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“Basta, non si può sempre parlare di dare dei soldi a queste quattro lesbiche”. Le parole pronunciate dal presidente della Lega Nazionale Dilettanti Felice Belloli il 5 marzo 2015 risuonano aspre durante una riunione della Figc, specchio di un calcio italiano che non sa cosa sia la modernità.  Sono trascorsi poco più di quattro anni e la Nazionale femminile si appresta a disputare il Mondiale in Francia vent’anni dopo l’ultima partecipazione, circondata da un’attenzione positiva e partecipe. Come è stato possibile? Il 2015 non sarà ricordato soltanto come l’anno della gaffe sessista, ma anche per le politiche federali che hanno imposto ai club maschili di sviluppare i settori giovanili femminili, incentivando la cessione dei titoli sportivi per spingere le società a investire sulle donne.

L’estate scorsa le azzurre hanno colto la grande occasione, hanno battuto il Portogallo tre a zero e si sono qualificate ai mondiali guadagnandosi un’attenzione mediatica senza precedenti. Nel settembre del 2018 arriva un’altra svolta positiva, il Collegio di Garanzia del Coni decide che Serie A e Serie B saranno d’ora in poi sotto il controllo della Figc, il campionato regionale rimarrà alla Lega Nazionale Dilettanti. Alcuni aggiustamenti di natura economica hanno migliorato la condizione delle giocatrici delle due serie maggiori, nonostante non siano riconosciute come professioniste. Nello stesso mese Sky ufficializza la sottoscrizione di un accordo con la Figc per “sostenere e sviluppare ulteriormente il calcio femminile in Italia”, un accordo che culmina nel grande successo del match scudetto del 23 marzo di quest’anno tra Juventus e Fiorentina all’Allianz Stadium, sugli spalti 39.027 persone e record di ascolti con il 2,68% di share.

Adesso c’è il Mondiale francese, con gli occhi del mondo addosso. All’appello delle grandi star mancano Hope Solo, allontanata dalla squadra USA tra le polemiche, e la norvegese Ada Hegerberg, primo Pallone d’Oro femminile della storia che ha appena conquistato la Champions League segnando una tripletta in finale ma che ha abbandonato la Nazionale nel 2017 per protestare contro la disparità di trattamento tra donne e uomini. Dopo l’addio di due anni fa, la Football Association norvegese e i rappresentanti dei giocatori e delle giocatrici hanno firmato un accordo contro la disparità di pagamento tra i sessi, ma la Hegerberg ha dichiarato che la sua non era una decisione basata sui soldi e non è tornata sui suoi passi.

Ada Hegerberg

(Credits: Sarita)

Nonostante queste assenze, il Mondiale si preannuncia entusiasmante con la presenza di più di un milione di spettatori e una qualità di gioco senza precedenti. Gli sponsor e gli investimenti stanno facendo crescere la competitività delle atlete in tutto il mondo nell’avvicinamento all’Eldorado del professionismo, al momento soltanto un’utopia per la stragrande maggioranza delle calciatrici. Le favorite della competizione sono Stati Uniti, Francia, Germania, Inghilterra e Canada, noi però ci concentriamo sul gruppo C, quello a tinte azzurre.

L’Italia di Sara Gama

Finora il più grande traguardo raggiunto dal capitano della Nazionale femminile Sara Gama non è stato un gol, un salvataggio sulla linea o un assist. È stato un discorso, quello che ha tenuto al Quirinale in occasione della celebrazione dei 120 anni della Figc davanti al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Sara Gama è un simbolo vivente di integrazione in un’Italia schiacciata dalla crisi economica che fa fatica ad accettare il diverso in tutte le sue forme, sia esso un migrante su un barcone o una bambina con le scarpette da calcio. In attesa che le cose cambino, lei continua a giocare e a vincere. La Gama, difensore e capitano della Juventus femminile che quest’anno ha vinto il campionato, è nata 30 anni fa a Trieste, mamma istriana e padre congolese. Laureata in Lingue e letterature straniere, nel 2018 la Mattel le ha dedicato una Barbie inserendola tra le personalità femminili che hanno contribuito a ispirare le future generazioni, insieme a profili come Frida Kahlo e Amelia Earhart.

L’esperienza più importante della sua carriera risale al periodo tra il 2013 e il 2015, quando ha vestito la prestigiosa maglia del Paris Saint Germain, riuscendo a superare un brutto infortunio e imparando tanto da un calcio francese di livello superiore rispetto alla Serie A prima di tornare in patria a mettere a frutto la nuova maturità. Senza mai tirarsi indietro, come quando a La Gazzetta dello Sport ha parlato della situazione economica sua e delle colleghe: “Lo status da dilettante implica un rimborso spese che può arrivare fino a 30 mila euro all’anno, ma ci possono essere altre entrate. Sono altre voci a fare la differenza: non ci versano i contributi, la pensione è una chimera, non abbiamo diritto alla malattia, alle ferie, alla maternità. Avete mai pensato a com’è complicato fare la mamma per una calciatrice? Alla Juve di fatto sono trattata come una professionista, però non lo sono. Questo mi rode. Faccio parte del Consiglio Figc e non sono lì per fare bella presenza.”

L’Italia, quindicesimo posto nel ranking FIFA, ha vinto il suo girone nelle qualificazioni al Mondiale subendo soltanto quattro gol in otto partite. La solidità difensiva sarà uno dei punti di forza anche in Francia, nonostante la perdita del centrale difensivo bianconero Cecilia Salvai che si è infortunata al crociato nel big match allo Stadium contro la Fiorentina. La squadra ha talento, forse manca qualcosa dal punto di vista fisico per giocare alla pari con le squadre più titolate. Le giocatrici azzurre hanno iniziato ad allenarsi sei volte a settimana soltanto intorno ai vent’anni e molte di loro non hanno molta esperienza internazionale. Il ct Milena Bertolini è in carica dal 2017: “Non mi interessa il modulo, mi interessano le idee”.

Milena Bertolini

(Credits: Sarita)

In passato ha nominato Zdenek Zeman e Pep Guardiola come modelli di riferimento per il suo stile di gioco in attacco e Carlo Ancelotti come esempio di chi sa comunicare con i propri giocatori. In un’intervista rilasciata a l’Ultimo Uomo ha dichiarato che “L’uomo guarda più alla finalizzazione rispetto al calcio femminile, dove invece c’è molta più costruzione e lavoro di squadra. Questo aspetto si può legare anche alla psicologia, che vede la donna padrona di un pensiero più circolare. Non è un caso che il calcio di Guardiola sia stato raccontato anche come molto femminile. Il Barcellona giocava sulla tecnica, sui fraseggi e sul gioco corto, era una squadra che arrivava al gol con tanta manovra; queste sono tutte caratteristiche che osserviamo nel calcio femminile”.

La Bertolini fa giocare la sua squadra con il 4-3-3 o con il 4-4-2, grazie a centrocampiste versatili come Barbara Bonansea, calciatrice e studente di economia all’Università di Torino. La 27enne bianconera può giocare al centro ma anche come ala da entrambi i lati. Il faro dell’attacco è Cristiana Girelli, classe 1990, attaccante della Juventus:

“Faccio parte di quella generazione che ha letto i commenti stupidi di Carlo Tavecchio e Felice Belloli, ma ora siamo tre passi avanti rispetto a quel periodo”.

Il Brasile di Marta

Dalla città nel deserto dove è cresciuta, Dois Riachos, al buio della Svezia dove ha giocato per poter vivere la vita da professionista: niente è cambiato per Marta Vieira da Silva. Continua a rincorrere quel pallone che contiene tutta la sua vita, per onorare i sacrifici che sua madre ha fatto per crescere lei e i tre fratelli lavorando nei campi. Pensando a quando i ragazzini del suo quartiere non volevano farla giocare con loro perché era una femmina, pensando a quando il Santos ha tagliato la squadra femminile solo per tenersi Neymar un altro anno, pensando a tutte le volte in cui non c’erano abbastanza soldi per il calcio femminile e nessuno si batteva al posto suo, per il diritto di continuare a essere la migliore di tutte.

Marta

Marta con la 10 verdeoro

Marta è considerata la calciatrice più forte della storia, the Queen of Soccer, ma a 33 anni l’attaccante dell’Orlando Pride potrebbe essere arrivata all’ultima recita con la maglia verdeoro. Il sogno, ovviamente, è che la più grande di sempre riesca finalmente a sollevare la Coppa del Mondo, anche se al momento sembra improbabile. Quest’anno negli USA ha segnato solo quattro gol e il resto della squadra non sembra all’altezza del gravoso compito, sta attraversando un periodo difficile anche se si trova al decimo posto del ranking FIFA. Dopo la vittoria nella Coppa America 2018 le ragazze brasiliane hanno vinto solo una partita su undici. Il ct Oswaldo Alvarez, 62 anni, è stato criticato per l’esagerato tradizionalismo e un sistema di gioco che ha reso la squadra vulnerabile difensivamente e soprattutto richiede troppo sacrificio a Marta, al punto di non farla rendere al meglio in area di rigore.

Le speranze del Brasile risiedono nel talento della sua stella e nell’infaticabile Formiga, che a 41 anni non dà segni di cedimento e si appresta a giocare il suo settimo mondiale. Cristiane invece, una delle attaccanti più creative in circolazione, ha la stessa età di Marta e anche per lei questa potrebbe essere l’ultima occasione di conquistare la coppa. Durante la sua infanzia a San Paolo Cristiane ha capito in fretta che le bambole non facevano per lei: le decapitava e usava le loro teste per giocare a calcio. Da quel momento “tutto è stato calcio, non esisteva altro”. Fino al 1979 in Brasile il calcio femminile è stato proibito per decreto presidenziale, adesso quei tempi sono passati e nel calcio non ci sono solo re, ma anche regine.

La Giamaica di Khadija Bunny Shaw

Le Reggae Girlz della Giamaica, squadra numero 53 al mondo nel ranking FIFA, sperano di essere all’altezza in occasione del loro storico esordio nella competizione più importante. Il calcio femminile giamaicano è nato nel 1991, poi nove anni fa il programma è stato smantellato dalla federazione per mancanza di fondi. Nel 2014 Cedella Marley, figlia di Bob e direttrice della Bob Marley Foundation, scopre nello zainetto del figlio un volantino che racconta la situazione economica delle Reggae Girlz. Cedella fa rinascere la squadra, prima con i suoi soldi e poi con un’operazione di fund-raising internazionale fino alla storica qualificazione ai Mondiali ottenuta al termine dello spareggio contro Panama, vinto ai calci di rigore.

Giamaica women

La GIamaica accede ai Mondiali (via Players Tribune)

La rinascita della Giamaica femminile è stata completata con la creazione di scuole, accademie giovanili, con un progetto a lungo termine sostenuto anche dalle squadre maschili della National Premier League. L’esperto allenatore Hue Menzies, scelto nel 2014 da Cedella, è riuscito a dare un gioco e molta fiducia alla squadra. Predilige il 4-3-3 per sfruttare la velocità e la forza fisica delle Reggae Girlz, molte delle quali hanno la particolarità di essere nate negli Stati Uniti e in Inghilterra ma hanno deciso di onorare le loro origini. La giocatrice più rappresentativa è l’attaccante 22enne Khadija Bunny Shaw, che ha segnato 19 gol nelle qualificazioni.

Khadija Shaw

Credits Players Tribune

Per la Shaw, agile e potente giocatrice alta 1,80, questo è stato un anno intenso tra gli impegni con la Giamaica e quelli con l’Università del Tennessee, dove presto conseguirà anche la laurea in scienze della comunicazione. Sembra passata un’eternità dalla sua infanzia per la più giovane dei figli di George, calzolaio, e Monica, allevatrice di galline. Shaw è cresciuta insieme ai sette fratelli e alle cinque sorelle a Spanish Town, la vecchia capitale spagnola alla periferia di Kingston. I vicini giocavano a domino all’angolo della strada, la musica di Bob Marley in sottofondo mentre i bambini tiravano calci a un pallone sul terreno polveroso. Tutto questo mentre la violenza aleggiava intorno a loro. “Devo tutto ai miei genitori, che mi hanno protetto e motivato verso il futuro”.

La sua dentatura e un grande amore per le carote portano il fratello Kentardo a soprannominarla Bunny, un nomignolo odiato all’inizio e poi portato con orgoglio. Shaw vuole giocare per strada con i fratelli, all’inizio la madre glielo proibisce ma poi cambia idea, una scelta che si rivela azzeccata. Un giorno Monica riceve la chiamata dalla Federazione giamaicana che vuole invitare la figlia a un ritiro della Nazionale giovanile. “Da quel momento ha iniziato a incoraggiarmi a giocare sempre di più”, sorride ora Bunny ricordando quel periodo. Dopo la rapida ascesa nelle giovanili della Giamaica, l’opportunità di studiare negli Stati Uniti e di trasformare il calcio in un lavoro vero: “So che gli Stati Uniti sono più organizzati rispetto a dove ho vissuto, ma la nostalgia di casa all’inizio si è fatta sentire, poi l’ho superata e sono diventata più forte.”

Mentre Shaw si affermava dentro e fuori dal campo negli Stati Uniti, a Spanish Town la violenza delle gang si abbatteva sulla sua famiglia, prendendosi le vite di tre dei suoi fratelli, mentre un quarto moriva in un incidente stradale. Nel 2016 Bunny perde due nipoti in rapida successione, uno per una ferita d’arma da fuoco e l’altro deceduto dopo essere stato colpito con un taser in un campo di calcio. “Volevo andare a casa, non volevo più giocare. È stato un periodo difficile, che però mi ha fatto diventare più forte. La mia famiglia mi ha incoraggiato, ricordandomi che lo stavo facendo anche per loro, per dargli una vita migliore. La cosa più difficile, adesso, quando penso a chi ho perso, è il fatto che so che mi stanno guardando da lassù, ma non posso raccontargli le mie emozioni e vorrei che fossero qui a vedermi, a condividere tutto con me.”

Ancora giovanissima, Shaw è già la miglior realizzatrice della storia della Nazionale e spera di diventare presto una calciatrice professionista, negli USA o in Europa.

L’Australia di Sam Kerr

Nel 1921 un comitato che aveva il compito di esaminare le competizioni all’aperto per le donne definì il calcio “Inadatto, poiché troppo esercizio fisico potrebbe aumentare le difficoltà del parto”. Negli anni ’70 il calcio femminile è riuscito a piantare le sue radici nel semi-professionismo, per arrivare dopo tanta fatica alla prima partecipazione a un Mondiale nel 1995 senza più mancare una partecipazione, anche se la prima vittoria nel torneo è arrivata soltanto nel 2007. Le Matildas, sono soprannominate così a causa della ballata Waltzing Matilda diventata loro inno ufficioso quando hanno disputato la prima Coppa del Mondo, e al momento si trovano alla sesta posizione nel ranking FIFA.

Fino a poco tempo fa erano considerate tra le favorite alla vittoria finale, ma le cose sono cambiate a gennaio con il licenziamento dell’allenatore Alen Stajcic accusato di aver trattato male alcune giocatrici. Bisognerà capire quanto avrà inciso il cambiamento alla guida e se il nuovo arrivato Ante Milicic sarà stato in grado di trasmettere la sua filosofia di gioco alle atlete nel poco tempo a disposizione. L’idea di Milicic è chiara: vuole dominare il possesso, proporre offensivamente e lasciare che gli avversari siano costretti ad adattarsi. Con 12 giocatrici con 50 o più presenze con le Matildas, la squadra è una perfetta sintesi di gioventù ed esperienza. La stella è la centravanti 25enne Samantha May Kerr, attaccante implacabile davanti alla porta e dotata di notevole atletismo.

Sam Kerr Australia

Samantha May Kerr in gol

Kerr gioca sia in America con le Chicago Red Stars che con il Perth Glory in Australia ed è la migliore realizzatrice della storia in entrambi i campionati. Da piccola amava il football australiano, poi si è trovata costretta a iniziare con il calcio. “Ero molto brava nel football australiano, infatti all’inizio tutti pensavano che fossi un maschio. Il cambiamento è stato molto difficile perché mi piaceva il mio sport ma non c’erano possibilità di crescita. Sono passata dall’essere una delle migliori in squadra a fare panchina in un’altra disciplina, non è stato facile. Poi però mi sono innamorata del calcio, ho esordito in Nazionale a 15 anni e lì ho capito che potevo davvero farcela.”

Kerr, dichiaratamente gay, si è schierata insieme a tutte le Matildas per l’uguaglianza di genere e per l’equità nei premi FIFA con l’avvicinarsi del mondiale. Se le australiane dovessero arrivare fino in fondo e vincere il torneo, verrebbero ricompensate con la metà dei soldi che i Socceroos hanno ricevuto a Russia 2018, dove non sono riusciti neanche a superare il girone. Nonostante questa protesta, Aivi Luik e Alex Chidiac sono diventate le prime giocatrici australiane ad unirsi al movimento globale in cui i giocatori donano l’1% dei loro guadagni per affrontare questioni sociali. Quando si tratta di sacrificarsi per raggiungere un sogno, non ci pensano neanche a tirarsi indietro.