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Quando si parla di letteratura contemporanea, la dicotomia per antonomasia è quella che vede contrapposti due scrittori, uno cileno, l’altro statunitense: Roberto Bolaño e David Foster Wallace. A ben guardare, il punto di contatto tra i due che viene maggiormente sottolineato è, ironia della sorte, quello di cui faremmo volentieri a meno: la tragicità del loro destino. Entrambi sono deceduti prematuramente (scomparso a causa di una cirrosi epatica all’età di cinquant’anni il primo, morto suicida all’età di quarantasei il secondo), senza riuscire a portare a compimento le proprie summae letterarie, 2666 e Il Re Pallido. Proviamo però, almeno per qualche minuto, ad abbandonare la tristezza, focalizzando l’attenzione sulle loro affinità elettive, sui loro istinti più reconditi e passionali, su quelle comunanze in gradi di strapparci un sorriso, a partire da quella più immediata e interessante, perlomeno ai nostri fini: ambedue erano degli appassionati di sport a livelli patologici.

Sul legame indissolubile tra David Foster Wallace e il tennis c’è poco da argomentare. Prima di convertire la sua tesi di laurea in un romanzo (La scopa del sistema), scompaginando definitivamente i canoni della letteratura americana del suo tempo, DFW è stato un tennista più che discreto, una promessa a livello Juniores, tanto da riuscire a sfiorare il professionismo. D’altronde la sua opera magna, Infinite Jest, è piena zeppa di riferimenti tennistici: gran parte delle vicende ruotano intorno alla blasonata Enfield Tennis Academy e il protagonista, Hal Incadenza, è una giovane di belle speranze, una probabile Next big thing della “pallacorda”. Non dovesse bastare, prendiamo in esame un passaggio (quasi una lettera d’amore) tratto da Il tennis come esperienza religiosa (titolo non casuale) dedicato a Roger Federer: «Impossibile descrivere concretamente la bellezza di un fuoriclasse… meglio arrivare alla questione estetica per vie traverse, girarci intorno o, come faceva Tommaso d’Aquino con il suo soggetto ineffabile, cercare di definirla in termini di ciò che non è». Insomma: parli di Wallace, parli di tennis.

Quando parliamo di Roberto Bolaño, invece, parliamo di fútbol. Ciò nonostante, a differenza del binomio Wallace-Tennis, piuttosto esplicito e ben visibile, la felice relazione tra Bolaño e il calcio è quasi sempre messa in soffitta, come se fosse avvolta da un’aura di mistero. Tuttavia, se per gran parte dei lettori l’anima calciofila dello scrittore cileno si configura come un punto oscuro, rappresentando spesso poco più di un elemento di contorno, per alcuni interlocutori privilegiati la sua ossessione per il pallone era cosa nota. Ad esempio, nell’ambito di una corrispondenza intrattenuta nell’aprile del 2001 con il giornalista argentino Sergio Santiago Olguín, Roberto Bolaño palesa, in maniera piuttosto esplicita, la sua passione per il rettangolo verde, ed anche il suo amore per il Barcellona, definendosi speranzoso per l’arrivo di Javier Saviola in blaugrana (non c’è troppo da stupirsi: l’avvento di Lionel Messi, al tempo, era ancora lontanissimo).

Roberto Bolaño e Saviola

Ed è proprio dal Barça che l’autore prende le mosse per la stesura di uno dei suoi racconti meno noti ma più affascinanti: Buba. Contenuto nella raccolta Puttane Assassine, attualmente edita da Adelphi, Buba si presenta come un esperimento letterario atipico: una storia di calcio inusuale, contorta, a tratti malata, qualcosa di inedito e mai visto prima sul proscenio narrativo dedicato al fútbol. Siamo lontani dalle tinte nostalgiche di Osvaldo Soriano, dai contesti working class di Nick Horby ed anche dall’evocazione mitologica di David Peace e del suo Maledetto United. Quello messo in scena da Roberto Bolaño non è un calcio fatto di eroi, anzi: è un teatro di uomini fragili, deboli e, perché no, a volte deprecabili. Un calcio di antieroi, insomma.

Si tratta di un vero e proprio passaggio obbligato per ogni cultore di letteratura sportiva: quella di Buba è la storia dell’amicizia tra un calciatore cileno, uno spagnolo e uno africano; quella di Buba è una storia di riti sciamanici, magia, sangue, pallone e, soprattutto, spogliatoio. È la storia di una cavalcata trionfale, di una vera e propria epopea sportiva, di una di quelle imprese che passano direttamente dal piano della cronaca a quello dell’epica, che esorbitano dal mondo del calcio invadendo il terreno della cultura pop. Il tutto condito da una prosa meravigliosa come quella di Roberto Bolaño che riesce ad essere, al tempo stesso, pirotecnica ed accessibile.

La voce narrante è quella di Acevedo, un’ala sinistra cilena che, dopo alterne fortune, è riuscito a far breccia nei palcoscenici più illustri del calcio europeo, giungendo alla corte del Camp Nou. Tuttavia, l’inizio della sua avventura nella Liga spagnola non è tra i più esaltanti: costretto ai box da un infortunio rimediato durante la sua terza partita, Acevedo è vincolato ad operarsi ai legamenti, dovendo familiarizzare fin da subito con l’idea di dover rimanere lontano dal rettangolo verde. Su consiglio di Cerrone, portiere argentino non proprio di primo pelo, sospetto omosessuale e preziosissimo dispensatore di aneddoti, Acevedo decide di affogare i dispiaceri nel sesso, affidandosi alle attenzioni delle prostitute della Rambla. A livelli professionistici però, si sa, un bel gioco dura poco: un giornalista, cogliendolo in fragranza di reato mentre usciva malconcio da una discoteca alle quattro del mattino, si attiva immediatamente per far circolare la notizia. Dopo avere incassato lo schiaffetto correttivo da parte del proprio allenatore ed essere stato sanzionato con una multa salatissima, Acevedo viene privato della propria stanza di albergo ed è costretto a condividere un appartamento con Buba, mezz’ala africana acquistata pochi giorni prima.

La convivenza tra i due procede in maniera tranquilla, nonostante la personalità introversa di Buba che, al ritorno dagli allenamenti, passa tutto il suo tempo chiuso in camera ad ascoltare della musica autoctona strana, a tratti spaventosa, scandita da tamburi e flauti. Nel frattempo, con Buba, Acevedo e lo spagnolo Herrera, diventato in breve tempo amico dei due coinquilini, relegati in panchina, la squadra sprofonda sempre più in basso nella classifica della Liga: nonostante un’imponente campagna acquisti, con gli arrivi di calciatori del calibro di Antoine García (ibero francese), Delève, (centravanti belga), Neuhuys, (centrocampista olandese), Jovanovic (centravanti jugoslavo), Percutti e Buzzati (un uruguayano e un argentino dai ruoli non specificati), il Barcellona fatica a trovare continuità di risultati, rimanendo impigliata nei meandri della metà classifica.

Dopo qualche mese, la situazione cambia e i blaugrana cominciano a inanellare una serie lunghissima di vittorie, scandite dalle ottime prestazioni di Acevedo, Herrera e, per l’appunto, Buba. Alla base di questo (virtuoso) mutamento di rotta, tuttavia, non vi è la mano dell’allenatore, quanto piuttosto la magia. È un rito sistematicamente reiterato dai tre calciatori prima di ogni partita, infatti, a porre fine alla crisi del Barcellona: una pratica consistente nel versare una goccia del proprio sangue in un bicchiere.

In breve tempo, Acevedo, Herrera e Buba finiscono col diventare gli idoli indiscussi del Camp Nou e il Barça, con un clamoroso ribaltone, riesce a laurearsi campione della Liga, ribaltando i pronostici di un campionato che, fino a pochi mesi prima, sembrava ormai perso. Buba diventa il divo del momento, affermandosi come capocannoniere sia in campionato che in Coppa dei campioni, e il suo valore di mercato inizia a balzare ad altezze siderali, tanto che, date le richieste di ingaggio eccessivamente onerose avanzate dal suo procuratore, il Barcellona si vede costretto a venderlo alla Juventus.

Roberto Bolano.

Nel suo essere totalmente fuori dai canoni tradizionali della narrativa legata al calcio, Buba riesce a porsi comunque come una lettura leggera, quasi da ombrellone. La grande capacità di Bolaño risiede proprio nel suo saper narrare il paradossale in una maniera talmente coinvolgente da portare, per tutta la durata del racconto, a una vera e propria sospensione dell’incredulità: durante la lettura, ci si sente quasi parte integrante dello spogliatoio di quel Barcellona leggendario, in grado di sovvertire ogni pronostico lanciando in campo la sua arma segreta, la mezz’ala più forte del mondo: Buba l’africano. L’invito è, ovviamente, quello di leggere questa short story il prima possibile, perdendosi tra le pagine di uno degli esperimenti di narrativa calcistica meglio riusciti di sempre.

D’altronde, diciamolo: quanti calciatori, nel corso degli anni, sono sembrati il prodotto di un vero e proprio patto col diavolo? Lasciando da parte i due “Buba” contemporanei, Cristiano Ronaldo e Lionel Messi (che, tra le altre cose, ha l’onore di vestire la sua stessa maglia), quanti “Buba” si sono succeduti nella storia del calcio? Zidane, Ronaldo, Baggio, Ronaldinho e, andando più indietro nel tempo, il più Buba di tutti: Diego Armando Maradona. E, allo stesso modo, quante squadre avrebbero potuto essere considerate come il prodotto di un incantesimo?

 

A cura di Giuseppe Luca Scaffidi