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Se è vero che l’ultima Champions League ha decretato la rinascita del movimento calcistico albionico, con tutte le quattro squadre qualificate per i quarti e le finaliste inglesi, è giusto anche evidenziare il relativo utilizzo dei calciatori britannici, spesso rilegati in ruoli marginali. I top class sono probabilmente Alli, Kane, Alexander-Arnold e Sterling. Gli altri – da Henderson a Trippier, passando per Rashford, Lingard e Dier – sono buoni giocatori, ma non determinanti nelle sorti dei propri club.

La terza èra della Premier – il cui inizio è decretato dai ritiri di Sir Alex Ferguson e Arsene Wenger –  sull’ondata di rinnovamento in salsa italo-catalana-tedesca, non ha però finora tolto troppo allo sviluppo del talento grezzo: sono tuttora molti i calciatori d’origine britannica che si affacciano giovanissimi alla Premier League, soprattutto nei club di seconda fascia. Molti si perdono,  relegati in panchina o nelle minors da giocatori stranieri già pronti, o semplicemente schiacciati da una pressione mediatica eccessiva. Parliamo di sei giocatori poco noti al grande pubblico su cui puntare la proverbiale sterlina per un futuro radioso; non sorprendetevi di non trovare gli oramai famosi Abraham e Mount del Chelsea, o Winks del Tottenham, Wan-Bissaka e Phil Foden delle due squadre di Manchester.

Harry Wilson (Bournemouth)

Harry Wilson è un talento del Liverpool in prestito al Bournemouth, ma i rumors sussurrano che Klopp sia scettico circa la tenuta fisica del ragazzo a certi livelli, destinato così a cambiare aria a fine stagione. Gallese di confine, ha esordito in Nazionale neanche 17enne, permettendo allo zio Peter d’incassare dai bookmakers una cifra vicina alle 175’000 £, a fronte di un investimento di appena cinquanta nel lontano anno 2000; per sua stessa ammissione al tempo aveva il tasso alcolico più alto dell’età del nipote (3 anni).

Anche se ufficialmente entra a far parte della Liverpool Academy a 16 anni, in realtà è un reds fin dal 2004, quando la madre aveva coperto i 50 km che separano Wrexham dalla capitale del Merseyside per portarlo al provino. Dal canto suo, per sentirsi davvero uno di famiglia, Harry dovrà attendere gennaio 2017, quando esordisce in un match ufficiale di FA Cup contro il Plymouth. Dopo un prestito in Championship con l’Hull City prima, concluso con un bottino di 14 presenze e 7 reti, e col Derby County poi (15 reti in 40 partite), quest’anno è arrivata la chance in Premier. Come detto, è in prestito con diritto, ed è quindi probabile che venga riscattato e subito ceduto a cifre maggiorate nel più classico dei sign-and-trade.

Il suo boom è avvenuto quando è stato spostato da attaccante centrale a esterno d’attacco; ruolo dove il suo fisico non lo limita troppo, e dal quale sembra continuare a vedere bene la porta: in Premier siamo già a due reti. La sua migliore skill è sicuramente l’abilità nelle punizioni: soprattutto quelle dai 25 metri, quando il suo sinistro riesce a sfruttare decisamente bene l’imprevedibilità della traiettoria dei palloni, con uno stile che sta a metà strada tra Pirlo (ricordate la maledetta?) e Milner. Il tiro in movimento è un altro punto di forza: da Wilson ci si aspetta sempre più gol da palle ribattute o sporche, specialmente al limite dell’area. Per il resto è il classico esterno moderno inglese: veloce, generoso, relativamente creativo (nonostante un dribbling efficiente). In due parole: è continuo e affidabile. Più british di così.

Dwight McNeil (Burnley)

La sua storia è quella del vero underdog: nato a Solihull, famosa sede storica della Land Rover, viene presto accolto nell’Academy del Manchester Utd che però, nel 2014, lo lascia partire perché “troppo insicuro”. Trasferito al Burnley grazie a un aggancio del padre Matty – che ha alle spalle una carriera decennale in League One, spesa in quindici squadre – fino al 2018 si mette in mostra nelle giovanili, dove spicca per irruenza fisica: in tal senso i suoi 193 cm lo aiutano. Esordisce in prima squadra il 13 maggio 2018, nel match perso 2-1 contro il Bournemouth, e sostanzialmente non esce più dal campo.

E’ un giocatore sui generis, e fare una comparison è difficilissimo. Apparentemente è sgraziato nei movimenti, gioca ingobbito e spesso a testa bassa ma, di fatto, il suo sinistro raramente si vede soffiare il pallone. Paradossalmente, potrebbe diventare sia un buon esterno alla Thomas Meunier, o un buon interno equilibratore come Sergio Busquets, che lo ricorda per fisico e alta accuratezza nei passaggi. Come il catalano, spesso sembra non avere il pieno controllo della sfera, ma la lunga falcata e il fisico slanciato lo aiutano a tener lontano gli avversari e perdere pochi palloni. Autentico competitor, adesso gioca esclusivamente da esterno sinistro, con qualche comparsata da mezzala, dove però non sembra avere il ritmo e il passo dei grandi.

Particolare è la sua caratteristica di toccare tantissime volte il pallone in pochi centimetri, con una rapidità insospettabile che sembra spiazzare anche gli avversari. La curiosità sta nel vederlo più pivitale nello sviluppo del gioco, magari come centrale di centrocampo. In tal senso vanno le dichiarazioni del manager Sean Dyche, che ha definito poche le “3 reti segnate in 30 partite”, preludendo forse a cambiamenti tattici futuriE’ probabile che la sua esplosione definitiva avverrà nei prossimi campionati, magari in una squadra di media classifica con ambizioni diverse e un gioco meno conservativo: è nel mirino del Newcastle.

Jack Grealish (Aston Villa)

Classe ’95, Jack Peter Grealish nasce a Birmingham in una famiglia della lower class devastata dalla scomparsa, a causa della sindrome da morte improvvisa infantile, del figlio primogenito. Trasferitosi a Solihull, a poche case di distanza dai McNeils, viene cresciuto come un vero irlandese, tra il culto cattolico dell’Altissimo e quello pagano della squadra di famiglia: l’Aston Villa. Ben presto, i genitori capiscono che è destinato a diventare un calciatore: è quello cui riesce tutto sempre facilmente e bene con la palla, tanto che il suo destino di predestinato non viene mai realmente messo in discussione.

Diventa un villan da giovanissimo e – parentesi da vicecapitano in Championship del Notts a parte – non se n’è mai andato, diventando ben presto il fulcro del gioco dell’Aston Villa: Jack gioca infatti un calcio coraggioso, quasi schizofrenico, rapido e associativo; è un trascinatore nato. Nonostante giochi ufficialmente come esterno sinistro, in diverse occasioni si muove da vero numero 10, regista offensivo, accentrandosi e servendo preziosi assist in profondità. Il third pass, oltre che un tiro di collo di tutto rispetto, lo rende giocatore essenziale per i compagni: senza di lui la squadra perde smalto e brillantezza offensiva.

E’ tanto amato dai propri tifosi quanto detestato dagli avversari, visto che cade spesso in atteggiamenti borderline. D’altronde i geni irlandesi – ha militato sia nell’Under 21 irlandese che inglese, scegliendo quella albionica -, sono evidenti sia nei tackle duri che nell’amore paparazzato per le pinte di Guinness. Probabilmente sarà difficile vederlo ad altissimi livelli: l’attaccamento alla sua squadra del cuore, il recente rinnovo al rialzo e la non facile gestione extra-calcistica, lo rendono  una scommessa forse troppo rischiosa.

Max Aarons (Norwich City)

Per molti è già ora uno dei migliori terzini della Premier. Max Aarons nasce il 4 gennaio 2000 da madre inglese e padre giamaicano e cresce nel mito di suo cugino Rolando, visto un paio di stagioni fa a Verona. Cresce a Milton Keynes, frequentando la prestigiosa Shenley Brook End School più che i campetti di calcio. L’anno decisivo è il 2009, quando Max e suo cugino vengono ammessi entrambi nelle academy di Bristol e Luton Town; volendo che i due escano definitivamente dalla loro comfort zone, in famiglia viene deciso che uno sarebbe andato al Bristol FC, mentre l’altro al Luton Town FC: per questioni anagrafiche e geografiche Max firma per quest’ultima squadra.

Durante i 5 anni al Luton, hanno tentato di scipparlo diversi club come Tottenham, Norwich e QPR, estasiati da un tocco di palla morbido e da test atletici non dissimili da quelli dei migliori scattisti del paese. A spuntarla – un po’ a sorpresa: Luton è a un’ora di auto da Londra, mentre Norwich a mezza giornata – alla fine è il Norwich City, che lo aggrega alle giovanili nel 2016. Come si suol dire, il resto è storia: dopo due anni nelle giovanili, Aarons in poche settimane diventa un perno della prima squadra e della Nazionale Under 21. A soli 19 anni, pare ormai pronto per la Nazionale maggiore, mentre il passaggio al Tottenham in gennaio pare cosa fatta: sono troppe le qualità di questo jolly in grado di giocare su entrambe le fasce.

Ora che ha quasi 50 partite da professionista alle spalle, è chiaro quanto sia più abile nella fase offensiva che in quella difensiva, ed è per questo che viene spesso paragonato più al connazionale Trippier che a Dani Alves, con cui condivide la capacità di controllo-palla in conduzione e la visione di gioco sopra la media per il ruolo, e che sulla carta è il punto d’arrivo finale: se migliorerà anche il tocco col piede debole, sentiremo parlare ancora di lui.

Aarons… and counting

Sempre nel Norwich sta facendo faville il giovanissimo Todd Cantwell. Il classe ’99 nasce a Dereham, Norfolk, e si è unisce all’Academy del club a 10 anni, quando ancora frequenta la Northgate School. Nel luglio 2014, Cantwell debutta con l’Inghilterra U-17 e poco dopo diventa titolare nell’Under23 del suo club, col quale disputa una stagione in League Two, ottenendo pure una nomination come “Miglior giocatore dell’anno”. Debutta come senior a inizio 2018 in un match di Coppa d’Inghilterra contro il Chelsea a Stamford Bridge, prima di passare in prestito al Fortuna Sittard per il resto della stagione. Tornato in patria, ha rapidamente scalato le gerarchie, diventando uno dei migliori esterni del campionato, come dimostrano le diverse nomination come “Player of the week”. Ala moderna, col vizietto del gol oltre che dal dribbling facile, sembra destinato a una carriera di tutto rispetto; probabilmente, dopo quella con l’under 21 arriverà presto anche una chance in Nazionale maggiore.

Esultanza di Cantwell dopo il primo gol in Premier League, due settimane fa.

Dean Henderson (Sheffield United)

Ok, qui basta dire che in Baviera danno per scontato che sia lui l’erede del mostro sacro Neuer. Com’è possibile, considerando che il cartellino è del Manchester United? La risposta è semplice: da qualche settimana il 29enne dei Red Devils De Gea è il portiere più pagato di sempre, nonché il secondo spagnolo con l’ingaggio più alto in tutti gli sport, compresi i giocatori dell’NBA, e questo fa pensare che sarà titolare per diversi anni ancora. Eppure, molti sostengono che una mossa che Sir Alex non avrebbe esitato a fare sarebbe stata quella di dare il benservito all’ingordo portiere madrileno, probabilmente tra i top 5 nel ruolo, ma spesso a un centimetro dalla papera, per puntare sullo sconosciuto attuale portiere inglese dello Sheffield United.

Il fatto vuole però che Dean sia arrivato a giocarsi le sue carte in prima squadra soltanto nel 2015, un paio d’anni dopo il ritiro di Ferguson, senza mai riuscire a esordire. Finora per lui professionismo ha significato un lungo girovagare per l’Inghilterra, un po’ da secondo nel ruolo (Stockport e Grimsby, addirittura in League Two), e un po’ da protagonista (in League One allo Shrewsbury, prima del prestito biennale allo Sheffield), senza lasciare che la cosa lo distogliesse dai suoi obbiettivi: d’altronde viene da Carlisle, Cumbria dell’Est, poco distante dal Vallo di Adriano, e come i suoi concittadini è abituato a combattere e alla resilienza dei popoli di confine.A 22 anni è pronto per insediare Pickford in nazionale maggiore, anche se ad oggi ci si accontenta di vederlo difendere i pali dell’Under 21. Cosa di per sé miracolosa se si considera che, dopo aver vinto i Mondiali con l’Under 20, era uscito completamente dai radar delle nazionali giovanili a seguito del sopracitato trasferimento allo Shrewsbury Town FC, militante in terza serie. Reattivo, sicuro tanto nelle uscite quanto in porta, colpisce per la sicurezza nei tiri bassi e nel gioco coi piedi: caratteristiche che lo rendono diverso dagli altri portieri inglesi, e quindi già appetibile per una squadra da Europa League. Peccato che le big della Premier siano già sistemate. Ma la curiosità di monitorarne la crescita rimane intatta.

Eddie Nketiah (Leeds)

Edward Nketiah è un londinese doc: nasce nel 1999 nel sobborgo di Lewisham, molto distante dal quartiere borghese di Chelsea, che pure lo accoglie quando entra nelle giovanili dei Blues (era stato notato durante un match della “London Sunday League” a 8 anni). Nonostante le indiscutibili qualità balistiche messe in mostra, nel 2015 il Chelsea lo rilascia in quanto “troppo esile”. Senza batter ciglio Eddie entra nelle giovanili dell’Arsenal, dove segna 15 gol in 16 presenze con gli under 18 il primo anno e 12 gol in 26 presenze con gli under 23 il secondo. Cifre che gli valgono la chiamata del guru Arsène Wenger per la tourneè pre-stagionale della squadra senior tra Australia e Cina già nel 2015.

Dopo quattro anni nella squadra riserve, Wenger gli concede qualche scampolo di partita; in uno di questi, contro il Burnley, segna la prima rete da professionista. L’opportunità di giocare con continuità arriva solo quest’anno grazie al Leeds: dicono che il santone Marcelo Bielsa straveda per lui così “simile sia a Henry che Jermaine Defoe”. Nketiah  in realtà ricorda ai più l’ex Gunner Ian Wright: come lui è un killer d’area, capace tuttavia di colpi di genio inaspettati. Veloce, cinico, praticamente ambidestro, è in grado di segnare in qualsiasi modo e da ogni angolazione: per lui, che ha rifiutato la convocazione del Ghana per giocarsi le sue chance con la nazionale dei Tre Leoni, non può che prospettarsi una carriera come prima punta, visto che l’istinto primario è quello di guardare la porta.

La curiosità è nel vederlo crescere all’ombra di Lacazette, simile a lui anche se più tecnico. Ancora le partite sono poche per poterlo giudicare, ma i numeri sembrano quelli giusti: a neanche 20 anni si parla di un gol ogni 60 minuti con le nazionali giovanili e di un gol ogni due partite in Premier, seppur in un campione troppo limitato. Un’ultima chicca? E’ un eccellente colpitore di testa, a discapito di un fisico tutt’altro che slanciato.

BONUS: John McGinn (Aston Villa)

“Non credevo di essere portato per il calcio. Nel 2014 portavo ancora l’acqua ai compagni, nel St Mirren, senza praticamente giocare mai. Iniziai a vedere il campo l’anno seguente, anche se mi fermai quasi subito saltando l’intera stagione: il capitano della squadra mi aveva lanciato per scherzo un giavellotto, trapassandomi la coscia da parte a parte”.

John è già ora un calciatore cult. Stellina dell’Hibernian fino ad appena 2 anni fa, il piccolo mago di Glasgow è nipote dell’ex presidente della Federcalcio scozzese e fratellino di Paul e Stephen, rispettivamente esterno destro e sinistro del St Mirren, ed entrambi con un passato (poco glorioso) in Premier League. Il primo colpo matto di John risale a pochi mesi fa: sembra cosa fatta il passaggio alla nobile per eccellenza del calcio scozzese, il Celtic, quando il ragazzo spiazza tutti firmando, senza neanche avvertire il suo agente, per l’Aston Villa, miglior squadra della Championship.

Il suo primo anno nella seconda serie inglese sarà tuttavia tramandato ai posteri dai tifosi dei Villans: John è talmente tecnico e rapido per i lenti difensori inglesi della seconda serie che batte il record all-time per falli subiti da un professionista di calcio britannico (da quando si tiene la statistica, cioè dal 1969) alla ventinovesima partita, commentando “sono cresciuto giocando contro adolescenti che giocavano ubriachi, a volte anche in gare ufficiali, e quindi non si risparmiavano nei tackle, coi loro movimenti imprevedibili e decisamente pericolosi”.

Alla fine della scorsa stagione per lui è arrivata un’offerta del Manchester United, rifiutata dal club perché troppo bassa, sfiorando un triplo salto – passare dalla seconda serie direttamente in un club che gioca la Champions – che non riusciva dai tempi di Verratti dal Pescara al PSG. I motivi dell’attenzione dei Red Devils nei suoi confronti? Salta l’uomo come un giocatore top class, è tanto cattivo quanto generoso, e vede anche la porta: a 25 anni, sembra pronto per prendersi in mano la Nazionale scozzese e la Premier. A suon di dribbling spensierati e insospettabili uscite pulp.