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Se fermate un passante e gli chiedete di farvi un nome di un faraone, lui probabilmente risponderà “Tutankhamon”. La motivazione è semplice: la maschera funeraria del giovane sovrano è il simbolo più noto dell’antico Egitto poiché è stata ritrovata quasi intatta dagli archeologi. Tutankhamon però ha potuto godere per poco del suo potere in un periodo storico in cui l’Egitto stava raggiungendo l’apice della sua gloria. È nato nel 1341 a.C., a nove anni è diventato faraone ma ha regnato per circa dieci anni, poi è morto per cause mai completamente chiarite. Anche il Faraone del nostro calcio, nato a Savona ma soprannominato così a causa della nazionalità del padre, ha raggiunto la vetta in giovane età e ha rischiato di sparire in fretta dopo la sua incredibile ascesa al Milan. Al contrario di Tutankhamon, però, non ha dovuto attendere migliaia di anni per poter risplendere ancora, gli è bastato vestirsi di giallorosso per ritrovarsi col tempo e maturare. In questa stagione i suoi numeri parlano chiaro: miglior marcatore della squadra, 11 gol conditi – tutti su azione – da 4 assist.

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La carriera di El Shaarawy inizia con i migliori auspici nella sua Liguria, il Genoa fa esordire Stephan in Serie A a soli 16 anni, nel 2008. Nella stagione successiva vince il Campionato Primavera segnando anche in finale contro l’Empoli e nell’estate del 2010 va in prestito al Padova, dove trascina la squadra alla finale dei playoff con la doppietta contro il Varese e si aggiudica il premio di “Miglior giocatore della Serie B”.

Si inizia a parlare di lui come nuova promessa del calcio italiano: palleggi in free-style in spogliatoio, cresta audace in testa e in campo una velocità di esecuzione vertiginosa. L’arrivo di Alessandro Dal Canto sulla panchina patavina è determinante per la crescita di El Shaarawy. “Da trequartista, con le spalle rivolte alla porta, avevo difficoltà nell’impostare l’azione d’attacco. Da esterno sinistro mi trovo nella posizione preferita e più congeniale per sfruttare la mia velocità, ho la piena visione dell’azione”. Dopo il Padova passa in compartecipazione al Milan di Allegri, reduce dalla conquista dello scudetto nel 2011.

A cresta alta

Il primo anno in rossonero è interlocutorio, 28 presenze e 4 gol, ma il suo talento è evidente e il Milan lo acquista a titolo definitivo. La stagione successiva, con la fiducia della società e dell’allenatore, El Shaarawy diventa la nuova stella del campionato italiano e conquista anche la Nazionale. Conclude il girone d’andata con 14 gol in 19 giornate, dietro soltanto a Cavani, e si regala anche la gioia del primo centro in Champions League contro lo Zenit, un piccolo capolavoro di tecnica e rapidità che gli regala un titolo roboante su La Gazzetta dello Sport del giorno dopo: “Faraonico”.

Rivedendo i suoi gol si nota l’imbarazzante divario tra la sua velocità e quella dei difensori costretti a inseguirlo senza speranza di raggiungerlo. È una punta esterna imprendibile, il suo destro è preciso anche dalla lunga distanza (alcuni tiri ricordano dei colpi da biliardo, il suo secondo sport preferito) e gli inserimenti tagliando in area sono perfetti per tempi ed esecuzione.

Solo soffermandosi sulla sua cresta si potrebbe pensare a un carattere ribelle o sopra le righe, perché tutto il resto smentisce questa impressione. Niente orecchini, niente tatuaggi, risposte sempre misurate e umili, una famiglia equilibrata alle spalle e una crescita personale sulle orme del suo idolo Kakà, prototipo del giocatore “bravo ragazzo”. La passione per il calcio gli è stata trasmessa dal padre, psicoterapeuta per lavoro ed esempio da seguire nella vita di tutti i giorni, come avrà modo di spiegare il Faraone anni dopo:

“Tutto quello che ho e sono diventato lo devo a lui, ha cambiato anche lavoro per me, ha fatto tanti sacrifici e mi ha insegnato a giocare a calcio iniziando dai giardini sotto casa”.

A un tratto, però, qualcosa si rompe. Il girone di ritorno della sua annata migliore non è esaltante come il primo, ma sembra solo un calo fisiologico preventivabile per un giocatore così giovane che per far emergere le sue qualità di scattista deve essere sempre al meglio dal punto di vista fisico. Il calo sembra motivato anche dalla presenza del nuovo acquisto, Balotelli, che per forza di cose gli toglie spazio in area di rigore. Nel campionato 2013/14 arrivano gli infortuni, tanti e tutti insieme. La tendinopatia del 2010 alla gamba sinistra, quella su cui appoggia il peso per tirare e risolta con il lavoro specifico in palestra, appare ora come uno spiacevole antipasto. La tendinite si ripresenta nella seconda parte della sua stagione magica, poi arriva una lesione muscolare seguita dalla frattura al metatarso del piede sinistro.

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Ritorna in campo, ma i problemi fisici lo perseguitano e aumentano anche i rumors sulle troppe serate milanesi che lui bolla come “cattiverie”, mentre Allegri ha cambiato modulo e non lo considera più indispensabile per il suo sistema di gioco. L’improvvisa celebrità lo ha portato in alto. Poi, la caduta. Un grande classico per chi ne scrive sui giornali, un filo più complesso se lo devi affrontare in prima persona quando hai solo vent’anni. Gestire la pressione non è semplice: “Quando vedi i calciatori ti viene da dire: ma come fanno a essere così presuntuosi? L’ho pensato anch’io mille volte. Poi ti ci trovi dentro, con la gente che ti chiede foto e autografi, che ti pompa, e cominci a sentirti un fenomeno anche se non vuoi”. Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali del 2014, anche l’annata seguente è deludente e segnata da una condizione fisica non ottimale, è il momento di una svolta ambientale. Nel luglio 2015 passa al Monaco in prestito oneroso con riscatto obbligatorio di 13 milioni di euro al raggiungimento della 25esima presenza.

Dopo la 24esima presenza e tre gol senza essere riuscito a instaurare un buon rapporto con Jardim, il Monaco lo rimanda al Milan. El Shaarawy ha vissuto l’esaltazione, la gloria, il dolore degli infortuni e diverse delusioni professionali. La famiglia gli resta però vicino, come sempre, come quando la madre lo ha aiutato a diplomarsi nonostante gli impegni calcistici. Il fratello Manuel si laurea in Economia e diventa suo agente. Nel mercato invernale arriva il momento del riscatto, la Roma decide di scommettere su di lui.

Rialza la cresta

L’esordio in giallorosso è contro il Frosinone, all’Olimpico, con il 22 di Kakà sulle spalle. Che sia una serata particolare lo si capisce quando Nainggolan segna da sdraiato, con un guizzo imprevedibile. Il pareggio di Ciofani rianima il Frosinone, ma dopo l’intervallo Stephan fa capire a tutti che è tornato: cross di Zukanovic e colpo di tacco esterno, cercato e voluto. Fine dei giochi, anche Totti applaude dalla panchina, prima di entrare e offrire a Pjanic il pallone giusto per chiudere la pratica.

El Shaarawy non si limita a esordire convincendo, segna otto gol in 18 partite e conquista società e tifosi guadagnandosi anche la convocazione per Euro 2016, dove però gioca solo 81 minuti nel match contro l’Irlanda. Nelle prime partite in giallorosso trova nuova linfa anche dall’intesa con l’egiziano Salah, veloce come e più di lui, con il quale nasce anche l’esultanza in onore delle piramidi. Il Faraone è sempre stato legato alla terra d’origine, studia l’arabo e si è sempre schierato senza riserve a favore di chi ha una storia simile alla sua, come per esempio Mahmood, il vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo. A Repubblica dichiara: “Abbiamo le stesse origini. Io non ho mai avuto problemi per questo motivo, mi sono sempre sentito italiano. Ho giocato in tutte le nazionali, fin dall’Under 16, non ho mai avuto problemi per le mie origini. Non dovrebbe averne nessuno. La mia esperienza nel 2019 dovrebbe essere la normalità. Ma non solo nel calcio o nella musica, in generale.”

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Segnerà nel derby contro la Lazio e anche il ritorno a San Siro sarà indimenticabile. Lui e Salah dispongono a loro piacimento dell’inerme difesa del Milan, apre i giochi l’egiziano con un contropiede esemplare e il raddoppio spetta al Faraone, stop di petto e gol facile senza esultanza. Come dice lui, “il vero campione è quello che rimane umile nonostante i traguardi raggiunti”.

Anche nella stagione successiva le cose funzionano, gli infortuni lo lasciano respirare e lui segna 12 gol complessivi, anche se a volte deve subire un po’ di turnover e quando è in campo deve ricordarsi che esiste anche la metà campo difensiva per non sbilanciare troppo la squadra. Con Spalletti gioca più dentro al campo, senza dover partire per forza da una posizione defilata, cercando di partecipare di più al gioco. Il passaggio da Spalletti a Di Francesco sulla panchina della Roma nell’estate del 2017 non lo demoralizza: “Mi fa piacere che l’allenatore mi ritenga un giocatore ideale per il suo sistema di gioco, mi trovo molto a mio agio sia partendo da sinistra che da destra. Sono contento e ho intenzione di ascoltarlo perché è un allenatore davvero capace che ha tanto da insegnare dal punto di vista tattico”.

Nell’ottobre del 2017 arriva una delle prestazioni migliori di sempre, in Champions League contro il Chelsea. Dopo 38 secondi ha già fatto gol, un destro di prima da fuori area, una cannonata che non lascia scampo a Courtois. Il raddoppio è ancora suo, un colpo di esterno destro in area su cui il portiere non può intervenire.

La cresta sulle spalle

Durante l’estate Manuel, fratello e agente, conferma che il desiderio del Faraone è quello di restare nella Capitale. Il Faraone ripete che vuole “restare con i piedi per terra” e ammette che vorrebbe tornare indietro per affrontare nel modo migliore l’approccio mentale ad alcune fasi difficili della sua carriera, ma la stagione 2018/19 è quella della continuità, della maturità in campo e fuori, dell’attenzione ai dettagli e della crescita costante, di una continuità forse mai così evidente, che traspare dalle sue prestazioni nonostante un paio di fastidiosi infortuni muscolari lo tengano fuori dai giochi per circa un mese.

Alla Gazzetta dello Sport parla con grande serenità di un incidente stradale di tempo prima che lo ha fatto finire al centro dell’attenzione mediatica: “Quasi tre anni fa ho fatto un incidente, un errore che può capitare a tutti. Mi sono assunto tutte le responsabilità e mi sono proposto per fare qualcosa di socialmente utile, senza aspettare la sentenza. Spesso ho collaborato con Roma Cares e ho cercato di farlo anche in questa occasione. La mia intenzione era trasformare un episodio negativo in un’esperienza positiva, sia per me sia per i bambini che saranno coinvolti. Ho addirittura letto che avrei evitato il carcere con una punizione. Passare del tempo con questi bambini sarà tutto tranne che una punizione. Sarà un’opportunità emozionante”. El Shaarawy risponde con umiltà anche in quest’occasione e guarda avanti, accumulando giocate spettacolari come l’assist a Dzeko nel match contro l’Udinese oppure i gol di classe pura come quelli contro Sampdoria, Genoa e Inter.

Più della gloria, accecante ma di breve durata, di un Tutankhamon, a quasi 27 anni El Shaarawy può ancora coltivare la speranza di eguagliare quella di un Ramses II, che viene ricordato ancora oggi per il suo coraggio in battaglia e per l’eccezionale durata del suo regno.