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Perché decine di migliaia di persone di ogni età e provenienza, ogni settimana, si recano a guardare squadre che raramente si avvicinano a realizzare qualcosa di simile alle loro ambizioni, e a volte possono a malapena essere criticate fosse solo per rivendicare le proprie aspirazioni troppo spesso disattese? Perché tante persone spendono così tanta energia, tempo e sempre più denaro in un esercizio di emotività spesso frustrante e progressivamente sempre più lontano da una dimensione di vicinanza tra tifoso/appassionato e club di riferimento? A chi e a cosa appartiene, oggi, il calcio?

Nel 2019, i tifosi si arrabbiano e contestano in tempo reale, ma la disillusione e il distacco emotivo richiedono molto tempo per attecchire e maturare nelle pieghe di una passione, mentre i social danno pubblico sfogo alle istanze e alle frustrazioni che un tempo erano limitate ai bar, ai pub, alla piazza – ad ogni luogo cittadino reputato alla socialità – spesso ingigantendo e imbarbarendo la dimensione comunicativa di un singolo messaggio verso qualcuno o qualcosa relazionato ai propri colori. E la disillusione è forse il concetto-chiave per capire il fenomeno-Bielsa e il Leeds all’indomani del clamoroso gesto di fair-play tra gli Whites e l’Aston Villa. I tifosi ad Elland Road sono precipitati da una media di quasi 40.000 nel 2002/03, la stagione successiva alla semifinale di Champions, a circa 21.500 nel 2016; c’è stata poi una piccola quanto illusoria ripresa nel 2017, ma quello che è successo in questa stagione è un salto di qualità concettuale che si può ricollegare soltanto all’inatteso e bizzarro sbarco del Loco nello Yorkshire con il suo carico di 34.450 spettatori medi a partita. In altre parole, Marcelo Bielsa ha regalato a tutta Leeds qualcosa in cui credere e riconoscersi ancora.

Quello che è successo contro l’Aston Villa ieri pomeriggio, quando il Loco ha ordinato alla sua squadra di far segnare un gol per pareggiare l’1-0 segnato da Klich in un momento surreale, andando semplicemente contro lo spirito del gioco, cementerà per sempre la sua leggenda nello Yorkshire.

Commedia dell’assurdo e gazzarra epica vol. I

Una vittoria avrebbe mantenuto vive le speranze del Leeds per una promozione diretta, a dire il vero molto complicata (3 punti e 13 gol di differenza reti in sfavore rispetto allo Sheffield, secondo, a una giornate dalla fine). Ma quella contro i Villans era comunque una partita che contava. Il gesto del Loco, tranchant e spiazzante – come nella migliore delle tradizioni narrative dell’allenatore rosarino -, ha avuto delle dirette conseguenze che non si possono cancellare con un colpo di cimosa né tantomeno ingigantire con una narrazione ultra-romantica, propinata a più riprese su vari media italiani anche a costo di distogliere dalla realtà fattuale delle cose (si è addirittura titolato “Premier League regalata”, alla ricerca di un sensazionalismo stucchevole e falso ma sempre a portata di clic-baiting e condivisioni facili).

Ma l’interrogativo interessante, oggi, è: e se Bielsa non avesse ordinato di subire quel gol? Ci sarebbe stata una condanna da una buona parte della tifoseria white, sarebbe diventata in tempo reale l’onta – o l’hashtag – da veicolare attraverso tutti i media e che avrebbe, senza ombra di dubbio, lasciato in eredità una posizione scomodissima, infangante, per allenatore e club. Oltre a una deliziosa e corrosiva immagine: una leggenda brit come John Terry, vice-allenatore dei Villans, fuori di sé a bordo campo, pronto a scagliarsi sul Loco in uno stadio ormai fuori controllo da un punto di vista emotivo. Stavolta il fair-play, parola troppo spesso relegata a simulacro intoccabile ma svuotata di ogni reale significato alle nostre latitudini, ha agito ancor prima dei protocolli e delle singole interpretazioni arbitrali necessarie per ordinare di lanciare la palla fuori in caso di giocatore ferito o colpito alla testa; in questo caso, la decisione quasi surreale di Bielsa è da annoverare nella sfera concettuale del ‘buon senso’ applicato al contesto di riferimento – una rissa difficilmente sedabile si era appena scatenata e alcuni giocatori dalle panchine erano entrati sul terreno di gioco -, e a quella dello spirito sportivo anglosassone, plasticamente rappresentato da quel “Fair! Fair!” urlato con sollievo e gioia da John Terry verso Bielsa. Insomma Bielsa, da filosofo tattico dall’aura romantica degna di un personaggio dello Sturm und Drang, ha preferito non vincere in questo modo: avrebbe segnato per sempre la sua immagine di hombre verticál e, soprattutto, avrebbe (ri)consegnato al mondo il maledetto United: il Leeds quale squadra effige dell’antisportività, del risultato a tutti i costi.

L’espressione di Terry, il confabulare nervoso e i gesti plateali di Bielsa, l’incredulità mista a speranza dell’arbitro, il brusìo e i fischi di Elland Road, lo stupore reale dei telecronisti e la rabbia dell’unico giocatore contrario alla mossa estrema di fair play: il difensore Jansson. In un minuto c’è il materiale emotivo per un tv drama a firma HBO.

Perché Bielsa è una personalità testarda, a volte sprezzante e chiusa verso l’esterno: come uno di quei pensatori sofferenti che manifestano nel proprio agire un afflato di misantropia; ma cosa avrebbe potuto vincere, se avesse compromesso il suo stile e la sua fama di uomo estremo nei gesti così come nell’umanità? Bisogna inoltre sottolineare come questa stagione abbia seguito il tipico tragitto curvilineo à-la Bielsa: la creazione del modello, l’entusiasmo, l’inizio roboante e gli ultimi tre mesi di incertezze e sgonfiamento della sua macchina tattica sovralimentata. Eppure, le statistiche mostrano che il Leeds corre tanto ora come in agosto, ma non è l’unica misura della fatica a cui Bielsa sottopone i suoi giocatori.“Il suo è un metodo che può generare un certo livello di stanchezza. Non è solo stanchezza fisica, ma stanchezza mentale ed emotiva. Perché il livello competitivo ed applicativo delle sue idee è così alto che diventa difficile tenerlo costante dopo qualche mese”, ha dichiarato recentemente Barry Douglas, difensore del Leeds.

Ma proprio questa testardaggine, questa visione estrema e senza compromessi portata più volte al parossismo, è il motivo per cui Bielsa è così raccontato, amato, perfino denigrato: un uomo oggetto di un culto pagano, forse l’unico allenatore sudamericano ad esserlo in tutto il mondo, almeno in tempi recenti. Già dopo meno di un mese dall’annuncio di Bielsa come manager del Leeds, infatti, l’aria in una città frustrata dalle delusioni messe in fila negli ultimi anni era diventata contagiosa, le presenze ad Elland Road impennate insieme al dato di vendita degli abbonamenti, quando tutto quello che il Loco aveva fatto era stato far raccogliere ai suoi giocatori i rifiuti intorno al centro sportivo per fargli capire quanto fossero privilegiati rispetto ai propri sostenitori. Ma anche le sue dichiarazioni pubbliche – costantemente scandite dal suo inseparabile alias: il professore/traduttore Salim Lamrani – erano intrise di un senso d’integrità, di una visione etica alta. Bielsa non è solo un allenatore eccentrico, visionario e quasi autistico nelle conoscenze del gioco, ma è anche un’entità morale definita, netta, inossidabile.

E all’interno di un ambiente etero-diretto dal diktat di generare più soldi, introiti e fatturato nel minor tempo possibile, Bielsa sposta la visione generale verso quella di un club come rappresentante di una città e della sua gente; qualcosa di più di una sfilata di atleti che giocano, segnano e pubblicano contenuti per veicolare traffico e attenzioni sui propri social, magari in attesa del prossimo rinnovo contrattuale. Bielsa comprende le dinamiche del tifo, quella passione primordiale che è alle fondamenta del contesto del gioco; sa cosa significa quando una squadra di calcio fa parte di un patrimonio sociale, di un’identità collettiva. In questa scala di valori perpetrata costantemente nella sua altalenante carriera attraverso scelte spiazzanti – città e club spiccatamente popolari e dal forte valore identitario come Bilbao, Marsiglia, Leeds – il successo calcistico riveste sì una parte importante del lavoro, ma non è il topos al centro della sua opera. E qualunque cosa accada nei play-off del prossimo mese, i tifosi del Leeds non dimenticheranno mai questa stagione in cui la stella polare dell’identità e dell’appartenenza a un modo di concepire il calcio è tornata a splendere su Elland Road e in città. La sua carriera ormai ce l’ha insegnato: Bielsa non vince tutte le volte che potrebbe e a volte fallisce, ma a cosa serve vincere se si contraddice la propria natura?