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Sci di fondo, bob, salto con gli sci, discesa libera. Da sempre i paesi scandinavi si giocano i gradini più alti del podio negli sport invernali, lasciando agli altri solo le briciole, mentre storicamente hanno sempre fatto molta più fatica ad imporsi nel mondo del calcio dove, ad eccezione della favola danese del 1992, non hanno mai portato a casa alcun trofeo internazionale. La spiegazione di queste lacune è facilmente attribuibili al contesto climatico e socio-culturale, in quanto risulta complicato – se non impossibile – praticare uno sport come il calcio quando le temperature sono spesso al di sotto dello zero e i campi sono ricoperti di neve e ghiaccio per gran parte dell’anno.

Sulla scia vincente dell’Islanda, però, negli ultimi anni i paesi scandinavi hanno fatto grossi passi avanti nella programmazione sportiva e nella costruzione di infrastrutture idonee e i risultati iniziano ad intravedersi. Nel calcio che conta, infatti, sta iniziando a farsi largo una generazione di giovani vichinghi che, se dovesse mantenere le floride premesse iniziali, potrebbe finalmente portare il calcio scandinavo a un livello superiore. Abbiamo selezionato 5 talenti che si sono lasciati alle spalle l’aurora boreale, il sole di mezzanotte e il grande gelo per inseguire il proprio destino, tra volti già noti e nomi ancora da scoprire.

Erling Braut Håland

Leeds, 27 Settembre 1997. Alf-Inge Håland, difensore norvegese dei Peacocks, commette l’errore più grande della sua carriera entrando violentemente su Roy Keane, rompendogli il ginocchio e urlandogli all’orecchio di smetterla di simulare. L’irlandese, sempre pacato dentro e fuori dal campo ma soprattutto per nulla rancoroso, gli rende pan per focaccia durante un derby di Manchester di quattro anni più tardi, rispondendogli con qualcosa simile a un “non provare mai più a ghignarmi in faccia che sto simulando”. Risultato: rosso diretto per Keane e carriera finita per Håland. L’ormai ex difensore centrale decide così di tornare a Byrne, in Norvegia, assieme alla moglie e al loro piccolo Erling, 3 anni.

In quegli anni, il Byrne FK decide di costruire un campo al coperto, per facilitare gli allenamenti altrimenti impossibili nei mesi invernali. Così anche il piccolo Erling si avvicina a grandi falcate al calcio, brucia le tappe e nel maggio 2016 esordisce proprio nella squadra della sua città. Nonostante la retrocessione e un provino che non va a buon fine con l’Hoffenheim, il potenziale è innegabile e il Molde decide di puntare su di lui. Scommessa vinta: sotto la guida di Ole Gunnar Solskjær, Håland, che nel frattempo ha deciso di “tradire” il padre giocando prima punta, mette a segno 20 gol in 50 partite.

Il rumore delle sue prestazioni si espande oltre il Baltico e arriva alle orecchie del Red Bull Salisburgo, che bussa alla porta del Molde nell’agosto del 2018 e lo porta in Austria nel gennaio 2019. Ai piedi delle Alpi il gigante norvegese continua la sua rapida crescita mettendo a segno la folle cifra di 29 centri in 27 presenze. Numeri mostruosi per un giocatore di 19 anni, al netto della bassa competitività del campionato austriaco. Ma ciò che fa restare a bocca aperta sono i record di precocità che frantuma alla sua prima apparizione in Champions League: più giovane di sempre a segnare una tripletta all’esordio (in soli 45 minuti) e maggior numero di reti nelle prime 3 partite di Champions (6). Il risultato è impressionante: 8 gol nella sola fase a gironi, a 19 anni, nell’anno in cui ne mette a segno 9 contro l’Honduras in una partita dei mondiali Under 20.

Destro, sinistro e tap-in: tripletta all’esordio in Champions

 

Lo stile di gioco di Erling Braut Håland è tanto raro quanto difficile da spiegare. La definizione che ne dà un giornalista norvegese, però, rende bene l’idea: “Forte come un orso e veloce come un cavallo. È un killer, una macchina da gol”. È sempre in guerra col mondo intero, generando un caos che solo lui stesso riesce a comprendere.

Non è esattamente quello che si definirebbe “un piacere per gli occhi”: è ingobbito e coordinatamente scoordinato. Riceve spesso palla spalle alla porta, lontano dall’area, ma riesce a trasformare un passaggio innocuo in un’azione pericolosa. Stop orientato, si gira e inizia a puntare la porta con falcate infinite, toccando il pallone solo ed esclusivamente col mancino. Spalle e testa in avanti, agita le braccia attorno a sé cercando a tutti i costi qualche avversario col quale fare a sportellate. Durante tutto l’arco della cavalcata non accorcia mai il passo e non alza mai la testa, ma è praticamente impossibile levargli il pallone dai piedi. Una volta giunto a tu per tu col portiere preferisce scartarlo, quasi come se volesse ribadire la sua superiorità nei confronti degli altri 21 in campo. È sempre concreto, mai lezioso. È freddo, determinato e ha una personalità straripante se rapportata all’età. Ma la cosa più importante è che ha tanta fame e voglia di arrivare.

Poche settimane fa il Borussia Dortmund ha deciso di puntare su di lui e questa può essere la svolta definitiva: o si consacra continuando a migliorarsi, o si perde annegando nella sua stessa presunzione. Nel frattempo, tripletta all’esordio, da subentrato, anche coi gialloneri. Così, giusto per non perdere il vizio.

Dejan Kulusevski

Alzi la mano chi crede che, alla seconda presenza in Serie A, a 18 anni, essere sostituiti al 70’ dopo essere subentrati al 20’, non sia psicologicamente tragico. Beh, a quanto pare non lo è se hai una personalità fuori dal comune. A quanto pare non lo è stato per Dejan Kulusevski. La partita in questione è Torino-Atalanta del febbraio 2019. Dejan, aggregato alla prima squadra a seguito delle ottime prestazioni con la Primavera, entra al posto di Gosens durante il primo tempo, gioca – male – fino al 71’ e viene sostituito da Barrow. Tragedia? Mani nei capelli? Pianti isterici? No. Dejan dà la mano a Gasperini e si accomoda in panchina, dimostrando una maturità e una naturalezza alla quale – purtroppo – non siamo abituati.

Kulusevski esce per un po’ dai radar della prima squadra e torna in Primavera, con la quale vince campionato e supercoppa. Nel luglio del 2019, esattamente tre anni dopo il passaggio dal Brommapojkarna (squadra svedese famosa per l’ottimo settore giovanile) all’Atalanta, finisce in prestito (senza diritto di riscatto) al Parma, in un’operazione di mercato che passa sotto traccia. Il ragazzo ha bisogno di minuti ed esperienza e il Tardini può essere il posto giusto.

La stagione di Kulusevski parte in penombra, sotto gli sguardi dubbiosi dei tifosi crociati, che si domandano come mai D’Aversa lo faccia partire titolare già dalle prime partite. La risposta la dà direttamente il #44: 18 partite, 4 gol e 7 assist. Le caratteristiche dello svedese di origini macedoni si sposano perfettamente con l’idea di calcio che il tecnico abruzzese cerca di mettere in campo al Tardini già da anni, fatto di compattezza difensiva e strappi verticali in ripartenza. Anche se a vederlo giocare viene difficile pensare che esista una filosofia di gioco nella quale quel rossiccio stonerebbe.

La caratteristica che per prima balza all’occhio è la sua forza nelle gambe: sia da fermo, proteggendo magistralmente il possesso del pallone, che in movimento, lanciandosi in fulminee progressioni a campo aperto. Dopodiché non si può fare a meno di notare la tecnica sopraffina: un mancino forgiato dagli allenamenti sui campi al coperto svedesi, con i numerosi tocchi di suola come firma, e una straordinaria visione di gioco, grazie ai quali sforna assist in quantità (e di qualità).

Quando il Parma riparte in contropiede Dejan è a tratti devastante: tocca spesso il pallone e tenendolo sempre vicino a sé, in una corsa che, nonostante la velocità, non smette mai di essere elegante ed aggraziata. A difesa schierata, invece, Kulusevski parte sempre largo a destra, per poi puntare deciso il centro del campo. Aspetta l’avversario fino all’ultima frazione di secondo disponibile e sposta sempre il pallone appena in tempo, creando superiorità numerica e apprensione alle difese che lo affrontano. Una volta giunto al limite o scocca il suo mancino (come a Bologna) o imbuca i compagni del reparto avanzato (come in casa col Torino).

Nonostante la giovane età, pare che Dejan Kulusevski abbia già la piena padronanza del suo corpo. Conosce perfettamente le sue potenzialità e sa quando usarle, tant’è che è praticamente impossibile buttarlo giù quando decide di puntare la porta avversaria. Il gioco di D’Aversa, si sa, ruota attorno ad una solida e organizzata fase difensiva di tutti gli 11 e sorprende come il giovane talento svedese sia prezioso anche in fase di non possesso. Inoltre va ricordato come non sia solo un esterno che va confinato largo sull’out, in quanto può tranquillamente giocare trequartista o mezz’ala destra.

Caratteristiche tecniche a parte, ciò che più di tutto stupisce del #44 crociato è il suo carattere maturo e sicuro di sé – forse ai limiti del presuntuoso – tanto da arrivare ad affermare: “ho sempre saputo che sarei diventato forte, ma non sapevo quando”.
Pochi giorni fa la Juve se l’è accaparrato e anche lui, proprio come Håland, si troverà ad un bivio: o manterrà le promesse – e i presupposti ci sono tutti – o finirà rapidamente nel dimenticatoio.

Martin Ødegaard

Freddy Adu, Hachim Mastour, Lucas Piazon. Questi sono solo alcuni dei nomi più illustri finiti nella lista delle grandi promesse non mantenute del calcio, giovani calciatori che sarebbero dovuti finire sul tetto del mondo ma che a malapena sono riusciti ad uscire dallo scantinato. A questo triste elenco ha seriamente rischiato di aggiungersi anche Martin Ødegaard, giovane stellina del calcio norvegese che a 16 anni è stato catapultato dal gelido campetto di periferia dello Strømsgodset al leggendario Santiago Bernabéu: un triplo salto mortale carpiato con avvitamento che avrebbe fatto soffrire di vertigini chiunque, Ødegaard compreso. E così è stato.

A soli 15 anni Martin è il più giovane di sempre ad esordire e a segnare nel campionato norvegese. L’aurea del suo hype esce dalla Norvegia e colleziona qualche provino con importanti squadre europee, senza però concludere nulla. Finché non arriva Florentino Perez, che lo porta a Madrid. Martin si allena con la squadra B dei Blancos ma riesce comunque ad esordire in prima squadra collezionando un altro record, diventando il più giovane di sempre ad esordire con la camiseta blanca (16 anni e 156 giorni). Le aspettative sono altissime fin dal giorno del suo annuncio al Real ma – comprensibilmente – il giovanissimo norvegese fatica non poco a rispettarle. Il talento è innegabile, ma ancora troppo acerbo. È un diamante grezzo che va lavorato e i merengues non hanno tempo.

L’Ødegaard del Castilla è elegante col pallone tra i piedi. Lo tocca spesso, quasi sempre con l’esterno (rigorosamente mancino). Il destro lo usa praticamente solo per quei rapidissimi sinistro-destro coi quali dribbla in scioltezza gli avversari e grazie ai quali riesce a tenere il pallone incollato ai piedi. Produce una gran quantità di assist ma è troppo innamorato del pallone: lo tiene troppo tra i piedi e fa sistematicamente perdere tempi di gioco ai compagni. In prima squadra, come detto, non c’è spazio. Ma è comunque troppo presto per farlo giocare in Spagna, serve un campionato più tranquillo, con ritmi più bassi e dove senta meno pressione.

Da qui l’idea Heerenveen, in un campionato e in una nazione più simili a casa. Ma nonostante tutto durante i primi sei mesi fatica ad ingranare e spesso si accomoda in panchina. Sembra svogliato e ancora si fatica a inquadrarlo in un ruolo preciso. La svolta il secondo anno: Ødegaard viene spostato in pianta stabile sull’out di destra, dove riceve guardando il campo, si accentra e inventa azioni d’attacco. È ancora chiaramente acerbo e lezioso, ma sembra più concreto e maturo.

Dopo 18 mesi Martin torna alla base. Ha lasciato trasparire segnali incoraggianti e forse non è ancora da catalogare come scommessa persa, ma serve un altro prestito. Questa volta in Spagna? No, ancora Olanda. Sempre Heerenveen? No, Vitesse. Il miglioramento intravisto l’anno prima è costante: Ødegaard è sempre più sicuro di sé. È sempre lezioso, ma ora sembra esserlo solo quando effettivamente serve. È anche più rapido e non rallenta più l’azione dei compagni. Inoltre inizia a prendere sempre più confidenza con il tiro da fuori.

Il processo di crescita prosegue incessante anche la stagione seguente – quella in corso – nella quale il Real continua a girarlo in prestito. Questa volta però se lo tiene vicino, mandandolo a prendere dimestichezza con la Liga alla Real Sociedad. Ødegaard si dimostra sempre più rapido e più intelligente nelle giocate, anche se continua a non giocare mai di prima. La sua posizione è leggermente più accentrata ed è l’uomo chiave del gioco offensivo di Imanol Alguacil. Le giocate di fino che una volta erano fini a se stesse ora sono estremamente funzionali – oltre che esaltanti – e sono diventate i suoi due marchi di fabbrica: la prima giocata è il dribbling sinistro-destro già citato in precedenza, la seconda è il suola-tacco di no-look per la sovrapposizione del terzino alle sue spalle.

A differenza di tutti i giovani talenti sopracitati, Martin Ødegaard ha avuto la forza di rialzarsi dopo essere stato schiacciato dal peso delle aspettative. Ha saputo fermarsi sull’orlo del precipizio, senza cadere, per poi rimboccarsi le maniche e lavorare su se stesso. Il suo miglioramento è stato chiaro e costante nel tempo e se tanto ci dà tanto, la prossima stagione potrebbe essere finalmente quella buona per vederlo tornare al Bernabéu e prendersi ciò che gli spetta.

Sander Berge

In che sport si diventa campioni se si è alti quasi due metri e sia il padre che il fratello sono giocatori professionisti di basket? Esatto, nel calcio. Sander Berge è un gigante norvegese classe ’98 di 194 cm che decide di non seguire la vocazione famigliare per la palla a spicchi e che a 15 anni inizia a calciare quella ad esagoni nella squadra della sua città (Asken). Poco più di dodici mesi dopo viene acquistato dal Vålerenga, dove il primo anno colleziona 13 presenze e 1 gol, mentre al termine del secondo vince il premio come miglior giovane talento norvegese.

BELFAST, NORTHERN IRELAND – MARCH 26: Sander Berge of Norway during the FIFA 2018 World Cup Qualifier between Northern Ireland and Norway at Windsor Park on March 26, 2017 in Belfast, Northern Ireland. (Photo by Trond Tandberg/Getty Images)

Le ottime prestazioni e le buone premesse valgono una chiamata del Genk, che lo mette sotto contratto nel gennaio 2017. I primi sei mesi sono di ambientamento, ma nella stagione successiva porta a casa campionato e Supercoppa belga da titolare. L’ottimo rendimento nella squadra di club equivale ad un posto certo in nazionale maggiore, con la quale Berge conta 20 gettoni e 1 gol.

Solitamente un mediano di quasi 2 metri e 100 kg serve solo ed esclusivamente da filtro, da rottura. Berge, invece, ha un destro sensibile e calibrato, un’eccellente visione di gioco e un’imprevedibile rapidità di movimento nel breve. Grazie all’imponenza fisica ha un’ottima protezione della palla, ma non è per nulla un giocatore statico: si fa trovare molto basso per ricevere dai centrali ed iniziare l’azione da dietro ma non disdegna affatto l’inserimento senza palla. Giocando mediano di destra in un centrocampo a due, spesso si fa trovare largo in appoggio all’esterno, per poi provare il traversone verso il centro dell’area.

Stupisce la maturità nelle giocate, in quanto Sander non cerca mai la giocata più difficile e ancor più raramente sbaglia quella più facile, appoggio o verticalizzazione che sia. Ogni tanto azzarda il dribbling anche davanti alla propria area, sinonimo comunque di personalità e maturità rare da trovare in un ventunenne. Oltre a tutto questo ha grandi numeri anche nell’interdizione e nel recupero palla, ma la caratteristica che più impressiona di questo gigante norvegese è il rapporto tra strapotenza fisica e dimestichezza col pallone tra i piedi.

Sander Berge ha già una discreta esperienza in ambito internazionale e quella in corso sembra con ogni probabilità l’ultima stagione che giocherà in Belgio. A meno che non arrivi una chiamata importante già in questa sessione di mercato.

Jens Odgaard

Spagna, Germania, Olanda, Belgio. E in Italia non c’è nessun giovane talento scandinavo? Come spesso accade al nostro campionato, anche in questo caso la Serie A è in ritardo sulla tabella di marcia, ma c’è comunque un giovane talento che ha già fatto parlare di sé.

Si tratta di Jens Odgaard (da non confondere con Ødegaard), prima punta danese classe 1999 sbarcata in Italia nel luglio 2017 per indossare la maglia dell’Inter, dopo aver esordito nel massimo campionato danese con il Lingby a soli 17 anni. Con i Nerazzurri Jens colleziona 18 presenze in Primavera, impreziosite da 7 gol e 3 assist, ma l’anno successivo finisce al Sassuolo nell’ambito della trattativa che vede Politano prendere la direzione opposta.

Anche in Emilia Odgaard gioca solo in Primavera, ad eccezione dell’unica partita che De Zerbi gli concede in Serie A (Sassuolo-Spal 1-1 del 24/02/19). In estate viene girato in prestito all’Heerenveen – proprio come il quasi omonimo norvegese 3 anni fa – per racimolare minuti e fare esperienza. Ma a quanto pare non è servito tanto per far sì che si ambientasse al calcio dei grandi. Ad ora si parla già di 17 presenze (tutte da titolare) e 7 gol in campionato.

Jens Odgaard è il classico #9 vecchio stampo che fa della prestanza fisica il proprio punto forte. Ha un ottimo senso della posizione e un discreto fiuto per il gol. È uno di quegli attaccanti che esce raramente dall’area ma che negli ultimi sedici metri sa essere freddo e rapido, uno di quei rapaci che si fiondano su ogni pallone per scaraventarlo in qualsiasi modo in porta e, a dispetto dell’importante stazza fisica, è tutt’altro che lento. Quando a fine anno tornerà ad essere una pedina del Sassuolo sarà sicuramente un giocatore più maturo e probabilmente già pronto per la serie A. Resta da capire se De Zerbi farà uno strappo alla sua filosofia di gioco ritagliandogli uno spazio o se verrà ceduto al miglior offerente, ma di certo c’è che il futuro di Jens Odgaard pare già da ora luminoso.

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