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Sniffa la linea di fondo nel derby di Liverpool sotto il settore dei tifosi dell’Everton. Esibisce una t-shirt proibita in favore dello sciopero dei portuali dei Mersey Docks dopo una rete. E soprattutto segna valanghe di gol coi Reds, diventando per la Kop semplicemente The God. È la storia, o meglio la sintesi estrema, dello Spice Boy più amato di Liverpool: Robbie Fowler. Se perfino il leader di una delle band più influenti della scena post-punk inglese – Ian McCulloch degli Echo & The Bunnymen – ti definisce come il più grande goleador mai visto dalle parti di Liverpool, la storia abbandona i toni della cronaca per assumere contorni metafisici. E se lo stesso McCulloch continua la sua analisi da ultras eccellente dei Reds dichiarando:

Robbie ci rappresentava, per questo lo amavano tutti. Non importava che spesso fosse nei guai. Era il timido ragazzino di periferia che divenne uno dei più straordinari calciatori mai visti.”

Un’investitura totale. E forse è corretto partire proprio dal virgolettato di uno che le regole le ha cambiate, quando alla fine degli anni ’70 incideva album dal suono cupo ed immaginifico, riconoscibile ed innovativo, eppure strettamente collegato alla tradizione musicale d’oltremanica.

Robbie Fowler e Ian Rush, o Father and Son, se preferite.

Perché come Echo & The Bunnymen spostarono l’orologio-pop del sound inglese in avanti di qualche anno, allo stesso modo fece Robbie Fowler giocando su un campo di calcio: quello situato ad Anfield Road. È il ritratto del ragazzo della tradizione che rompe gli schemi precostituiti. A modo suo. Tra sbornie notturne sulle rive del Mersey e micidiali scatti sul filo del fuorigioco a tagliare in due le difese, fino ad incessanti cori sulla presunta dipendenza da cocaina e uno dei più clamorosi gesti di fair play nel match di cartello contro l’Arsenal di Seaman, quando, di sua volontà, rifiuta un rigore fischiato a favore scagionando così il portiere dei Gunners che in uscita non l’aveva toccato. Senza scordare l’episodio clou: la maglietta pro-sciopero dei dockers, che gli costò una multa salata con richiamo ufficiale sia dalla Uefa che dalla federazione inglese. Fowler, insomma, da queste parti è cosa seria. È allegoria calcistica di un riscatto sociale. Ed è pure il sesto marcatore di ogni epoca nella lunga storia della Premier League. E se le statistiche hanno un senso, soprattutto quando si discute di attaccanti, quest’ultima dovrebbe parlare più di centinaia di parole.

Rifiuta in tutti i modi il rigore fischiato a favore in un match così importante, poi lo sbaglia tirandolo malissimo quasi per scusarsi. Ma non basta. Vista oggi è una scena che ha del surreale.

E pensare che Robbie, cresciuto in uno di quei quartieri inglesi di periferia dove l’apice della vita è rappresentato da una pinta di birra alle 14 di sabato pomeriggio, era nato con un cuore blu toffee. Il che significa una sola fede: Everton. Un’appartenenza di quartiere che scomparirà col passare degli anni e con lo sbocciare del suo talento calcistico, in favore del team forse più blasonato d’Inghilterra. Fowler è Liverpool. Robbie è la rappresentazione plastica dell’uomo di confine che danza fra dimensione ludica, popolare, senza compromessi del gioco del pallone e il complesso mondo attorno: quello di una Premier League in progressiva ascesa, delle nuove regole dei diritti tv e degli stadi che si stavano gradualmente trasformando in multisala calcistici d’élite.

È il bizzarro anello di congiunzione fra la Kop del post-Hillsborough e l’arrivo di Sky Sport, tra Echo & The Bunnymen e la futura proprietà yankee per mano del fondo Fenway Sports Group. È un uomo di mezzo: collegamento fra due universi concettualmente lontani e che si sarebbero inesorabilmente sovrapposti di lì a pochissimi anni. Come un personaggio fuoriuscito dai film di Ken Loach. Con la piccola differenza dettata da un conto in banca a nove cifre.

Robbie Fowler

E proprio come i character di Loach, anche Fowler non dimentica le proprie origini. Quei distretti di case popolari disegnati a tavolino, composti di vicoli e mattoni rossi, che hanno scandito l’infanzia del figlio di Liverpool fra cieli plumbei e un crescente tasso di non-occupazione. Il caso più eclatante, in questo senso, si materializza durante il quarto di finale di Coppa delle Coppe 1996/97 contro il Brann Bergen. Fowler segna uno dei suoi tanti gol d’astuzia, poi alza la maglia e mostra una t-shirt rossa con le lettere C e K in bella evidenza, proprio come nel logo di un celebre marchio di abbigliamento.

Ma in realtà quella maglia sta a significare dockers: i portuali di Liverpool; in guerra da quasi due anni contro governo e società di gestione del porto, dopo un licenziamento di massa di 500 lavoratori grazie alle leggi neo-liberiste di matrice thatcheriana. In un’Inghilterra di passaggio dalla fase post-Thatcher a quella della “Cool Britannia” del primo mandato Blair – che proprio su quella vertenza intascò voti e consenso, per poi far scivolare il problema nel vuoto – l’unico baluardo pop rimasto al fianco della working class del Mersey è lui: il bomber espressione diretta dei distretti popolari. Quello strombazzato sulle prime pagine dei tabloid per una presunta liaison con Baby Spice Emma Bunton, quello delle fuoriserie sfasciate e col vizio delle scommesse pesanti sulle corse dei cavalli: l’outcast per antonomasia. Che, manco a dirlo, viene istantaneamente multato dalla Uefa. Si verrà in seguito a sapere che il bad boy di Toxteth elargiva puntualmente da mesi cospicue donazioni all’associazione dei portuali licenziati.

La maglia pro-dockers in Coppa delle Coppe, 1997

Insomma, se non bastasse un sinistro velenosissimo e calibrato abbinato ad una corsa fluida semplicemente bruciante nei primi 5 metri, insieme alla generosità agonistica di un personaggio à-la Irvine Welsh, modellata su una velocità d’esecuzione negli ultimi venti metri pari a quella di un AK47, intuiamo come per i ragazzi della working class che gremiscono la Kop Robbie sublimi presto in The God. Perché è il vicino di block che ce l’ha fatta. Ma nell’immaginario pop rimane sempre colui che si scola le sue tradizionali pinte alle 18 di un giorno d’autunno, appena staccato il turno al porto o in fabbrica. È quello delle sbornie in compagnia a parlare di calcio e del suo idolo e mentore Kenny Dalglish; è quello che se c’è da discutere alzando il gomito o lasciandosi dietro una scia di scoop a luci rosse da prima pagina non si tira indietro. Almeno così viene percepito da buona parte della tifoseria cittadina.

Però poi c’è il campo. Quel prato di un verde saturo che è di stanza ad Anfield e che pare uscire da un dipinto espressionista. Proprio come il calcio istintivo ed improvviso di Robbie, qualcosa che spesso viaggia oltre regole e ragionamenti strutturati. E su quel prato lo spice boy anni ’90 col cerotto al naso scrive la storia dei Reds. Se Liverpool è la città dei Beatles, Anfield assurge a personale palcoscenico per la messa in scena di una City of God calcistica: un copione recitato su gol al volo, improvvise saette mancine, tagli ad anticipare i difensori sul primo palo e imprendibili scatti in profondità che spesso si chiudono con un’esultanza sotto la Kop.

Il termine di paragone più calzante rispetto al Fowler visto a Liverpool è forse quello con un serpente a sonagli, teso e concentrato come nessuno e capace di graffiare una partita in qualsiasi momento con soluzioni sorprendenti, spesso di prima intenzione.

Sarebbe perfino retorico soffermarsi sui 128 gol con la maglia del Liverpool, oppure sul fatto che è il sesto marcatore di sempre della Premier, o sull’istinto omicida che lo caratterizzava nell’ultimo terzo di campo. È probabilmente il miglior finisher che l’Inghilterra abbia avuto negli ultimi venti anni. Quantomeno per completezza di colpi, rapidità d’esecuzione, lucidità di pensiero e capacità di sfruttare l’attacco alla profondità e i tagli negli spazi alle spalle dei difensori così come le soluzioni estemporanee da fuori area. Un bagaglio oltremodo completo e mai abbastanza ricordato nella narrazione tipica che avvolge l’attaccante inglese: materiale da fuoriclasse. Anche se, in Nazionale, mai si esprimerà al meglio; offuscato dalla rivalità con un centravanti di provincia con l’allure di un animale da pub: Alan Shearer. Ariete e vero dominatore delle aree inglesi negli anni ’90, o come si usa dire da queste parti usando un’espressione irresistibile: fox in the box. Con caratteristiche fisiche e tecniche divergenti ma complementari, il tandem Fowler-Shearer si eleva a compendio del calcio offensivo inglese degli anni ’90 senza però lasciare un’eredità compiuta, dovuta anche alla rottura del crociato che affligge Robbie pochi mesi prima del Mondiale in Francia, dove farà l’apparizione una delle più folgoranti illusioni made in England del calcio moderno.

Eppure Fowler è diverso: più viscerale, sregolato e geniale di Shearer. Proprio come testimonia quel pomeriggio nel derby del Mersey del 1999, con l’amico e roommate Steve McManaman, che, cercando di sradicarlo dalla linea di fondo, per una volta sembra urlargli “Cazzo! Stai esagerando, Robbie!”. È la sua rivincita sugli hooligans dei toffees che lo stavano subissando di fischi, cori e ironie sul suo presunto stile di vita da rockstar senza freni. Quelli come lui della working class, quelli che difficilmente risparmiano qualcuno all’interno di uno stadio. Figurarsi ad Anfield, rivolgendosi a uno che da bambino tifava bianco-blu. Ma Fowler è gioco e istinto a livello primigenio: è materiale pulp. Come pulp è quell’iconica riga di cocaina – o meglio, gesso – sniffata accanto al palo di un pietrificato Myhre, portiere norvegese dei toffees. Una follia, o una goliardata degna della partitella sui titoli di testa di Trainspotting. Ma, come detto, Fowler è questo: senza limiti e sovrastrutture di sorta.

Materazzi che concede un rigore al limite della follia umana; Fowler che realizza chirurgico, e poi quello che sappiamo proprio sotto il settore ospiti. Sembra un’epoca lontana anni luce.

Personalità schietta e passionale in un mondo sempre più politically correct e tendenzialmente ipocrita come quello anglosassone. Quella riga, infatti, gli costerà 60.000 sterline, quattro giornate di squalifica e un esilio sottaciuto e allusivo dalla maglia dei Tre Leoni. Ma è proprio così che fa definitivamente impazzire la Kop e scrive la storia. Non quella degli almanacchi, dei palloni d’oro o delle competizioni internazionali, ma quella dell’anima di una città orgogliosa e popolare, tradizionalmente ricca di passione, storia e idoli pop. Proprio come quell’imberbe bad boy che ha compiuto la definitiva metamorfosi in Dio. Magari grazie ad una sniffata.