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Rodrigo Palacio ha compiuto 37 anni lo scorso 5 febbraio: un’età fuori scala per un atleta, un’esagerazione per un calciatore di Serie A chiamato a trascinare un’intera squadra regalando giocate efficaci e deliziose verso l’obiettivo finale di una salvezza che, per l’intera città di Bologna, sembrava quasi compromesso fino a poche settimane fa. La terza età calcistica di Rodrigo Palacio sembra quella di un campione dimenticato, di un underdog suo malgrado, destinato al riconoscimento postumo o all’agiografia nostalgica – come accade nelle migliori narrazioni social contemporanee – e che, contrariamente alla logica comune, continua a regalare sprazzi di classe e una continuità di rendimento degne dei suoi migliori anni italiani.

Perché il minimo comun denominatore della radiosa terza età agonistica del Trenza è in realtà da ricercare nella sua modernità di approccio al gioco, che si materializza in campo assorbendo un set di compiti oltremodo vasto e completo: dal falso nove all’enganche offensivo, passando per i ripiegamenti e le conduzioni palla di un esterno a tutto campo. Il repertorio che Palacio sta mostrando con continuità sorprendente negli ultimi mesi è quanto di più moderno si possa chiedere oggi ad un attaccante. Un modus operandi che stride con la semplicistica etichetta – per quanto veritiera – di giocatore di classe: Palacio è anche un giocatore dalla cifra tecnica elevata e dal rapporto stretto – quasi sexy – col pallone, ma è soprattutto un calciatore totale, capace di caricarsi sulle spalle e su un fisico fuori dall’ordinario per capacità aerobica e resistenza allo sforzo le sorti di un’intera squadra. Dimostrando una personalità e un’aderenza alla causa collettiva che ha del miracoloso, soprattutto se rapportata alla posta in palio: una complicata salvezza col Bologna.

Poter assistere oggi alle partite del Trenza riporta la mente indietro, generando ricordi collegati al contesto di riferimento: Di Vaio, Baggio, Signori, campioni o grandi giocatori che condividono con l’argentino un percorso simile, quello del passaggio rigenerante in età avanzata sul prato del Dall’Ara. Come se nell’aria di Bologna fluttuasse una bizzarra miscela invisibile agli occhi capace di ringiovanire grandi attaccanti con un passato glorioso che, però, non hanno ancora chiuso i conti con la propria esperienza in Italia, decisi a dar sfogo all’ultimo scampolo di talento spingendolo oltre il limite del senso comune. In altre parole, le probabilità di salvezza di una piazza media come Bologna sono oggi demandate alle giocate e al rendimento di un 37enne atipico.

Quello che colpisce nel suo gol più bello dell’anno è la semplicità con cui si muove effettuando sempre la scelta giusta: destro, sinistro, sinistro, destro. Sacca di spazio conquistata e colpo di classe sotto il sette.

Atipico come il suo modo di vivere il calcio: mai un comportamento sopra le righe, mai al centro di polemiche o episodi discutibili dentro e fuori dal campo, assente dai social, apprezzato in ogni stadio d’Italia. L’identikit del Trenza ricalca a grandi linee a quello di campioni del recente passato che hanno saputo unire più piazze e più tifoserie, entrando nell’immaginario collettivo degli appassionati italiani con discrezione e charme, per divenire un vero e proprio giocatore di culto, perfino iconico, grazie anche alla sua inconfondibile treccia demodé che sembra fuoriuscire direttamente da un caleidoscopio pop di fine anni ’90.

Ma se le qualità umane del #24 rossoblu non sono mai state oggetto di discussione, meno si può dire della sua centralità nel progetto tecnico dell’ultimo anno e mezzo bolognese: arrivato con le stimmate della vecchia gloria pronta a mettersi a disposizione part-time e a divenire un affascinante back-up per attaccanti scostanti e riottosi come Mattia Destro o ad agire da vecchio saggio per giovani alla disperata ricerca del proprio micro-cosmo agonistico come Di Francesco e Orsolini, Palacio ha rapidamente sparigliato il tavolo da gioco che lo vedeva come un underdog per ergersi a punto di riferimento focale dei rossoblu. Soprattutto in questa stagione l’attaccante di Bahia Blanca sta dimostrando come il lavoro e le fortune di Mihajlovic passino in gran parte dalla sua magnetica capacità d’influenza sul gioco.

“Già al Boca mi fece godere, disegnava calcio, attaccava, difendeva e saltava l’uomo, tirava in porta; era un piacere vederlo per come si muoveva. Quelli come lui non hanno età.” (Roberto Baggio al Corriere dello Sport

Onestamente non so in quanti possano vantare un virgolettato del genere da parte di un uomo schivo, che soppesa minuziosamente gli aggettivi e solitamente privo di slanci umorali quale è Roberto Baggio, tanto che la frase rilasciata durante un’intervista al CdS due settimane fa sembra quasi non appartenere al vocabolario del Divin Codino. Eppure, questo Palacio crepuscolare è riuscito a far sbottonare – e scomodare – perfino una leggenda refrattaria a certe dichiarazioni come Baggio. Un’investitura che è arrivata all’indomani della più importante vittoria dell’anno, quella per 3-2 all’Olimpico di Torino contro la squadra di Mazzarri, un altro personaggio sui generis su cui el Trenza ha lasciato il segno.

“Palacio sembrava un giocatore di un altro pianeta. Se Rodrigo sta così, questo è un campione. Da lui è partito tutto, sempre.” Mazzarri nel post partita analizza lucidamente la partita e le abilità di Palacio, apparendo quasi inerme e sconfortato, più che arrabbiato, di fronte alla prestazione sontuosa del Trenza.

A corroborare la primavera radiosa dell’argentino non ci sono soltanto i punti ritrovati del Bologna di Mihajlovic, reduce da 3 vittorie in fila e in pieno slancio per un posto al di fuori delle sabbie mobili della zona rossa della retrocessione, ma anche i numeri e le statistiche che ci aiutano a fotografare la maturità, la versatilità e le numerose dimensioni di gioco che Palacio racchiude nel suo calcio al pari di un’opera d’arte stratificata, ricca di sfaccettature e diversi piani di lettura.

Palacio heatmap

La heatmap di questa stagione: regnare su tutti i territori conosciuti.

Se la produzione media di xG per partita si ferma a 0,25 – in una squadra che ha appena 27 gol fatti all’attivo con la media dei tiri in porta migliore solo di quella del Chievo – il 77% di pass accuracy su 28 passaggi a partita insieme a 1,3 passaggi chiave e 2,2 dribbling riusciti a match, ci forniscono l’istantanea di un attaccante efficace, versatile, intelligente nelle giocate e sovra-produttivo rispetto al contesto di riferimento; se a questa sfera aggiungiamo quella dei 2,5 falli subiti, 1,5 duelli aerei vinti, di 1 contrasto vinto e 0,9 falli fatti all’interno di una media di 10,752 chilometri percorsi a partita all’età di 37 anni – tra i primi 40 della Serie A, secondo assoluto in campionato tra gli attaccanti dietro ad Insigne e sopra Piatek – quello che ci troviamo davanti agli occhi è una sorta di piccolo miracolo fatto di abilità e forza, ancor prima mentale che fisica.

Voglio dire: è normale pressare con questa intensità e ferocia alla sua età? Un approccio al gioco non solo efficace sul campo, ma da vero leader emotivo.

Protagonista un’inaspettata fioritura primaverile, sorprendente e bella come i fiori in aprile, quella che stiamo ammirando è forse l’ultima manifestazione più sincera di un talento multi-dimensionale, di un attaccante singolare quanto affascinante, di un leader per difetto che dimostra quanto nel calcio contemporaneo applicazione ed aderenza ai dettami collettivi, intelligenza, altruismo, tecnica di base e professionalità possano ancora fare la differenza tra l’essere ricordato come l’emblema-pop dell’ennesima impresa calcistica in provincia o un ex campione al crepuscolo cosparso da una patina di malinconia. Ma, arrivati a questo punto, sappiamo già a quale dei due racconti apparterrà la figura cult di Rodrigo Palacio.