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A cura di Alessio Cattaneo

Nel calcio non è raro che una squadra abbia in rosa un certo numero di giocatori della stessa nazionalità. In tempi recenti in Italia si ricordano ad esempio la colonia argentina dell’Inter o quella brasiliana del Milan: per anni nello spogliatoio delle due squadre di Milano l’anima albiceleste e verdeoro ha contribuito a disegnare i tratti dell’identità di squadra, in campo e fuori. Oggi in Europa, lo Shakthar Donetsk è uno dei maggiori rappresentanti di questa sorta di colonialismo calcistico, alla luce della presenza in rosa di ben undici giocatori brasiliani. Senza toccare le vette del club ucraino o del Milan dei primi anni 2000, anche il ruggente Deportivo La Coruna degli anni ’90 vantava una rappresentanza nutrita di calciatori verdeoro. Trend di questo tipo nascono spesso in modo casuale, senza che siano studiati in origine a tavolino (ad eccezione dello Shakthar che li cerca appositamente, in virtù dei buoni frutti raccolti da questa politica nel corso del tempo).

Alla base c’è storicamente la buona riuscita di un’operazione di mercato che coinvolge un giocatore straniero. A cui fa seguito quella successiva, e quella dopo ancora; lì trova terreno fertile l’infatuazione (spesso pericolosa) mista a fascino verso i giocatori di uno stesso paese.
In ogni domino c’è sempre un primo tassello che si muove e per il Deportivo si tratta di Raudnei Anversa Freire. Non il più importante dei brasiliani passati a La Coruña, va detto, anche perché dopo un paio di stagioni, nel 1990, tornerà in patria lasciando in archivio 17 gol. Ma per un motivo o per un altro (a sicura conoscenza del presidente Augusto César Lendoiro, in carica dal 1988, e alla guida in prima persona del mercato della squadra) dopo di lui seguirà una lunga serie di rappresentanti verdeoro che andranno a colorare i futuri anni del club gallego.

Se Dinho sarà una meteora (ma solo in Europa perché da roccioso centrocampista vincerà due Libertadores con San Paolo e Gremio), Mauro Silva e Bebeto diventano invece i giocatori di riferimento della squadra sin dal loro arrivo in Spagna nel 1992 e i portabandiera del Brasile a La Coruña.

Mauro Silva è la bandiera a tutti gli effetti del club e ci rimane tredici anni stringendo un legame di ferro con la città, più forte anche delle tentazioni: “Ho avuto delle offerte, come dal Real Madrid”, ha dichiarato a fine carriera. “Ma quando sei soddisfatto di dove vivi e della squadra, del fatto che hai vinto sei titoli e giochi nelle competizioni più importanti, è molto difficile scegliere di andare via”. Il passaggio di Bebeto in Galizia si consuma invece in un tempo più breve: quattro anni, in cui segna con continuità. Il quotidiano La Voz De Galicia ha scritto di lui: “È semplice: quando pensi a Bebeto, pensi ai gol”. Ne farà 86 in 131 partite, 29 al primo anno nella Primera División con conseguente titolo di Pichichi prima di cedere, lui sì, al richiamo di casa e firmare per il Vasco da Gama: “Consideravo la mia missione al Deportivo completata. Per me sarà sempre una seconda casa”.

L’efferata tripletta di Bebeto contro il Real Madrid al Riazor (più un quarto gol annullato). Una lectio magistralis sull’arte di giocare sulla linea difensiva avversaria.

Nel 1993 nel ruolo di colonna portante accanto a Mauro Silva inizia il proprio percorso il centrocampista Donato Gama da Silva. Per rendimento e longevità (rimarrà fino al 2003) entra nella storia del club fornendo prestazioni di livello ben oltre i 40 anni, quando retrocede in difesa e straccia record su record. L’impatto così marcato, per niente banale, dei brasiliani con la realtà del Depor crea le condizioni future per lo sbarco di altri connazionali e di stagione in stagione ne aiuta l’identificazione col club. Se le squadre hanno un’anima, quella del Deportivo La Coruna del presidente Lendonio era intrisa di spirito carioca.

A cavallo fra la fine degli anni ’90 e l’arrivo del nuovo millennio, il Deportivo accoglierà Flavio Coincecao (che formerà una diga di centrocampo con pochi eguali insieme a Mauro Silva), César Sampaio, Emerson e Renaldo ma lo stadio Riazor di La Coruña ribollerà per due giocatori più di altri: Rivaldo e Djalminha. Decisamente i più tecnici e creativi dei brasiliani passati per la Galizia nel periodo d’oro del Super Depor, i due condividevano la squadra di provenienza, il Palmeiras, sebbene non ci abbiano mai giocato insieme.

A Rivaldo bastò una sola stagione da 21 reti per convincere il Barcellona a farne il sostituto di Ronaldo, volato dall’Inter di Moratti nell’estate del 1997. Difficile trovarne uno uguale all’altro, di quei gol: di rapina, di testa (una parte del suo repertorio parecchio sottovalutata), su punizione, da fuori area. Seppur limitato a un unico anno, l’impatto fu paragonabile solo a quello di Bebeto alla sua prima stagione. Tanto è vero che se chiedete a un qualsiasi tifoso del Depor un commento sulla quella singola annata la chiamerà semplicemente la stagione di Rivaldo. O quella delle esultanze a braccia alzate con la maglia sopra la testa, come Ravanelli e pure Shevchenko penseremmo noi. In quel Deportivo, allenato da Javier Irureta, basco nativo di Irún predicatore di un futbol concreto e verticale, Rivaldo si trova come un topo nel formaggio e può esaltare le qualità di brasiliano senza fronzoli e tutta sostanza. Un esercizio che invece riesce più difficile al suo successore Djalminha, l’esatto opposto per attitudine e interpretazione del gioco.

Il nativo di San Paolo è sostanzialmente l’ultimo carioca che il presidente Lendoiro porterà in Galizia. Con il ritiro di Mauro Silva nel 2005, si chiuderà l’epoca dei brasiliani del Depor ma con Djalminha si arriva alla parola fine dopo aver assaporato fino all’ultima goccia il talento discontinuo, intermittente e folle di un interprete fuori dal comune. Generoso nel mostrare un gioco senza catene rispetto al calcio organizzato europeo; meno gentile verso sé stesso, quando l’ira incastrata in una tecnica di base spaventosa trovava sfogo trasformandolo in una scheggia incontrollabile, nel bene e nel male. A questo proposito Víctor, centrocampista spagnolo e suo compagno per tre stagioni, dirà di lui:

“Era il tipo di giocatore che è sempre capace di sorprenderti. Quando pensi di aver già visto tutto nel calcio, arriva Djalma e ti mostra una cosa nuova. Nella mia carriera solo con Guti e Valeron ho provato le stesse sensazioni”.

Infatti c’è anche lui nel mitico anno 2000 in cui il Deportivo La Coruna vincerà la Liga. Insieme a Mauro Silva, Donato e Flavio Coincecao. All’alba del nuovo millennio sul panorama spagnolo ed europeo si affaccia il SuperDepor che vince e alza trofei, e ha nel sangue i colori verdeoro.

È difficile trovare una spiegazione dietro al rapporto speciale che ha unito per anni i calciatori del Brasile e La Coruña; in una terra, la Galizia, che parla una lingua che è anche portoghese (il Gallego) ma conta una media di sei giorni di pioggia al mese durante l’anno. In questa parte di Spagna, nella metà di città che esulta per il Depor il segno lasciato dai brasiliani resta indelebile, nella memoria della gente e nella loro. Compresa in quella più zingara e imprevedibile di tutti, quella di Djalminha: “Qui ho speso gli anni migliori della carriera e qui è dove sono stato più felice. Fuori e dentro dal campo, mi piaceva tutto. Quando abbiamo vinto il campionato la gente era contenta, mi ricordo Piazza Maria Pita gremita. Sono immagini che è impossibile dimenticare”. Come ogni appassionato di calcio non può fare con quel Depor, e con i suoi brasiliani.