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Di Alessio Cattaneo

Un anno fa Steven Gerrard iniziava il suo percorso da allenatore. I Glasgow Rangers avevano deciso di affidargli il progetto a medio-lungo termine voluto dalla proprietà, che prevede il ritorno al vertice del calcio scozzese. Al momento dell’annuncio in molti avevano ritenuto la scelta, seppur di sicuro fascino, piuttosto rischiosa alla luce della scarsa esperienza accumulata da Gerrard dal momento del ritiro dal calcio giocato.

Prima di trasferirsi a Glasgow l’ex centrocampista aveva infatti trascorso solo poco più di un anno nell’Academy del Liverpool come allenatore delle squadre under-18 e under-19; un periodo breve, sì, ma sufficiente a impressionare, per attitudine e metodo di lavoro, il direttore delle giovanili Alex Inglethorpe (che lo saluterà definendolo “incredibilmente dedito a raggiungere i suoi obiettivi”) e Jurgen Klopp. Ma non solo. Lo scorso aprile, quando la dirigenza dei Rangers esonera Graeme Murty dopo due pesanti sconfitte, non banali, contro il Celtic (un 4-0 in coppa e un 5-0 in campionato), il primo nome che inizia a circolare per la successione è proprio quello di Gerrard; di lì a pochi giorni sarà messo tutto nero su bianco.

La conferenza stampa di presentazione del 4 maggio ruota attorno ai temi sollevati dalla stampa d’oltremanica: l’assenza di esperienza e la pressione che deriva dall’allenare i Rangers. Come ai tempi di Liverpool, dove si esaltava nel gioco box-to-box, anche nella comunicazione Gerrard sa eludere il pressing e preparare il terreno per il contrattacco: “Non mi interessa essere sotto pressione, ci sono da quando ho iniziato a giocare. E non è nemmeno un brutta cosa, è ciò che amo del mondo del calcio”. Quanto allo scarso curriculum da coach, la chiarezza delle idee non è da meno: “L’esperienza non è un problema per me, forse lo è per gli altri. Conosco solo un modo per fare esperienza: credere in sé stessi e accettare le sfide a testa alta”.

Ah. E non ha perso un’oncia della sua classe. Osservate lo stop che effettua a bordo campo a braccia conserte… 

Quella che gli propone il proprietario Dave King, in carica dal 2012 dopo la rifondazione seguita al fallimento del club, è ambiziosa senza essere illusoria: i Rangers devono ridurre il gap dai rivali del Celtic che da otto anni vincono la Premiership e puntare al ritorno in vetta nell’arco di alcuni anni. Gerrard eredita una squadra arrivata terza l’anno precedente e qualificata ai preliminari di Europa League; nella scala degli obiettivi societari, il primo gradino è proprio l’ingresso nel secondo torneo europeo per club. Dopo un paio di amichevoli di rodaggio, il debutto ufficiale dell’ex Liverpool si consuma il 12 luglio. In un Ibrox Stadium da 50.000 posti tutti esauriti, i Rangers superano 2-0 l’FK Shkupi nella gara d’andata di primo turno; con lo 0-0 al ritorno in Macedonia arriva la qualificazione. Sulla strada verso i gironi di E. League, la squadra di Gerrard elimina i croati dell’Osijek, gli sloveni del Maribor e infine i russi dell’FC Ufa, capaci di mettere alle corde gli scozzesi, costretti a giocare in nove la gara di ritorno dopo l’1-0 dell’andata. Alla fine l’1-1 strappato in trasferta sarà sufficiente.

Parallelamente al percorso europeo il 5 agosto parte l’avventura in campionato. Nelle prime cinque partite i Rangers vinceranno una sola volta, in casa, contro il St Mirren a fronte di due pareggi (quello con l’Aberdeen in trasferta alla prima giornata comunque di valore) e una sconfitta, nel primo Old Firm stagionale contro il Celtic per 1-0. Nella gara di apertura di League Cup invece arriva un netto 3-1 sul campo del Kilmarnock in cui si manifesta con una tripletta tutta la forza dell’attaccante colombiano Alfredo Morelos, a fine anno miglior realizzatore stagionale di squadra (30 gol totali) e di Premiership (18).

Tatticamente, all’alba della stagione, Gerrard imposta la squadra con un 4-3-3 ispirato al Liverpool di Klopp nei suoi princìpi di gioco. La pressione sulla palla, ad esempio, è uno degli aspetti in cui i Rangers mostreranno grandi miglioramenti rispetto all’anno prima; grazie a un atteggiamento che favorisce il recupero immediato e permette ai reparti di salire e rimanere corti, la squadra si dimostra meno vulnerabile e finirà per subire solo 27 gol contro i 50 della complicata stagione 2017/18.

Le difficoltà nel trovare continuità di risultati – un trend che si estenderà dall’estate fino all’anno nuovo – dipendono invece da un attacco che sa facilmente creare densità in zona area e possesso, ma è meno abile nel capitalizzare. È soprattutto la mancanza di profondità a ingolfare la circolazione di palla e portare gli attaccanti a sbattere contro le linee difensive. Un problema emerso con evidenza nelle due sconfitte contro l’Aberdeen a dicembre (in cui i Rangers produrrano il 64% di possesso palla e 11 tiri in porta) e il Kilmarnock a gennaio (57% di possesso e 15 conclusioni a rete).

Le migliori partite stagionali dei Rangers coincidono con l’introduzione di un sistema ibrido fra 4-3-1-2 e 4-1-4-1 che svuoterà il centrocampo (utilizzato con frequenza e presto nel girone di Europa League, in maniera più tardiva Premiership) in favore di una maggiore presenza sulla trequarti. Saranno le combinazioni tra l’uomo fra le linee Scott Arfield e le punte Morelos e Jermain Defoe a rendere più diretta la manovra e produrre un maggior numero di gol. In Europa Gerrard guida la squadra a un ottimo girone insieme a Villarreal, Rapid Vienna e Spartak Mosca mancando per un solo punto la qualificazione ai sedicesimi. Un risultato che tutto sommato può ritenersi soddisfacente considerando la base di partenza della squadra, ma nelle sue parole emerge presto la mentalità e l’ambizione di un allenatore incapace di accontentarsi: “Questa esperienza per noi è stata un buon test. Ripensando al nostro viaggio la mente va allo 0-0 a Mosca dove abbiamo sbagliato alcune chance; avremmo potuto trovarci in una posizione migliore per passare il turno ma la realtà è che per questo livello siamo ancora un po’ indietro. E il mio compito è quello provare a colmare il gap”.

Il 2-0 nel derby di Glasgow è il punto apicale dell’esperienza di Stevie in panchina. Il primo gol di Tavernier è un inno al pressing offensivo orientato sulla palla. Klopp rules. 

Il desiderio di accorciare le distanze, mettersi alla prova e crescere passo dopo passo è il leit motiv che fa da sottofondo alla prima stagione di Gerrard a Glasgow. Di un percorso che parte con tali premesse fanno parte inevitabilmente alti e bassi tecnici ed emotivi. Scatti verso l’alto (il primo posto raggiunto alla 15ma giornata battendo l’Heart of Midlothian e le due vittorie nei quattro Old Firm contro il Celtic) e scivolate beffarde (la vetta della classifica persa subito contro l’Aberdeen, che eliminerà i Rangers sia in Coppa di Lega che in Coppa di Scozia).

È il consolidamento tattico, raggiunto nel disegnare un undici che si muove attorno ai movimenti sulla trequarti del miglior giocatore stagionale, Arfield, a stabilizzare da gennaio in poi le prestazioni dei Rangers. E ad aiutare le ambizioni di Gerrard a spingersi un po’ più in là rispetto al secondo posto finale: “Per noi non è abbastanza. So che il club sta guardando avanti, sta crescendo e migliorando”, dirà al termine della gara del 28 aprile vinta 2-1 contro la bestia nera Aberdeen. “Abbiamo bisogno di più qualità e disciplina durante tutto l’anno; così saremo più competitivi nella prossima stagione”.

Quando nel maggio di un anno fa Gerrard firmava l’accordo con i Glasgow Rangers, riceveva in cambio dal proprietario Dave King un’ideale lista dei desideri che avrebbe gradito vedere esauditi. Nulla di clamoroso o di eccessivo rispetto alle possibilità tecniche ed economiche del club, in linea con un progetto nutrito dalla politica dei piccoli passi pur nella sua crescente ambizione. All’ex Liverpool veniva chiesto di qualificarsi per i gironi di Europa League e riportare la squadra sulla mappa del calcio europeo; raggiungere il secondo posto in Premiership e ridurre la distanza dagli storici rivali del Celtic.

Due obiettivi a breve durata soddisfatti e uno, più a larga scala, che necessita di tempo, pazienza, programmazione e investimenti. Ricostruire guardando in alto richiede ognuna di queste condizioni, più una serie di certezze che derivano dalla stabilità. Dopo solo un anno i Rangers possono dire di averla trovata in Steven Gerrard. Dietro a una scelta che agli occhi di molti sembrava carica di un fascino fine a sé stesso più che di sostanza, si celava in realtà l’adeguata preparazione di un allenatore debuttante solo sulla carta. Capace nei fatti di reggere le pressioni di un ambiente caldo e passionale, ma allo stesso tempo esigente.

Stevie G, come lo chiamano ancora i fan di Anfield, sembra essere in possesso delle giuste qualità per emergere nel calcio di vertice: carisma (innato), conoscenze, sicurezza nei propri mezzi e una proposta di football moderna e riconoscibile. In attesa di conoscere lo sviluppo del secondo anno in Scozia, la sensazione è che le strade di Gerrard e dei Rangers si siano incrociate nel momento migliore delle rispettive storie personali.