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A sentirlo nominare, “Euskal Herria” sembra uno di quei villaggi che fanno da sfondo alle favole. Uno di quelli dove le principesse dai lunghi capelli biondi sono rinchiuse in una stanza all’ultimo piano della torre più alta del castello o quelli dove gli abitanti sono tenuti in scacco da paurosi draghi sputa fuoco che volano alti nel cielo. In realtà Euskal Herria non è altro che il “Paese Basco”, una regione geografica con un piede in Spagna e l’altro in Francia, con le spalle coperte dai Pirenei e i piedi al fresco nelle acque del Golfo di Biscaglia.

Una terra reale e non fiabesca quindi, ma sicuramente tra le più speciali e particolari di tutto il mondo, a partire dalla singolare caratteristica di estendersi per l’appunto su di un territorio appartenente a due nazioni differenti. Più del 20% degli abitanti di questa regione è madrelingua euskara, una particolarissima lingua isolata proibita per 40 anni durante il regime Franchista che non deriva da nessun’altra lingua. L’unico idioma pre-indoeuropeo ad essere sopravvissuto.

La bandiera , per esempio, è un’altra particolarità di questa regione: si chiama Ikurriña ed molto simile a quella del Regno Unito, ma i colori sono rosso, verde e bianco. Cosa c’è di particolare? C’è che è uno dei rarissimi casi al mondo in cui una regione ed una sua provincia condividono la stessa bandiera. La Ikurriña, infatti, sventola anche dai balconi e dalle finestre delle case dei “Paesi Baschi” (da non confondere col “Paese Basco”, traduzione italiana di Euskal Herria), in quella strana parte di Spagna che fa di tutto per sfuggire dai classici stereotipi iberici; dove l’ombrello è decisamente più utile dell’ombrellone e dove la sangria si fa da parte per lasciar posto al sidro di mele.

Incastonata tra i monti e il mare troviamo Bilbao, perla di bellezza dove antico e moderno si fondono armoniosamente come in poche altre parti al mondo. Continuando a zoomare con le dita sulle mappe del nostro smartphone, partendo dall’avveniristico Museo Guggenheim e seguendo il corso dell’estuario che attraversa la città, ci imbattiamo nel nuovo San Mamés, la “Cattedrale” all’interno della quale l’Athletic Bilbao (o meglio, Athletic Club) gioca le sue partite casalinghe. E la squadra più rappresentativa della zona è senza dubbio all’altezza di una regione così particolare.

L’Athletic Club, oltre ad essere una delle squadre più vincenti di Spagna con 8 campionati e 23 coppe nazionali in bacheca, è uno dei tre club spagnoli – in compagnia di Barça e Real – a non essere mai stato retrocesso in Segunda División durante tutti i suoi 121 anni di storia. Ma la cosa straordinaria in tutto ciò è che i Leones de Bilbao riescono a portare avanti questo record schierando tra le proprie fila solo ed esclusivamente giocatori baschi. Ultimamente lo statuto del club ha leggermente allentato la presa sui criteri da rispettare per poter vestire la gloriosa camiseta rojiblanca, ma i calciatori devono comunque soddisfare almeno una delle seguenti richieste:
A) Avere origini basche;
B) Provenire da una delle regioni dell’Euskal Herria;
C) Essere cresciuti calcisticamente nelle giovanili di un club basco.

Questione di statuto, questione di identità, questione di orgoglio. Ma il fatto che siano tutti così intimamente legati alla propria terra fa sì che si sia sempre venuto a creare un indissolubile legame con tutto ciò che li circonda. Un sentitissimo spirito di appartenenza che in campo sprona a dare tutto per i tuoi “fratelli”, per la tua gente, per la tua terra. Tra gli spalti di uno stadio leggendario come il San Mamés si respira nell’aria quell’alchimia magica che moltiplica tutte le varianti di una semplice partita di calcio. Quello che succede a Bilbao è una di quelle cose che accade solo in determinati luoghi al mondo. Una radice che se estirpata e ripiantata in un’altra zona del pianeta non produrrebbe frutti così buoni.

Parziali spiegazioni possono essere rappresentate dalla dimensione commerciale locale (solo sponsor di rigorosa origine basca, ai quali è stato permesso di “sporcare” la maglia da gioco solo dal 2008) e la capacità di raggiungere finali di competizioni sia nazionali che europee. Ma la colonna portante del miracolo che si ripropone di stagione in stagione all’interno del microcosmo basco è senza ombra di dubbio il settore giovanile, dal quale escono calciatori di alto livello che, una volta venduti al miglior offerente, permettono di creare importantissime plusvalenze che finanziano una serie di investimenti a cascata. E così riparte il ciclo.

Ander Herrera (36 milioni di euro), Laporte (65), Kepa (80) e Javi Martinez (40) sono solo alcuni dei talenti forgiati all’ombra della Catedral e rivenduti a prezzi esorbitanti, a volte motivatamente, altre volte meno. Ma tra i tanti diamanti estratti dalle miniere della cantera basca ce n’è uno che ha deciso di restare al fianco della sua gente, per ascoltare il ruggito dei leoni ad ogni suo gol, con le strisce rosse e bianche sul petto e con la Ikurriña tatuata sul cuore: Iker Muniain.

Irriverente, vivace, irrequieto. Ad un primo rapido sguardo, Muniain ricorda una di quelle piccole pesti protagoniste di diversi film statunitensi degli anni ’90, sempre pronte a combinarne una delle loro. In realtà, come testimoniano le numerose interviste che si possono trovare sul web, nella vita di tutti i giorni Iker è un ragazzo tranquillo, riservato e timido, specialmente davanti all’obiettivo delle telecamere. Ma quando l’arbitro fischia il calcio d’inizio i suoi occhi tornano a trasudare malizia, pronti ad architettare il prossimo scherzo col quale bucare le retroguardie avversarie. Non a caso è soprannominato Bart, come quel ragazzino in pantaloncini corti che a bordo del suo skateboard semina il panico tra le strade di Springfield.

Fin dai suoi esordi, il predestinato di Pamplona viene circondato da un hype vertiginoso che lo proietta direttamente nell’élite del calcio spagnolo nel giro di pochissimo tempo. Muniain conquista senza troppa fatica il suo posto in prima squadra quand’è ancora minorenne, largo sulla sinistra, pronto a far impazzire le difese avversarie con uno dei suoi strappi improvvisi.
Poi, però, la sua parabola si fa sempre meno ripida, soprattutto a causa di una serie di gravi infortuni, fino a stabilizzarsi un gradino sotto quella soglia che divide i buoni giocatori dai fuoriclasse.

Muniain, di comune accordo con la società, decide comunque di restare, anche quando i gettoni da titolare che riesce a collezionare sono veramente pochi, e con tenacia, pazienza e costanza riesce a ritrovare quella stabilità fisica e quella continuità nelle prestazioni che gli mancavano da troppo tempo. Il ringraziamento alla società per la fiducia nei suoi confronti e per il supporto nei momenti più difficili non si fa attendere: lo scorso novembre Muniain rinnova col club basco fino al 2024, rinunciando all’inserimento di una clausola rescissoria nel contratto (teoricamente obbligatoria in Spagna):

“Non voglio mettere un prezzo perché non sono in vendita. Questa squadra mi ha dato tutto e voglio restare per sempre”.

Fin dalle sue prime presenze sul rettangolo verde del San Mamés, ormai più di 10 anni fa, Muniain si presenta come uno di quei calciatori brevilinei, rapidi, scaltri e furbi; maliziosi e attenti nello studiare attentamente i movimenti delle linee difensive avversarie e pronti ad approfittare di un eventuale errore, infilandosi in ogni pertugio lasciato sguarnito. Oltre agli inserimenti fulminei e le improvvise accelerazioni col pallone incollato al piede, un’altra caratteristica fondamentale nelle sue giocate è la capacità di toccare la sfera continuamente, sia in velocità che da fermo. Abilità grazie alla quale riesce, aiutato da un baricentro molto basso, a proteggere il possesso del pallone con grande capacità, rendendo quasi impercettibile quel minuscolo spiraglio di tempo in cui il difensore può intervenire in maniera pulita per togliergli la palla dai piedi.

O meglio, dal piede. Perché la quasi totalità di queste carezze al pallone Muniain le propone con un solo piede: il destro. Che siano semplici tocchi, piuttosto che lanci lunghi, cross, assist o tiri in porta, poco conta. Partendo largo a sinistra, arrivato sul fondo rientra sul destro 9 volte su 10, risultando alle volte scontato e leggibile, nonostante l’elevata rapidità di pensiero e di giocata. Detto che il suo scopo principale è quello di creare superiorità numerica partendo dai 30 metri, Muniain si trova a proprio agio anche nel finalizzare l’azione, caricandosi sulle spalle molte responsabilità di gioco nell’ultimo terzo di campo. Nonostante i 54 gol in 385 partite possano sembrare il biglietto da visita di un centrocampista anziché quello di una seconda punta, sotto porta Muniain è cattivo, affamato di goal. Quelle messe a segno sono reti realizzate quasi sempre di prima e rigorosamente di destro, sfruttando i traversoni dei compagni che giocano sull’out opposto al termine di un taglio effettuato con una precisione spazio-temporale millimetrica.

Un particolare insolito ma degno di nota a proposito delle realizzazioni è che, nonostante la stazza lo possa far passare come un calciatore “leggero”, i suoi gol sono spesso messi a segno scaricando in porta vere e proprie bombe a mano. Che si trovi a 20 metri piuttosto che a 20 centimetri dalla linea di porta, Muniain fa sempre esplodere tutta la sua potenza di calcio quando cerca la via del gol. Ma se – al netto degli infortuni – la continuità e la titolarità non sono mai stati in discussione con la maglia dell’Athletic, il discorso cambia quando dalla camiseta scompaiono le strisce bianche. Dopo essere stato una delle colonne portanti di tutte le selezioni giovanili nazionali, Muniain ha raccolto solo 15’ con le Furie Rosse, gettato nella mischia da Del Bosque contro il Venezuela nel 2012.

A causa dei gravi infortuni alle ginocchia che lo hanno perseguitato per lungo tempo, è sparito dai radar della nazionale maggiore salvo poi riapparire tra i convocati di Luis Enrique nella primavera di quest’anno, dopo sette interminabili anni di attesa. Una giusta ricompensa per un ragazzo umile che ha sempre trovato il modo di rialzarsi dopo ogni rovinosa caduta, lavorando con l’obiettivo di raggiungere – e perché no, migliorare – il livello conquistato prima di cadere. Per se stesso e per la sua squadra, per la sua terra e la sua gente. Per quel concetto di calciatore-bandiera che ormai tutti crediamo estinto ma che poi, in fondo, così estinto non è. D’altra parte Muniain ha ancora soltanto 26 anni e tutte le carte in regola per tornare a sventolare, proprio come fanno le Ikurriñas sui balconi di Bilbao.