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Si può ragionevolmente affermare che i tifosi di calcio siano tra i più ferventi credenti nel culto della reincarnazione. Ai nostri occhi, le anime dei grandi giocatori non scompaiono mai davvero: negli anni vengono riscoperte sotto forma di giovani calciatori che si fanno strada verso la consacrazione. Nell’abbracciare questo processo fideistico, alcune particolarità fisiche, tecniche e attitudinali rivestono un ruolo fondamentale: un’andatura leggermente arcuata, un modo peculiare di calciare il pallone o il ricorso alla scivolata in situazioni di gioco specifiche; insomma, qualcosa di familiare che rivela più di quanto non appaia a un primo sguardo: un afflato di anime del passato riproposto a distanza di anni da nuovi interpreti.

È da questo processo cognitivo che interessa la memoria andando a toccare nel vivo i nostri ricordi che nascono i termini di paragone come ‘il prossimo Maradona, il nuovo Kakà, il Nesta della sua generazione’. La ruota karmica del calcio gira, i vecchi eroi che hanno lasciato un segno emotivo nel nostro immaginario appaiono nuovamente sotto altre sembianze fisiche. È un istinto piuttosto naturale: pensiamo già di comprendere chi siano i grandi giocatori, quelli che definiscono linee e caratteristiche del gioco, i suoi stili e il suo zeitgeist. Finché un ragazzino poco conosciuto trova un’improvvisa quanto epifanica esplosione su larga scala, sconvolgendo l’ordine precostituito, lasciando il nostro cervello in cerca di un nuovo modello per comprenderlo (Mbappé in Russia, anyone?); una forma diversa in cui questo nuovo e dirompente insieme di stimoli calcistici possa essere efficacemente rielaborato e successivamente assorbito.

Le prime immagini che vengono in mente durante questo fenomeno ciclico sono naturalmente quelle dei campioni: le leggende del gioco che creano un paradigma attraverso cui, a cascata, tutti gli altri sono compresi; quei pochissimi giocatori straordinari a cui associamo lo sport in un determinato momento. Selezioniamo un giocatore appartenente al sancta sanctorum pallonaro che si abbini il meglio possibile al giovane outsider e lo usiamo come termine di riferimento.

Piccolo indizio.

È una reazione istintiva e così soddisfacente nel modo in cui unisce la nostalgia per il passato con l’eccitazione per il futuro che spesso si può finire per esagerare. La conseguenza logica – e insieme il fattore di rischio – è che la grande maggioranza di queste profezie in real-time vengono poi disattese. Gli esempi più o meno recenti sono molteplici per quanto differenti: Adriano, nuovo prototipo di numero 9, non ha minimamente scalfito il mito di Ronaldo; Zidane non ha mai visto la sua maglia passare sulle timide spalle di Gourcuff; Freddy Adu, in età adolescenziale, è arrivato addirittura a giocarsi il trono di “nuovo Pelè” e la sua carriera si è poi rivelata un inno al grottesco e all’umiliazione mediatica su larga scala.

Oggi, in un mondo del calcio e dell’informazione presidiati da un mare magnum di soggetti che necessitano di nuovo materiale da proporre al grande pubblico a velocità e tone of voice sempre più estremi, uno dei candidati più lanciati per il ruolo di Next Big Thing del calcio europeo è senza dubbio Joao Felix del Benfica. Una delle stelle più accecanti del movimento portoghese, forse mai così al centro del palcoscenico del calcio continentale: Félix è il golden-boy che molti già sostengono possa diventare la stella polare della nazionale adesso che la supernova di Cristiano Ronaldo comincia progressivamente ad affievolirsi. E, anche in questo caso, il confronto diretto tra i due diventa materiale ineludibile.

I punti in comune tra loro esistono: sono giocatori offensivi, entrambi destri, prediligono il lato sinistro del campo per poi cercare lo spazio verso l’interno e, ovviamente, sono portoghesi. Ma non sono soltanto questi elementi oggettivi a rendere il termine di paragone meno assurdo: il gioco di Joao Felix – dall’elegante modo di correre con la schiena dritta fino agli elzeviri palla al piede contro i diretti avversari e ai tiri improvvisi che può scatenare col suo destro da ogni mattonella dell’ultimo terzo di campo – suona come un’emulazione, quasi artefatta, di CR7 da giovane. In altri termini, quello che abbiamo davanti può apparire come il prodotto costruito nel tempo da un giovanissimo talento che ha utilizzato le innumerevoli clip di Cristiano su YouTube come tutorial.

Perfino un fondamentale che non padroneggia ancora bene, lo stacco di testa, assomiglia nelle movenze a quello di chi sappiamo.

Questa forma di imitazione del proprio idolo non è una dinamica nuova. Tutti da bambini abbiamo cercato – dal cortile più periferico ai campi di una certa rilevanza – di riproporre le giocate dei nostri giocatori preferiti quando abbiamo calciato una palla, e ogni grande giocatore poteva a sua volta annoverare i nomi dei suoi esempi e idoli. Ogni nuova generazione è modellata guardando ciò che è venuto poco prima; in questo senso, Joao Felix potrebbe essere il primo grande prodotto calcistico interamente appartenente alla generazione-YouTube e al suo nuovo modo di guardare al gioco e ai suoi grandi interpreti. E una delle cose più affascinanti dello stile di gioco di Félix è che non assomiglia solo al CR7 suo coetaneo; sta riproponendo una versione “light”, condensata, della carriera pre-Madrid di Cristiano.

Il Ronaldo cannibale del mondo degli anni di Madrid è un’immagine talmente impressa nelle retine degli spettatori di tutto il mondo che ormai ha reso questa versione del portoghese senza tempo, una forma di eredità inscalfibile; ma la verità è che è stato anche un giocatore molto diverso, soprattutto quando è salito per la prima volta alla ribalta. All’età di Joao Felix, CR7 aveva appena completato il trasferimento dallo Sporting Lisbona allo United di Ferguson: il suo talento era già così evidente che il suo arrivo generò un’attesa spasmodica in una città storicamente assuefatta all’estro come Manchester, ma in realtà era ancora molto lontano dal calciatore che sarebbe diventato.

Il Ronaldo di quei primi anni trattava le fasce del campo come il suo feudo personale, tormentando qualunque terzino che provasse ad intromettersi tra lui e il pallone, proponendo al grande pubblico decine di doppi passi, sterzate inverosimili usando entrambi i tacchi del piede, e un arsenale infinito di trick, tunnel e strappi atletici umilianti nello stretto. C’era qualcosa di sadico nel modo in cui faceva ballare ed intrecciare i terzini al suo ritmo e alla sua volontà, e la sua abilità palla al piede nel trasformare un difensore in un pre-adolescente bullizzato non aveva eguali. Tuttavia, questa versione giovanile di Ronaldo è rimasta relegata in quella zona di campo marginale, quasi metafisica, rappresentata plasticamente dalla riga di gesso della fascia. Muoversi così vicino alle linee laterali gli forniva un’inesauribile fonte di vittime da sbeffeggiare, ma spesso gli impediva di avere un impatto decisivo in termini realizzativi. Ronaldo, nei primi anni di Manchester, era una forma d’arte barocca e al tempo stesso elemento di puro entertainment: non generava i numeri sul tabellino che avrebbe messo a referto negli anni successivi, se pensiamo che ha trascorso ben tre stagioni in Premier League senza mai raggiungere la doppia cifra. Era innegabilmente entusiasmante da osservare, ma ancora discutibile e acerbo in termini di impatto reale sul collettivo.

Nel video c’è un condensato del CR7 che abbiamo imparato a dimenticare: un monumento all’umiliazione degli avversari, al divertissement e al compiacimento dell’ego.

Con il passare degli anni allo United, il ragazzino magro e sfrontato con le punte smerigliate si trasformò in uno degli atleti più brutali ed efficienti del pianeta, e l’aumento della sua massa corporea sembrò avere l’effetto di attirarlo verso l’invisibile campo di forza gravitazionale della porta avversaria. È riuscito nel corso del tempo a modellare il suo fisico e il suo stile di gioco in un prototipo di pura efficienza: un motore iper-performante che non produce una singola goccia di spreco, e che potrebbe riproporre rigorosamente gli stessi movimenti e gol ad libitum. Da quel momento ha raggiunto risultati personali fuori scala in ogni stagione, diventando il cyborg calcistico che tutti conosciamo e che ricorderemo a lungo.

Allo stesso modo, Joao Felix a 19 anni è ancora un ragazzino filiforme, dal volto ricoperto di acne e con tanto di apparecchio degno di un teen-drama liceale; il Benfica ha predisposto un regime di allenamento speciale per cercare di irrobustirlo, ma sarebbe assurdo anche solo provare a sostenere che un giorno sarà in grado di rivaleggiare con le prodezze atletiche di un uomo che riesce perfino a superare parte dei protagonisti dell’NBA. Ma guardandolo correre lungo la fascia, accarezzando la palla senza pensieri e incrociando la corsa dal destro al sinistro per disorientare i terzini con sterzate improvvise, si può rivedere qualcosa del primo Ronaldo nel suo stile così sfacciato e leggero, elegante e scevro da particolari sovrastrutture.

Peccati veniali di gioventù nello stretto: ricercare la giocata ad effetto a tutti i costi.

Ha già segnato 14 gol in 24 partite in Primeira Liga, esplodendo su larga scala grazie alla tripletta in Europa League nel quarto di finale contro l’Eintracht. Joao Felix propone già più dimensioni nel suo gioco rispetto al classico sfoggio di abilità da strada e trick sofisticati: non è un orpello decorativo dall’ego sconfinato, ma un’ala/trequartista polivalente in grado di leggere con maturità gli spazi di gioco, è parte integrante dell’intelaiatura tattica delle Aguías di Bruno Lage. Felix, insomma, appare come il vero prodotto di una cultura mash-up del calcio: assemblato sulle clip delle annate di CR7, cucite assieme per creare qualcosa ispirato dal passato ma sintonizzato sul presente. Questo non significa che l’allievo è destinato a superare il maestro, anzi. I numeri in questa fase iniziale rischiano seriamente di essere fuorvianti, allettando coloro che analizzano il calcio online a investire pesantemente su di lui soltanto adesso che le azioni del giocatore sono in brusco rialzo, prima che possano subire un deciso – quanto naturale – rallentamento. Come capita sempre più di frequente.

Cristiano Ronaldo è diventato celebre quando il digitale stava iniziando a colonizzare la nostra quotidianità, e giocatori come lui e successivamente Neymar sono stati i primi a sfruttare in profondità le infinite potenzialità dell’online, utilizzando i loro account social personali per convertire la celebrità sportiva in un redditizio brand da spendere su scala planetaria. Di generazione in generazione, Felix è uno dei primi giocatori di grido a presentarsi da un mondo in cui i social e YouTube sono un fatto consolidato (e ineludibile) della vita di tutti i giorni: sono il prisma attraverso il quale viene rifratto il mondo, incluso un fenomeno complesso come il calcio, spesso filtrato secondo una visione e un montaggio etero-diretti. Potrebbe essere Joao Felix il nuovo punto di riferimento e modello per la generazione da tutorial e highlights su YouTube, sicuramente resta uno dei candidati più spendibili per il ruolo pop di nuova icona adolescenziale, anche alla luce di un serio interessamento del City di Guardiola, dove potrebbe compiere il definitivo salto di qualità a soli 20 anni per una cifra monstre di 120 milioni di euro. Per saperlo davvero, però, dovremo tornare a riappropriarci di un concetto fondamentale ormai dimenticato, nel calcio come nella vita: saper aspettare.