurre quelle fiammate improvvise che avevano sempre contraddistinto le sue giocate. Pian piano si riprende, ma è evidente come, anche in questo caso, l’infortunio lo abbia frenato tanto fisicamente quanto psicologicamente, tanto da dare l’impressione di aver perso consapevolezza nei propri mezzi.

Quando il campo si inclina e diventa un trampolino per lo show in conduzione palla di Felipao.

Tuttavia il venticinquenne di Brasilia sembra riprendersi anche da questa brusca frenata e a fine stagione arrivano offerte da tutt’Europa. Felipe decide che, per il bene suo e del suo calcio, è giunta l’ora di cambiare aria e firma per il West Ham. Ancora niente salto di qualità: una squadra più o meno al livello della Lazio, un gradino sotto a quelle nelle quali ci si aspettava avrebbe giocato, ma – almeno per il momento – la scelta giusta, come testimoniano le 33 partite giocate finora, con tanto di 9 gol e 4 assist. E come ci dicono anche i numeri complessivi dei vari aspetti del suo gioco, corroborati dalle statistiche avanzate.

L’andamento altalenante della carriera di Felipe Anderson è curioso e merita più di un approfondimento, per cercare di capire i motivi di tutti questi alti e bassi. Sicuramente la risposta alla sua poca continuità non è da ricercare nel contesto tattico: Felipe Anderson, infatti, ha dimostrato di accendere e spegnere la luce ad intermittenza sia in un 4-3-3, che in un 4-2-3-1, che in un 3-5-2. Che fosse sulla destra o sulla sinistra piuttosto che dietro la punta o qualche metro arretrato a tutta fascia, ha alternato prestazioni eccellenti a partite insufficienti indistintamente dal ruolo ricoperto e dalla fascia di competenza, dimostrando – alle volte – l’invidiabile qualità di trovare spazio alle giocate laddove di spazio non ce n’è.

Il destino di Felipe Anderson è quello di essere perennemente rincorso e tormentato dalle aspettative riposte in lui: da giocatori del suo calibro ci si aspetta sempre qualcosa di grande, per il semplice fatto di aver dato più volte prova di esserne in grado; un po’ come quegli studenti brillanti ma svogliati che hanno dimostrato di saper prendere 30, ma si accontentano di un 24.

Ci si aspetta di vederlo sempre elegante, senza mai un elemento di disordine, eccezion fatta per i ricci incolti. Ci si aspetta che riproponga con continuità le sue serpentine rapide e letali che tagliano in due le linee avversarie in un battito di ciglia e inclinano il campo come se corresse in discesa, con le mani sempre nascoste dentro a maniche troppo lunghe tenute strette tra le dita. Ci si aspetta che ragioni sempre in velocità, una frazione di secondo prima degli avversari, sempre con quel volto monoespressivo che sembra non traspaia emozioni, ma che in realtà nasconde tutte le debolezze ed insicurezze del suo peculiare carattere. Ma soprattutto ci si aspetta che tenga sempre la luce accesa, perché a forza di giocare con l’interruttore si corre il rischio che la lampadina si bruci definitivamente.