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È il 1973, un gruppo di undici scanzonati trentenni capelloni calca il tipico prato inglese correndo dietro ad un pallone. Una scena quotidiana in terra d’Albione. A guardarli bene, però, quei ragazzi dall’aria trasognata e ribelle hanno qualcosa di speciale. Quattro undicesimi di quella squadra dall’aria naif compongono una delle band più influenti della storia del rock: i Pink Floyd.

Pare strano ma anche questo è calcio. O meglio, passione viscerale per il gioco. Tanto che quella squadra un po’ improvvisata e pittoresca ha un nome nonché un’identità precisa, è il Pink Floyd Football Club. Team nato dalla volontà degli architetti del suono, che si trovavano a passare lunghe giornate on the road nel cammino – fra una tappa e l’altra – dei tour di lancio dei loro album. Fra mini-van lanciati sulle autostrade britanniche, un pugno di biondissime groupie come compagnia e Fender Stratocaster accatastate, l’unico oggetto irrinunciabile nei momenti liberi diventa il pallone. Quello tipicamente anni ’70, il Telstar, con gli iconici pentagoni neri ed esagoni bianchi cuciti sul cuoio.

 “C’era sempre un pallone con noi, non mancava mai nelle nostre tournée in giro per il mondo.”

Parole di Roger Waters; anzi, del portiere Roger Waters. Numero uno dal fisico asciutto e slanciato; il genio despota dei Pink Floyd, infatti, è il riferimento con i guantoni di quel team fuori dagli schemi. Ruolo che si confà perfettamente alla ritrosia innata nel seguire i compagni, interprete di una partita tutta sua dove può comandare a piacimento e risultare sempre decisivo. Nel bene e nel male. Spartito che si riproporrà piuttosto fedelmente anche nella (quasi) ventennale carriera da leader della band.

C’è poi un mediano metodista: uno che vive nel cuore del gioco, dettando tempi morti e improvvise accelerate. Il ritmo cardiaco della squadra è affidato alla cadenza regolare e al sudore di Nick Mason, numero 4 ante-litteram con tanto di immancabile fascia tennistica sulla fronte. Un volante, per dirla con un termine sudamericano. In perfetta sintonia con quei tempi regolari di batteria che scandiscono i battiti spesso dilatati dei primi album della band. Un vero metronomo, insomma.

Il terzino destro è un ragazzo un po’ timido, ma che più di tutti ha fissato bene in mente l’importanza del concetto di armonia collettiva. Di una squadra come di una band. È Richard Wright, che dalle soffuse e oniriche tastiere di appartenenza si sposta sulla fascia, in attesa di fronteggiare ali e attaccanti. Un talento al servizio del collettivo. Uno di cui ti puoi sempre fidare. È quello del sacrificio e del 6 in pagella, che non molla un attimo la concentrazione.

Qualche metro più avanti rispetto a Wright agisce un’ala destra dalla chioma lunga e selvaggia, con la barba di quattro giorni e lo sguardo vitreo. È il numero 7 del Pink Floyd Football Club: uno che con la Stratocaster ha lasciato il segno, modellando un suono dal tocco personale assolutamente distinguibile ed imitato a più riprese. È David Gilmour, il più giovane del gruppo. Sulle orme della tradizione del numero 7 britannico, che vuole estro, tocco delicato e temperamento fuori dall’ordinario quali caratteristiche imprescindibili per gli interpreti del ruolo. Anche se in questa veste avremmo visto decisamente meglio Syd Barrett, il Pazzo Diamante fuggito improvvisamente a contare i trifogli d’Irlanda in preda a un crollo psico-fisico.

Il Pink Floyd Football Club con la sua divisa ufficiale

Ma il Pink Floyd Football Club – o First Eleven, come venne battezzato all’inizio della sua epopea da strada – va oltre. Perché scorrendo la distinta e osservando le foto, altri originali calciatori si aggiungono ai quattro londinesi. C’è il barbuto Storm Thorgerson, mente e mano dietro alle celeberrime illustrazioni floydiane (suo l’iconico prisma di Dark Side of the Moon); c’è pure il tecnico del suono e manager della band, Peter Watts, padre della ben più celebre Naomi, che giostra in regia e che di lì a pochi anni vedrà interrompere la sua carriera in un appartamento vuoto di Notting Hill a causa di una devastante dipendenza da eroina.

Nella formazione spiccano anche l’ala sinistra Arthur Max, tecnico delle luci e degli elaboratissimi effetti live floydiani e Chris Adamson, il road manager del gruppo: è il terzino sinistro che calza le sneakers da tennis. Ma è anche una delle voci più ascoltate e riprodotte di sempre: è il parlato che apre The Dark Side of the Moon nella magistrale e sfuggente Speak to Me, ed è anche la risata allucinata e folle che chiude il disco nel definitivo delirio di pazzia di Brain Damage.

Insomma, questa squadra dall’allure di una congrega divisa a metà fra contestazione studentesca e hyppie dal presente lisergico testimonia una passione diretta e sincera per il calcio. Anche se ti chiami Pink Floyd e hai appena pubblicato una pietra miliare della musica. È un rapporto che ha a che fare con la dimensione ludica, quella de “la storia del calcio ricomincia ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada”, per dirla con le parole di Borges. Un piccolo universo che vive anche in un contesto perlomeno originale, fra bassi distorti, pianole stratificate, maiali e palloni in volo. Un legame strettissimo che accomuna tutti i componenti e la loro troupe: Waters è infatti un appassionato tifoso dei Gunners, così come Mason e Gilmour. Un senso di appartenenza che si portano dietro dall’infanzia, spesa in buona parte nella zona settentrionale della circle londinese vicino a uno stadio dall’enorme fascino che di nome fa Highbury.

Non bastasse l’avventura amatoriale e scanzonata che porta la band londinese a calcare ogni prato d’Inghilterra appena una pausa lo permette, e spesso divertendosi a sfidare squadre di giornalisti, un altro indizio rivelatore della passione calcistica floydiana si trova nell’album Meddle. In questo disco di passaggio, divenuto celebre in Italia soprattutto per l’ipnotica linea di basso di One of These Days (Dribbling vi dirà qualcosa), c’è una traccia che più di tutte sintetizza lo stretto rapporto fra i Pink Floyd e il calcio.

È Fearless: sei minuti progressive-folk di chitarre morbide e voce distaccata, fino alla svolta degli ultimi trenta secondi. In una bizzarra sovrapposizione tra chitarra, batteria e un coro da stadio, progressivamente subentra la Kop – la celebre curva del Liverpool – che canta all’unisono l’inno You’ll Never Walk Alone. Fino ad una chiusura dove è possibile distinguere un coro di risposta dei tifosi dell’Everton, con tanto di conseguente bordata di fischi. Registrazione effettuata durante un derby di Liverpool di fine anni sessanta e riportata, con una trovata del tutto inusuale, nel cuore del disco. A testimonianza dello stretto connubio floydiano tra calcio, tradizioni pop e musica.

 

“It’s called “The Kop Choir’’. And they just never stop singing throughout the whole match, in fact, it’s much more incredible than it does on that record. Because you just wouldn’t believe how loud it is from the start. I mean, we couldn’t compete with a hundred-thousand voice choir. It’s just incredible.” (R. Wright).