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A tutti piacciono le storie. C’è a chi piace raccontarle e a chi ascoltarle, c’è a chi piace scriverle e a chi leggerle. Tra quelli ai quali piace raccontarle, c’è chi però non se la sente di parlarne a voce. Forse perché non saprebbe da che parte iniziare, o forse semplicemente perché sa che non sarebbe in grado di trovare le parole adatte, così preferisce far parlare dei disegni, delle immagini. E quando il proprio corpo si trasforma nelle pagine di un libro, questi simboli diventano tatuaggi.

D’altronde cosa meglio di una fenice può raccontare di quella volta che abbiamo toccato il fondo, ma che da lì siamo risorti puntando solo ed esclusivamente sulle nostre forze? Oppure cosa meglio di un’ancora può spiegare di quando nel bel mezzo di una tempesta abbiamo incontrato quella persona che ci ha portato in salvo, portando stabilità nelle nostre vite? Tra la miriade di simboli che pensiamo possano raccontare la nostra storia meglio di noi stessi ci sono anche i pesci, che nella cultura occidentale possono assumere diversi significati: dalla saggezza alla fertilità, dal senso di libertà alla religiosità.

Il discorso cambia però quando del pesce si raffigura solamente lo scheletro, raccontando come un evento ci abbia fatto capire che non dobbiamo commettere l’errore di dare tutto per scontato, che tutto ciò che abbiamo può sfuggirci di mano da un momento all’altro senza preavviso e che dobbiamo affrontare questi avvenimenti con positività e perseveranza, piegandoci ma senza spezzarci. Ed è proprio questo che racconta la lisca di pesce tatuata con ironia e fantasia attorno alla cicatrice sul ginocchio sinistro di quello che sarebbe potuto essere uno dei trequartisti più talentuosi della storia del calcio spagnolo: Sergio Canales.

“L’ho pensato assieme ad un amico. Abbiamo pensato che la cicatrice potesse essere la spina e abbiamo optato per il pesce. Sarebbe potuta essere anche una giraffa per il collo, ma ci piaceva così”. (marca.com)

Semplicemente guardandosi il ginocchio, davanti agli occhi di Canales appare un’infinita carrellata di ricordi. Ripensa a quando nel 2011 era un giovane talento in rampa di lancio, ex capitano di tutte le giovanili delle Furie Rosse, finché lo stesso ginocchio non ha deciso di tendergli un tranello, facendo crac per due volte nel giro di sei mesi, a vent’anni. Ripensa alle operazioni, alle infinite giornate passate in ospedale, alle estenuanti ore obbligato in palestra dalla riabilitazione come un leone in gabbia, con la voglia di scappare da lì e tornare a ruggire ma con la consapevolezza di non poter far nulla, se non portare pazienza.

Ripensa a quando dopo un’eternità tornò ad inventare corridoi apparentemente inesistenti, per tagliare in due le difese avversarie e mettere in porta i compagni del reparto avanzato e a quando dopo il terzo crac ripartì il ritornello operazione-ospedale-riabilitazione. Ma allo stesso tempo è proprio quel tatuaggio che gli ricorda la positività, l’ottimismo e la forza di volontà che hanno contraddistinto i suoi momenti più duri, durante i quali chiunque avrebbe pensato almeno una volta di mollare tutto, per se stessi, per il proprio fisico, per la propria salute. Tutti, ma non lui.

“Sono orgoglioso di non aver mai abbassato la testa, di non essermi arreso, di aver lottato e di non aver mai perso il sorriso. Non ho mai avuto la tentazione di dire ‘lascio’, ho sempre voluto lottare”.

La carriera di Sergio Canales si può sostanzialmente suddividere in 3 cicli, utilizzando i suoi infortuni come spartiacque: la prima va dal 2009 al 2011 (pre-infortuni), la seconda dal 2011 al 2016 (durante i tre infortuni) e la terza dal 2016 ad oggi (post-infortuni).

2009-2011

Nei pochi istanti di questo video è sintetizzata tutta l’essenza del primo Canales: fantasia, controllo palla, visione, rapidità e facilità nel dribbling 1vs1, il tutto amalgamato da un mancino di velluto e una personalità che pare – erroneamente – tendere verso la presunzione, ma che non è altro che sana ingenuità. Un semplice biondino senza l’ombra di un pelo di barba sul viso che scorrazza leggero per il campo con una maglia per metà verde e per metà nera, accarezzando elegantemente il pallone con un’armoniosa naturalezza, improvvisando una partita a guardia e ladri con i centrocampisti e i difensori del Siviglia.

Una puntata dell’inafferrabile Lupin, nella quale tutti sanno che alla fine Zenigata non riuscirà mai ad acciuffare il ladro gentiluomo, il quale scappa beffardamente con un’insolita refurtiva: un preciso cucchiaio dal limite dell’area dopo un inserimento senza palla e una serpentina che mette a sedere un paio di difensori ed il portiere prima di finire la propria corsa in fondo al sacco. Ladri vs Guardie 2-0.

In breve tempo tutta Spagna lo vuole e il Real Madrid non impiega troppo tempo a bussare alla porta del Racing Santander, interessati come sempre ad essere i primi a mettere le mani su qualsiasi cosa luccichi. E se i Blancos chiamano, Sergio non può che rispondere presente.
Le cose, però, non vanno esattamente come desiderate: le basi sono ottime, è vero, ma le aspettative sono elevatissime e Canales viene buttato nella mischia troppo presto, un po’ come se un bambino al quale non è stato insegnato a nuotare venisse gettato nell’acqua alta senza braccioli e con un paio di pinne sinistre che iniziano a girargli attorno. Ed è difficile farsi belli agli occhi del capo se i compagni d’ufficio si chiamano Xabi Alonso, Kakà e Ozil.

Per cui i Merengues decidono di salvarlo dalla corrente e di portarlo a Valencia, dove potrà imparare a nuotare in acque calme prima di essere rispedito in mare aperto. Al Mestalla Sergio parte col piede giusto, ma quello che sembra un buon avvio si rivela essere ben presto l’inizio della fine.

2011-2016

In realtà è quasi impossibile giudicarne le prestazioni durante questo periodo. Dal giorno del suo secondo infortunio, durante le sporadiche volte in cui scende in campo, Canales sembra solamente una pessima controfigura del #27 con il ciuffo biondo davanti agli occhi che aveva illuminato il Sanchez-Pizjuan con la maglia del Racing solo un paio d’anni prima.

Sembra spaesato ed intimorito: le sue prestazioni sono figlie della paura di farsi male, di tornare nuovamente sotto i ferri e di dover affrontare da capo il calvario della riabilitazione, così non riesce a ritrovare continuità e scioltezza di gioco. È un Canales bloccato mentalmente e il rendimento sotto le aspettative ne è una diretta conseguenza.

“È chiaro che ci sono stati momenti molto difficili durante i quali ho pensato di non poter più tornare sui miei livelli. Pensare che sarei stato meglio mi ha dato molta energia e forza. Quando sei infortunato ti immagini in campo e questo aiuta ad adattarti in minor tempo quando tornerai”.

L’infatuazione degli spagnoli nei suoi confronti affievolisce rapidamente, quasi allo stesso modo in cui era divampata, e anche il Real Madrid decide di smettere di puntare su di lui. Per indossare la camiseta blanca devi sempre essere al top – sia fisicamente che mentalmente – e nella capitale non hanno tempo per aspettarlo. A differenza dei Merengues, il Valencia crede in lui e ne riscatta il cartellino, cercando di fargli sentire la fiducia di cui tanto aveva bisogno, nonostante la possibilità che il suo ginocchio sinistro possa cedere nuovamente da un momento all’altro.

Dopo il secondo infortunio, il tormento sembra peggiore della prima volta e Canales resta fuori circa un anno, che per un calciatore della sua età corrisponde a un’eternità. Basti pensare che in due anni e mezzo Sergio colleziona la miseria di 43 presenze e 3 gol per comprendere la decisione di cambiare aria, firmando per la Real Sociedad. Probabilmente un modo per riavvicinarsi a casa, sicuramente una soluzione per provare a lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare da zero.

D’altronde in brevissimo tempo era arrivato ad un soffio dal cielo, vestendo le gloriose maglie del Real e della Nazionale spagnola, mentre ora si trovava ai margini del dimenticatoio. Doveva assolutamente trovare un modo di ripartire, per ricostruire dalle fondamenta tutti i sogni che gli erano traumaticamente crollati addosso. La medicina San Sebastiàn pare funzionare: Canales ritrova continuità e pian piano torna a far intravedere sprazzi di quel talento lasciato sotto strati di polvere in soffitta per troppo tempo. Purtroppo, però, non c’è due senza tre, e il ginocchio torna ancora una volta a fare crac.

“Da qualche anno lavoro con un mental coach. Parliamo tutte le settimane ed è stato un aiuto molto importante per me”.

2016-2019

Incredibilmente Sergio non molla neanche questa volta, brucia le tappe e torna in campo a tempo di record. In men che non si dica il suo rendimento torna ad essere ottimo, tant’è che nell’aria si respira addirittura una probabile convocazione in nazionale. Ma nonostante ciò nell’estate del 2018 Canales e la Real Sociedad decidono di non prolungare il contratto e il centrocampista cantabrico si mette in vetrina, nonostante la riprovata caducità di quel maledetto ginocchio tatuato e la scomparsa dell’hype che lo circondava da ragazzo. Le squadre della Liga passano davanti al negozio come passanti troppo impegnati al telefono; solo il Betis decide di puntare su di lui, portandolo con sé in Andalucia.

Quella a strisce biancoverdi è una versione più completa delle precedenti. Canales è più concreto e meno leggero, più #8 e meno #10, con leggere sfumature di #9. In sostanza si può dire che sia maturato e che abbia aggiunto quantità ad una qualità già indiscutibile. Al resto ci ha pensato Quique Setién, affidandogli il centrocampo dei beticos – in coabitazione con Guardado, William Carvalho e Lo Celso – e riempiendolo di responsabilità e fiducia. Il tecnico spagnolo – nato proprio a Santander – ne ha arretrato leggermente il raggio d’azione, cucendogli su misura un insolito ruolo di interno di centrocampo di un 3-5-2, senza però correre il rischio di snaturarlo troppo, schierandolo anche come seconda punta in un 3-4-2-1 più offensivo.

Mezz’ala o mezza punta cambia poco: quello di Canales è un movimento perpetuo finalizzato a farsi trovare tra le linee al momento giusto, in modo tale da ricevere il pallone nella posizione ideale per creare pericoli grazie al maggior spazio di manovra, alle spalle di centrocampisti in ritardo e di fronte a difensori troppo distanti per accorciare. Il suo è ormai un modo di giocare maturo: sa perfettamente come muoversi nell’ombra per il campo per poi accendere la luce al posto giusto e al momento giusto per essere il più letale possibile. L’alternativa all’inserimento senza palla è offrire aiuto alle punte spalle alla porta, suggerendo la sponda per poi sprigionare il tiro da fuori.

 

Sergio è il tiratore designato per tutte le punizioni laterali – e non solo. Calciando da fermo, dal suo mancino partono traiettorie velenose e cariche d’effetto; le classiche palle tese che mettono in difficoltà qualsiasi linea difensiva ed esaltano le contraeree offensive. Ma non si faccia l’errore di immaginare lo stereotipo del trequartista coi piedi buoni che però pecca dal punto di vista atletico: quando davanti a sé ha spazio, Canales porta palla con la velocità di un esterno e disegna serpentine nella trequarti avversaria. Alle volte conclude, altre serve un assist a un compagno, ma raramente la perde.

A volte si esagera ad attribuire l’appellativo di “tuttocampista“, ma accostandolo alla nuova versione di Canales non si pecca certo di presunzione: oltre ad aver aggiunto cavalli al suo motore ed essere migliorato notevolmente anche in fase difensiva, spesso e volentieri il cantabrico si getta in avanti per riempire l’area di rigore, riuscendo a siglare reti attaccando il primo palo come una punta vera.

Grande appassionato di cucina – soprattutto di dolci – Canales è riuscito a preparare una torta praticamente perfetta: la ciliegina è l’ufficialità della convocazione in nazionale, arrivata a marzo di quest’anno, in copia-carbone con quella di un altro giocatore amato dagli spagnoli che per guai fisici non vestiva la maglia delle Furie Rosse da 7 anni: Iker Muniain.

Tenacia, forza di volontà ed ottimismo. Canales ha sempre creduto in se stesso e nei propri mezzi quando fuori era buio pesto. Non ha commesso l’errore di dare tutto per scontato e si è sempre ritenuto fortunato, un privilegiato. Così quando è scivolato rovinosamente ha sempre trovato le forze per rialzarsi e lottare in ciò in cui credeva; piegandosi, ma non spezzandosi. Ricordandosene con un sorriso tutte le volte che il suo sguardo scivola sul pesce tatuato sul ginocchio. D’altronde, non sbagliava quando diceva che sarebbe tornato più forte di prima.