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A volte deve succedere qualcosa perché possa succedere qualcos’altro.

C’è un filo rosso che lega l’Olanda del 1974 al cosiddetto tiki-taka proposto da Guardiola nei primi anni in panchina al Camp Nou: una rivoluzione silenziosa che parla di cantera; di trofei alzati e tonfi epocali; del paradosso del Profeta del Gol, giocatore forse troppo forte per essere ricordato come tecnico rivoluzionario. È la storia della seconda vita di Johan Cruijff. E di come cambiò per sempre il volto del Barcellona.

Johan Cruijff e Pep Guardiola

Johan Cruijff e Pep Guardiola

Nel 1988, il Barcellona non sembra poter rivaleggiare con il Real Madrid del Buitre: da quando Cruijff se ne è andato nel 1978, i catalani hanno vinto il campionato una sola volta. Meglio l’andamento nelle coppe: l’ultima Copa del Rey ha compensato un deludente sesto posto in campionato. Si decide quindi di chiamare l’olandese, uomo simbolo del calcio totale di Michels, a guidare la formazione blaugrana. Cruijff arriva a Barcellona dall’Ajax, proprio come quindici anni prima: nei tre anni alla guida dei Lancieri ha vinto due Coppe d’Olanda e una Coppa delle Coppe. Tanti i giovani che si consacrano definitivamente sotto la sua gestione: Ronald Koeman, Frank Rijkaard, Denis Bergkamp e Marco Van Basten.

Cruijff, Van Basten e Rijkaard

Da allenatore dell’Ajax Cruijff, davanti a pochi amici e molte birre, un giorno si era lasciato sfuggire una frase: Cambierò il mondo del calcio: i miei difensori saranno centrocampisti; giocherò con due ali ma senza una punta centrale”. Probabilmente ha in mente queste parole quando arriva a Barcellona ed impone cambiamenti epocali nell’organico e nella filosofia della società catalana: dalla sorprendente Real Sociedad arrivano José Maria Bakero, Aitor Beguiristain e Lopez Rekarte; ad aumentare il contingente basco – “gente che si mette a lottare senza paura” -, anche Julio Salínas, giovane punta proveniente dall’Atletico. Parallelamente, Cruijff inizia un lavoro certosino su tutte le squadre giovanili del club blaugrana.

“I ragazzi devono sentirsi liberi di giocare. Imparano soprattutto dai loro errori, quindi diamo loro l’opportunità di farli.”

I giovani crescono seguendo lo stesso modulo di gioco della prima squadra; i risultati passano in secondo piano rispetto alla filosofia e ai principi di gioco, e i ragazzi sono liberi di sbagliare, che per l’olandese significa semplicamente “imparare”. Possesso palla, movimento e velocità: con questa ricetta Cruijff trasforma La Masia, cantera del Barcellona, in una vera e propria fabbrica fordista di campioni. Negli anni successivi, l’olandese ne attingerà a piene mani promuovendo tra gli altri Amor, Guardiola, de La Peña e Sergi. E sarà ancora la Masia a fornire l’ossatura del Barcellona di Guardiola e della Spagna campione del mondo: Xavi, Iniesta, Puyol, Busquets, Fabregas.

 

“Quando ero un giovane giocatore dell’Ajax, ognuno si allenava con un pallone con il proprio nome sopra. Era il tuo pallone, ci eri affezionato. Ora molti vedono il pallone come un nemico.”

Anche gli allenamenti sono rivoluzionati: Cruijff introduce il Rondo, una sorta di torello cinque contro due eseguito rigorosamente a un tocco, che serve a sviluppare tecnica e velocità di pensiero negli spazi stretti. È un gioco che serve ad instillare nei giocatori una diversa idea di calcio: i passaggi stretti, accompagnati dal movimento collettivo a riempire gli spazi vuoti, fanno salire la squadra col pallone e costringono gli avversari ad un continuo, sfiancante riposizionamento, destinato a generare spazi potenzialmente attaccabili.

“Negli spazi stretti un giocatore deve essere capace di giocare rapidamente. Un buon giocatore che necessita di troppo tempo può diventare improvvisamente un pessimo giocatore.”

Un esercizio diffusosi ovunque e a tutti i livelli, diventato particolarmente cult nell’esperienza bavarese di Guardiola.

Accompagnata al pressing alto in fase di non possesso, la tattica diventa letale, se eseguita dai giusti interpreti e con la giusta intensità. Il modulo che l’olandese propone è una sorta di 3-4-3 asimmetrico: in fase difensiva la squadra si riordina in un 4-3-3 grazie al rientro di un centrocampista laterale sulla linea difensiva. In avanti, le punte si inseriscono negli spazi e si scambiano continuamente posizione in relazione allo spazio da attaccare.

“Un passaggio orizzontale? Proibito. Nel mio schieramento ci sono più linee possibili: bisogna poter passare avanti il pallone, anche solo di un metro. Così si può rimediare ad una palla persa; dopo un passaggio orizzontale è impossibile.”

La prima stagione vede il Barca secondo dietro all’inarrivabile Real Madrid: il titolo nazionale richiede una costanza che una squadra appena ricostituita non può ancora garantire. In Coppa delle Coppe la situazione è diversa, e i blaugrana ribadiscono la loro particolare predilezione per le competizioni a scontro diretto. Superati di misura Lech Poznan e AGF Arhus, in semifinale incontrano i bulgari del CFKA Sredec Sofia, ex CSKA. Il Politburo ha costretto la squadra a cambiare nome dopo una epocale rissa nel derby con il Levski Sofia; tra i protagonisti della zuffa anche un giovane che sta guidando la squadra bulgara in quella Coppa delle Coppe.

Si chiama Hristo Stoichkov, e Cruijff rimane impressionato dal suo talento naturale: i tre gol del bulgaro non bastano al CFKA per superare i blaugrana, che si presentano in finale davanti alla Sampdoria di Boskov. Il 10 maggio 1989, a Berna, Salínas e Lopez Rekarte firmano il 2-0 che regala a Cruijff il suo primo successo europeo. È solo l’inizio della rivoluzione: in estate acquista Ronald Koeman dal PSV e Michael Laudrup dalla Juventus, e continua il suo paziente lavoro sulla cantera blaugrana. Quella del 1989/90 è una stagione di transizione: terzo posto in campionato e vittoria in Coppa del Re contro il Real di Butragueno e Húgo Sanchez.

L’anno seguente l’olandese promuove in prima squadra il centrocampista Pep Guardiola e riesce finalmente ad aggiudicarsi quello Stoichkov che tanto l’aveva impressionato. Il bulgaro è perfetto per il modulo dei catalani: tecnica sopraffina e una grande capacità di inserimento. Il catalano, da parte sua, a venti anni sembra già un veterano; visione di gioco eccellente e un ruolo da pivot ritagliato su di lui.

1990: Stoichkov arriva a Barcellona

Il Barcellona vince il campionato 1990/91 con 10 punti di distacco sull’Atlético e 11 sul Real Madrid: non lo fermano neanche le temporanee assenze di Stoichkov (fuori dieci partite per un pestone all’arbitro), Koeman e dello stesso Cruijff (lontano dalla panchina un mese per problemi al cuore). In Coppa delle Coppe il Barcellona arriva in finale, dove affronta il Manchester United di Alex Ferguson e della promessa Lee Sharp. All’appuntamento mancano tre uomini chiave per i catalani: Zubizarreta, Amor e Stoichkov. La trama di passaggi blaugrana è meno precisa del solito, e Busquets non è all’altezza del portiere basco: le sue uscite sconsiderate permettono a Mark Hughes, ex blaugrana, di segnare due gol.

A nulla vale – stavolta – il talento balistico di Koeman, che accorcia le distanze a pochi minuti dalla fine. La coppa va a Ferguson, ma tutta Europa ha capito le potenzialità dei catalani: per alcuni, potrebbero addirittura competere con il Milan di Van Basten, oramai orfano di Sacchi.

Cruijff sulla panchina del Barcellona

A Barcellona, Cruijff è così tornato ad essere il Profeta; unico capace di portare avanti la lezione del suo maestro Michels, sviluppando e attualizzando il calcio totale dell’Olanda che sconvolse il mondo quasi venti anni prima. A Barcellona sta iniziando un’altra rivoluzione. Destinata a durare più del suo artefice. È ufficialmente nato il Dream Team e, insieme a questo, un nuovo modello nel pensare e progettare calcio.