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Di Roberto Bucci

La gente di Alicante si dice abbia la scorza dura come il torrone, la specialità cittadina, ed è sempre pronta a rialzarsi e tirarsi su le maniche come nel 1938: quando la cittadina della Comunità di Valencia fu bombardata dall’Aviazione Legionaria Italiana al fianco di Francisco Franco. Proprio sulle rive del Mediterraneo, il 5 marzo 1964 nasce José Bordalas, allenatore che ha portato il Getafe a lottarsi la qualificazione in Champions League fino all’ultima giornata utile; la piccola società di Madrid, il Davide nella città dei Golia, che Pepe – come viene chiamato più comunemente – guida da settembre del 2016.

Cresce in una famiglia povera con nove fratelli; da ragazzino in estate va a raccogliere angurie e meloni con lo zio a Nijar (Almerìa) per guadagnare qualche soldo e con questo lavoro si compra i suoi primi jeans. Durante il tempo libero dagli impegni di campo predilige andare al cinema perché per lui è il modo migliore per staccare la mente. La squadra è ad immagine e somiglianza del proprio tecnico con una solidità difensiva (107 gol subiti in 115 partite da quando allena gli Azulones) che prende spunto dal Castello di Santa Barbara, la più grande fortezza medievale di Spagna che sovrasta Alicante e il suo golfo da 166 metri d’altezza; chissà quante volte il protagonista di questa storia lo avrà visto semplicemente alzando gli occhi. Proprio da qui parte l’avventura in panchina di Bordalas dopo una carriera da calciatore non andata oltre la terza divisione e finita nel 1992, a soli 28 anni, a causa di un ginocchio malconcio; un attaccante soprannominato “il Romano” in riferimento al suo modo battagliero di intendere il calcio: come i gladiatori nel Colosseo.

Un hombre vertical con uno stile elegante, moderno ma classico – camicia e giacca con pochette, gli inconfondibili occhiali da professore e la barba sempre ordinata – dai modi convincenti e un esperto nella gestione del gruppo: compatta i giocatori contro un nemico comune ed è abile nel fargli capire ciò che vuole. Anche l’utilizzo dei social passa sotto la sua lente d’ingrandimento, ha limitato gli smartphone nella zona di fisioterapia così come nello spogliatoio, durante il pranzo e nelle sessioni di video perché vuole che i suoi giocatori si guardino negli occhi e si parlino. La motivazione e l’intensità sono le chiavi del successo per il tecnico di Alicante; può essere arrabbiato, esigente, ma anche divertente.

Bordalas

Un aspetto che il difensore italo-argentino Cata Díaz (recordman di presenze del club) ha raccontato così in un’intervista al The Guardian del dicembre 2017: “Ha il piede contro la gola e non molla, qualche volta ti chiedi se ti colpirà. Ogni palla con lui è una battaglia, ogni partita è come se stessi giocando per la tua vita; se non vinci è un disastro assoluto”. Controlla quasi ogni aspetto (dieta, riposo, allenamento, tattica) e le sue sessioni sono piuttosto pesanti; cerca di approfittare di ogni dettaglio e ciò che vuole è competere non lasciando giocare l’altra squadra. Non a caso gli Azulones sono una delle squadre più cattive e aggressive della Liga e quella con la più bassa percentuale di possesso palla (appena il 42,6%); un Atlético Madrid in scala e per questo in Spagna Bordalas è già visto come l’erede di Simeone, colui che un giorno potrebbe prendere la guida di Diego Costa e compagni.

Prima di una partita molto tempo fa il tecnico fece mettere ai propri giocatori una matita tra il naso e il labbro superiore facendogli incrociare gli occhi, voleva che andassero in campo con una faccia pazza per terrorizzare gli avversari. Dopo tanta gavetta tra Alicante e Benidorm, nel 2006 arriva l’occasione nell’Hercules, squadra nella quale è cresciuto da giocatore, in Segunda División: il primo anno ottiene la salvezza, ma nella stagione successiva viene esonerato dopo sette giornate. Una decisione che lo colpisce profondamente tanto da prendersi un anno sabbatico prima di ritornare in panchina alla guida dell’Alcoyano in Tercera; due ottime stagioni che gli valgono il passaggio all’Elche dove fa la conoscenza di Jorge Molina, suo fedele scudiero e leggenda sia del Betis che del Getafe dove tutt’ora, a quasi 37 anni, fa faville in attacco. Lo stesso Cata Díaz nel 2017 di lui disse:

“L’unico della squadra insostituibile, può mancare Djené (difensore totem della squadra), posso mancare io, ma Jorge non può; non abbiamo nessun altro che possa fare ciò che fa lui, il 70% del nostro gioco è palla su per Jorge. Combatte con i difensori, li controlla; se ci stiamo difendendo e possiamo andare da lui, è tutto per noi”.

Il bomber di Alcoy segna 26 reti nella stagione 2009/10 che gli valgono il titolo di Pichichi; l’anno successivo Bordalas porta la squadra ad un passo dalla Liga, perdendo la finale dei playoff contro il Granada. Passa all’Alcorcon che porta agli spareggi per salire nel 2013; è allora che il Deportivo Alavés si accorge di lui, i baschi hanno una storia che pochi altri hanno in Segunda avendo disputato la finale di Coppa Uefa 2001 ed è per questo la sfida più importante in carriera per l’allenatore. Il tecnico a questo punto ha un suo stile di gioco definito, non esteticamente appagante ma efficace, declinato su un 4-4-2 compatto che punta su ripartenze rapide a ribaltare il campo il più velocemente possibile.

Il secondo gol contro il Celta fa capire come viene inteso il contrattacco: si portano velocemente 4 giocatori ad attaccare gli spazi in area avversaria, sfruttando la transizione positiva.

Il suo stile di gioco è ben riconoscibile e i suoi punti chiave sono: la creazione di occasioni attraverso la verticalità immediata insieme a un certo grado di libertà per le giocate individuali nell’ultimo terzo di campo, e soprattutto una difesa strenua del vantaggio acquisito attraverso due linee strette a creare grande densità (non è un caso che sia la seconda squadra in Liga per passaggi intercettati: 12,6 a partita e prima per falli fatti: 17,5); si tratta di un gioco basato su intensità, ordine ed aggressività, dove spesso si cercano situazioni di cross dal fondo per le due punte; in generale Bordalas applica pochissimo turn-over, anche perché la rosa del Getafe non dispone di alternative al livello dei titolari, seguendo il sempreverde concetto secondo cui un gruppo ristretto assimila al meglio i princìpi di gioco proposti. A proposito delle sue idee concrete e conservative riguardo il calcio, ha rivelato qualche anno fa a El Mundo Deportivo:

“Qual è il senso di fare 30 tocchi nella tua metà campo se poi non vai avanti? Le persone hanno iniziato a confondere il lungo possesso con un buon calcio.”

Un video con i migliori gol del Getafe nell’ultimo anno, ironicamente ribattezzato “l’anticalcio”.

Al primo colpo dunque l’allenatore di Alicante vince la Segunda con una squadra che non è stata costruita per farlo ma viene esonerato, all’alba della sua prima stagione in Liga, per attriti con il consiglio direttivo che ritiene il suo stile poco attraente con 15 partite su 21 vinte con il margine di un gol, non adatto alla cultura che permea il massimo campionato spagnolo. Poco male per i baschi, che con Michel raggiungeranno la finale di Copa del Rey. A inizio autunno di quello stesso anno arriva la chiamata del Getafe, che riporta in Liga attraverso i playoff, ed è la seconda promozione consecutiva per il tecnico; questa volta nessuno gli nega la soddisfazione di debuttare in Liga, annata che conclude all’ottavo posto con la terza miglior difesa del campionato.

Il progetto di crescita ha raggiunto l’apice in questa stagione con il quinto posto finale a pari punti con il Siviglia e a soli 2 punti dal Valencia, qualificato direttamente in Champions League: un obiettivo che Bordalas ha accarezzato fino alla fine della Liga, ma quasi utopico per storia, capacità economiche e dimensione degli Azulones. Ma ormai, forse, l’abbiamo capito: Bordalas come Massimo Decimo Meridio che sfida le tigri d’Europa nel palcoscenico calcistico più prestigioso del mondo, potrebbe essere il film da non perdere nella prossima stagione.