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Il Mondiale Under 20 di Polonia è terminato sabato sera con il trionfo dell’Ucraina a certificare la spaventosa crescita di un calcio che potrebbe aver trovato, come spesso succede nei periodi socialmente tormentati, una nuova generazione d’oro dopo l’exploit di metà anni 2000. Il momento più alto del loro mondiale coincide – ahinoi – con la scorbutica e contestata semifinale che ha sancito l’eliminazione dell’Italia, una squadra alla quale abbiamo fatto in tempo ad appassionarci, sedotti dalla brutalità anglosassone degli azzurrini, in una versione più fisica ed arcigna che mai. Un revival delle virtù più note ed antiche del calcio italico in un abito a tratti addirittura sensuale nascosto sotto l’armatura forgiata da Paolo Nicolato. Il ct ha costruito una nazionale sexy ed intensa come la ciociara di Vittorio De Sica, proponendo a tratti qualcosa di simile alla selezione povera ma generosa di Antonio Conte, con l’aggiunta di alcune individualità per nulla trascurabili per il contesto di un campionato Under 20.

Il gol impietosamente annullato a Scamacca nei minuti di recupero della semifinale ha portato l’Ucraina all’atto conclusivo, dove la Corea del Sud, reduce dalla vittoria contro l’Ecuador, appariva effettivamente inferiore rispetto a chiunque fosse uscito con il pass dalla semifinale tra europee. La finale del tutto inedita è stata la degna rappresentazione di un mondiale per subalterni, nel quale le favorite della vigilia hanno miseramente fallito e tutti quei giocatori che avrebbero dovuto strappare le copertine hanno mostrato il proprio talento solamente a fasi alterne (vedasi le attesissime stelle francesi e portoghesi, oppure l’argentino Barco, il messicano Lainez e il figlio d’arte Timothy Weah).

Come spesso accade in questo genere di tornei, sono emersi invece talenti tutti da affinare, particolarmente valorizzati da contesti che li hanno messi al centro del progetto tecnico, senza quel gap fisico o mentale che per il momento li ha estromessi dal giro del grande calcio. Vi segnaliamo sette nomi semisconosciuti che hanno ben figurato al Mondiale Under 20, buoni per fare i fighi sotto l’ombrellone con gli amici snocciolando i motivi per cui la propria squadra dovrebbe puntare su un’ala sinistra che deve ancora debuttare in prima squadra. Fuori quindi giocatori che pure hanno fatto benissimo come il portierone ucraino di proprietà del Real Lunin (che ha già una cinquantina di presenze in campionati maggiori), il funambolo del PSG Diaby (due presenze nel Crotone anno scorso, 34 alla corte dello sceicco quest’anno, cercate voi una spiegazione) e persino il terzino ecuadoregno Palacios, già giocatore importante in Eredivisie. Fuori anche il migliore in assoluto del Mondiale, premiato Pallone d’Oro della competizione, Kang-in Lee, che, nato nel 2001, è famoso da quando faceva il campioncino in tv a 6 anni, a 11 anni è stato acquistato dal Valencia ed adesso ha firmato una clausola rescissoria da 80 milioni per tenere lontano, almeno per un pochino, il Real Madrid.

Non Pellegrini e Pinamonti quindi, piuttosto gli Scamacca e gli Esposito dal mondo.

Sergiy Buletsa (UKR), 1999, Dinamo Kiev

Un anno fa l’Ucraina batteva nei minuti finali la Francia, una delle favorite alla vittoria finale, durante l’Europeo Under-19, ponendo così le basi per l’accesso alla semifinale che valeva il pass al Mondiale Under 20 dell’anno successivo. Di fatto il primo mattoncino per quello che è stato il trionfo di quest’anno lo gettò Buletsa già anno scorso, bruciando all’86’ i quotati difensori transalpini con un movimento a rientrare sul destro e un tiro secco all’angolino. Il cerchio lo ha chiuso sempre Buletsa, vestendo i panni di boia dell’Italia nella semifinale di qualche giorno fa, con un inserimento da perfetto incursore sul cross basso del compagno. Eppure in un anno una delle stelle più luminose di questa Ucraina vincente non ha trovato spazio nella Dinamo Kiev, che ha preferito lasciarlo nella squadra B; di fatto il numero 10 dell’Under 20 campione del mondo non è riuscito ancora a fare una presenza nel campionato ucraino. Vedendo le partite di questo torneo è difficile capirne il motivo: Buletsa è perfettamente inserito in una nazionale dal talento diffuso, nel quale il trequartista della Dinamo si trova a suo agio sia partendo da sinistra in una posizione ibrida sia rimanendo al centro per connettersi con centrocampisti ed esterni d’attacco.

Bravo in rifinitura, come testimoniano i due assist al Mondiale, pecca di visione quando si abbassa sulla linea dei centrocampisti, ma in Polonia ha sfoderato giocate di una finezza tecnica assoluta con grande continuità. A livello fisico e atletico non impressiona, ma tatticamente e tecnicamente pare già un giocatore evoluto e concreto. A suo favore depongono anche le statistiche del Mondiale: in saldo positivo in quanto a tiri in porta, precisione dei passaggi, successo dei dribbling e persino contrasti ed intercetti. Un trequartista assolutamente moderno che adesso sarà verosimilmente atteso al calcio vero dopo aver dispensato le sue doti in Youth League e Under.

José Cifuentes (ECU), 1999, America de Quito

Anche nel caso dell’Ecuador il sorprendente esito del Mondiale, concluso al terzo posto, ha radici vecchie di qualche mese. Nel Sudamericano di inizio anno, la selezione ecuadoregna ha ottenuto un inatteso primo posto, mettendo in luce quelle individualità che hanno poi ben figurato al mondiale polacco. Su tutti Cifuentes è il profilo più convincente: centrocampista completo, potente nonostante l’altezza non elevata e dai buoni mezzi tecnici, ha già attirato l’interesse di molti club europei, italiane comprese (si parla di Lecce e Genoa), essendo in scadenza di contratto con il club proprietario del cartellino, quell’Universidad Catolica che non ha mai creduto fino in fondo nel ragazzo tanto da concederlo in prestito biennale all’América, dove aveva iniziato la stagione da titolare prima di partire per l’impegno con la nazionale.

Gli highlights della carriera di Cifuentes, per ora, sono la prestazione da migliore in campo, coronata da un bolide su punizione decisivo per i tre punti, contro la favorita Argentina nel Sub-20 a Gennaio e la gemma con cui ha steso gli Stati Uniti ai quarti di finale del Mondiale. La miglior partita nella manifestazione l’ha però sfoderata nella fase a gironi contro l’Italia: nonostante la sconfitta patita, Cifuentes ha giganteggiato in mezzo al campo, dominando una squadra pur fisica come la nostra. Cifuentes risponde perfettamente all’identikit del “diamante grezzo” che avevamo preannunciato. Ai mezzi fisici, atletici e tecnici non riesce ancora ad abbinare una perfetta lettura e una velocità di pensiero che sarà richiesta a livelli più alti in quella zona di campo; a volte necessita di troppi tocchi per eseguire la giocata e fa ancora eccessivo affidamento alla progressione palla al piede per risalire il campo ed uscire dal pressing.

Sekou Koita (MAL), 1999, Wolfsberger (Austria)

Se il Mali è stato una delle tante sorprese del Mondiale, il talento di Koita non è una novità. Già nel 2016 era stato inserito dal The Guardian tra i migliori sessanta classe ’99 nel mondo, dopo aver vinto la Coppa d’Africa Under-17 e perso il Mondiale di categoria solo in finale; scovato tra le fila maliane del Kita, è entrato nell’orbita della multinazionale Red Bull appena compiuta la maggiore età. Il Red Bull Salisburgo lo ha poi girato alla società satellite Liefering, militante nella seconda divisione austriaca e dalla quale sono partiti molti dei recenti talenti africani del Salisburgo, come Haidara, Samassekou ed il francese Upamecano. Nelle brutture della seconda serie, la stella di Koita si è oscurata, finché a gennaio non ha deciso di puntarci il Wolfsberger, nella massima serie.

L’impatto del ragazzo è stato impressionante: in panchina solo all’esordio, poi sempre titolare, con 5 gol e 4 assist in 14 presenze e la sua squadra trascinata alla qualificazione in Europa League. Sia nel club che in nazionale ha agito come seconda punta accanto ad un partner più fisico ed è probabilmente il ruolo a lui più congeniale. Koita infatti fatica a giocare spalle alla porta e a legare i reparti, ma è assolutamente letale quando può vedere il campo aperto o la porta, potendo contare su una progressione brutale, un dribbling efficace ed un tiro assolutamente irresistibile, tanto da giustificare i suoi numeri da tiratore compulsivo. Se il Mali è stato la squadra più divertente del mondiale, lo si deve anche allo stile elettrico di Koita (9 gol in 4 partite con lui contro Italia, Argentina, Francia e Arabia Saudita, senza di lui al debutto 1-1 con Panama). In Polonia gli è riuscito praticamente tutto ed infatti la nazionale maggiore lo ha appena convocato anche per la Coppa d’Africa; con i grandi Koita ha già segnato la prima rete, ma nell’ultima amichevole contro il Camerun, schierato più di mezzora da ala destra con la licenza di convergere per armare il sinistro, non è riuscito a rendersi pericoloso, dimostrando, fuori dalla comfort zone, quei limiti che, una volta superati, potrebbero renderlo verosimilmente uno dei gioielli assoluti del continente africano.

Yukhym Konoplia (UKR), 1999, Shakhtar Donetsk

Come già raccontato per Buletsa, anche Konoplia, dopo essersi messo in luce nello scorso Europeo Under-19, non è riuscito ad esordire nel campionato ucraino, rimanendo confinato nella divisione U21 dove ha ben impressionato in Youth League. Durante il Mondiale vinto, Konoplia è stato nettamente il miglior terzino, sintetizzando le caratteristiche di una nazionale talentuosa e propositiva. Sulla fascia destra ucraina ha infatti dominato, riuscendo a marcare la bellezza di quattro assist, tra cui il suggerimento perfetto che Buletsa ha spinto in rete contro l’Italia in semifinale.

Non perfetto difensivamente, soffre moltissimo nell’uno contro uno e nei duelli, facendosi invece valere quando c’è da difendere in maniera più aggressiva, con intercetti ed anticipi. In fase offensiva ha invece numeri da urlo: i quattro assist sono solo la naturale conseguenza di statistiche impressionanti per produzione e successo di dribbling e cross, per i quali ha giovato anche della presenza a destra di un esterno alto dalle caratteristiche piuttosto equilibrate che gli permettesse di sganciarsi con regolarità.

Oh Se-hun (KOR), 1999, Asan Mugunghwa

Se cerchi Oh Se-hun su Google non esce assolutamente niente sul centravanti coreano, ma al limite pagine su un cantante/ballerino/modello/attore omonimo. Onestamente nemmeno io riesco ad essere convinto che sia un buon giocatore, ciò lo rende in qualche modo il feticcio di questa indagine. Oh Se-hun è in pratica la rappresentazione di una nazionale che, al contrario dell’Ucraina coralmente talentuosa, è arrivata in finale disponendosi elettronicamente attorno al talento magnetico di Lee Kang-in.

In una squadra costruita per essere compatta e pratica, è stato essenziale il ruolo di Oh Se-hun, centravanti neppure troppo brillante della seconda serie coreana, dopo qualche presenza in massima serie; assolutamente fuori scala fisicamente per molti dei difensori di una competizione Under 20, Oh ha comunque mostrato una qualità incredibile nei duelli e nelle sponde. Non è solo molto alto, è dominante di testa. I 135 duelli aerei ingaggiati durante il Mondiale sono una cifra fuori da ogni logica (basti pensare che il secondo in classifica si ferma a 69), con una percentuale di successo altrettanto importante. I due gol di testa decisivi contro Argentina e Giappone (senza saltare, con a seguire le lacrime di chi non è nato certo per essere un predestinato) gli sono valsi una meritata ribalta, ma da non trascurare sono anche i numeri sui dribbling tentati e riusciti, a dimostrazione di una base tecnica non banale. Dove manca Oh è evidentemente nelle giocate a campo aperto e nella visione fronte alla porta, dove ha demandato tutto al collega di reparto più talentuoso, ma se un giorno giocheranno un Mondiale a un paio di metri da terra, il Pallone d’Oro andrà probabilmente a lui.

Amadou Sagna (SEN), 1999, Cayor Foot

Altro carneade perfetto per il tono della lista, Sagna si è preso le luci della ribalta all’esordio mettendo a segno tutti e tre i gol che hanno steso Tahiti, ma in generale è stato mattatore del Senegal che ha fatto bottino pieno nella fase a gironi, prima di uscire ai rigori senza perdere mai. I quattro gol in quattro partite raccontano meno di quello che si è visto da Sagna, ala sconosciuta del campionato senegalese, capace di far impazzire i terzini del Mondiale con un’accelerazione bruciante palla al piede e una puntualità mortifera nei tagli. Troppo impreciso nella rifinitura, è stato invece una spina nel fianco quando ha deciso di dribblare gli avversari, potendo anche contare su una buona padronanza di entrambi i piedi. Ancora non è niente di più che uno schizzo, un progetto di ala di buon livello, ma sembra un peccato non portarlo in un campionato più prestigioso.

Luis Sinisterra (COL), 1999, Feyenoord (Olanda)

Se gli ultimi due nomi hanno soddisfatto pienamente la voglia di hipster, Sinisterra ci pone un dilemma morale, poiché a 17 anni era già titolare nell’Once Caldas, una delle squadre più prestigiose del campionato colombiano, tanto da guadagnarsi molto presto la chiamata in Europa, dal Feyenoord, dove però, non avendo impressionato nelle prime uscite, ha ricominciato il percorso di svezzamento ripartendo dalle squadre giovanili. Sinisterra è un’ala destra assolutamente e follemente dribblomane, in costante equilibrio oscillatorio tra una partita costellata di giocate sublimi ed un’altra da trattamento sanitario obbligatorio.

Sarebbe stato un peccato non citarlo qui dopo aver visto prestazioni come quella contro la Nuova Zelanda, di un’inconcludenza quasi inspiegabile per la mole di giocate prodotte. La sensazione non è che debba migliorare poche cose per diventare un buon giocatore, ma che debba migliorare tanti aspetti per diventare un campione: la scelta finale è quasi sempre sbagliata, tira poco, la passa meno. Soprattutto i cross non arrivano quasi mai al mittente, non tanto perché tecnicamente errati, ma perché accompagnati sempre da qualche cesello che fa perdere l’attimo all’attaccante. Non è migliorato praticamente in nulla da quando, giovanissimo, era già praticamente immarcabile tra i grandi della massima serie colombiana, ma se il Feyenoord riuscirà a lavorarci nella maniera giusta, ci sono tutti i presupposti perché l’Eredivisie conosca un potenziale crack.