La tragicommedia della Fiorentina ’98-’99

Firenze, si sa, è una piazza calcistica complessa e di alte pretese. Una piazza che vuole la Fiorentina contrapposta al trio di squadre nordiche dell’asse Milano-Torino, ma fieramente rivale anche del blocco del centro-sud Roma-Lazio-Napoli. Una piazza che cocciutamente si sente parte di questo sestetto che ha dominato (e domina) il calcio nostrano, eppure lo odia. Per usare un forzato parallelismo storico, Firenze è la capofila guelfa delle piazze medio-piccole nello scenario calcistico italiano, pur con un sentimento di alterigia da piccola nobiltà ghibellina nei confronti di quelle “provinciali” dalle quali orgogliosamente si distingue, e alle quali è spesso associata dalle grandi. Ostentatamente campanilista, pur aspirando a fama nazionale ed internazionale. Coerente, nelle sue contraddizioni.

La stagione ’98-’99 passa agli annali per il clamoroso scudetto al fotofinish del Milan di Zac, rilanciato dalle parate di un giovanissimo Abbiati e dalle chirurgiche incornate di Bierhoff ai danni della corazzata Lazio dell’epoca; per il triste infortunio di Del Piero – che inizierà un lungo calvario sportivo e personale conclusosi con la famosa esultanza a squarciagola dopo un gol-vittoria a Bari, il primo su azione dopo due anni e mezzo – e l’inizio della serie di lesioni al tendine di Ronaldo che manderanno a fondo l’Inter; per la triste Juve della staffetta Lippi-Ancelotti, quella di Henry ala nel 4-4-2, che chiuderà settima in campionato (pur arrivando in semifinale di Champions).

Per qualche mese, questi due signori furono oscurati da Gabriel Omar Batistuta

Chi tifa Fiorentina, come me, quella stagione se la ricorda per ben altro. È quella che passerà alla memoria collettiva come la stagione dei rimpianti, del vorrei ma non posso.

In estate, assecondata dal vulcanico e spendaccione (fino al tracollo) presidente Vittorio Cecchi Gori, in primis viene avvicendata la guida tecnica. Via il buon Malesani, che bene aveva fatto la stagione precedente con un quinto posto e l’accesso alla Coppa Uefa, dentro l’ex simbolo bianco-nero Trapattoni, fresco della celebre sfuriata contro Strunz ma anche di scudetti e coppe di Germania con il Bayern.

Arrivano anche giocatori di caratura internazionale, quali Amor (Barcellona), Heinrich (Dortmund), Repka (Sparta Praga), Torricelli (Juventus), più qualche onesto gregario di contorno. Inoltre si può contare da subito su Edmundo, folle giocatore brasiliano dall’indiscusso bagaglio tecnico e dalla discutibile condotta di vita, che già a partire dalla metà della stagione precedente aveva fatto intravedere le sue qualità pressoché illimitate. Ma anche la sua testa calda.

La concorrenza però appare ben più attrezzata. La Juve è la solita favorita, il Milan è un outsider ma non può permettersi un’altra stagione disastrosa, la Lazio si è rinforzata con calibri pesanti come Vieri, fresco Pichichi della Liga, e un giovane Dejan Stankovic, l’Inter può contare sulla classe infinita di Baggio e Ronaldo, il Parma macina gol e gioco con Hernàn Crespo e Juan Sebastian Veron. Ma al pronti via la musica è ben diversa.

La sinfonia viola guidata da Giovanni Trapattoni appare uno spettacolo. Vince sempre. O quasi. Sette vittorie, tra cui un sonoro 3-1 al Milan, ed un pari ininfluente tra campionato e coppe. Poi lo stop d’inesperienza, a Roma, sotto le giocate della controfigura di Caniggia, il Carneade Gustavo Bartelt, dove la viola viene superata al 90° dopo esser stata avanti tutto il match. Ma si riparte subito: 2-0 al Grasshoppers e 4-0 alla Salernitana. E qui il primo fattaccio.

Ritorno di Fiorentina-Grasshoppers. Si gioca sul “neutro” di Salerno, poiché il Franchi deve scontare la seconda giornata di squalifica maturata dopo la gazzarra di un anno e mezzo prima, nella semifinale di Coppa delle Coppe contro il Barça. Il parziale è di 2-1 quando siamo sullo scadere del primo tempo. Tutto secondo i programmi, ma c’è un particolare che a qualcuno è sfuggito. La Fiorentina sta giocando nello stadio di una tifoseria rivale, e appena tre giorni prima Firenze i gruppi di ultras se le erano date, e i salernitani avevano avuto la peggio tanto in campo quanto in strada. A Salerno vendetta fu: bomba carta in campo, diretta verso la panchina viola. Già, perché nel settore di casa dell’Arechi i tifosi presenti sono quasi tutti della Salernitana. Magari in cerca di un secondo round. E la vendetta arriva in maniera quasi farsesca, perché il petardone colpisce il quarto uomo. Partita sospesa.

L’Uefa condanna la Fiorentina per la regola della responsabilità oggettiva, 0-3 a tavolino, e tutti a casa. Niente più notti europee. Non importa, si riparte. In trasferta si perde regolarmente colpi, con il 4-2 dal Piacenza, lo 0-0 a Bari, il 2-2 a Perugia. In casa però la viola è inarrestabile, vince sempre. Il Franchi è un fortino e la squadra uno schiacciasassi come non si ricordava da decenni: cade l’Inter, cade la Samp, cade soprattutto la Juve grazie alla schitarrata elettrica di Batistuta su cross di Lulù Oliveira, che entrerà nella storia e sarà eguagliata oltre un decennio dopo dalla tripletta di Pepito Rossi. Tutta apparenza.

fiorentina batistuta
Il gol della tripletta di Batistuta a San Siro, firmato con un’ormai desueta punizione a due. Ambrosini rischiò seriamente di essere decapitato.

Il Re Leone è nel suo anno apicale: è un cannoniere spaventoso. Viaggia alla media in un gol a partita. Non è un calciatore, è un angelo che spara colpi di mortaio con la continuità di un robot. Guidata dal suo condottiero, leader carismatico e tecnico della viola, la Fiorentina resterà in testa per tutto il girone di andata, chiudendo da Campione d’Inverno (nonostante la sconfitta all’Olimpico contro la Lazio) e con in tasca la semifinale di Coppa Italia.

Ho avuto a che fare con molti campioni nella mia carriera, ma il centravanti più forte che abbia allenato è stato Gabriel Batistuta.”  (G. Trapattoni)

Poi, il secondo fattaccio. Fiorentina – Milan, stadio Franchi. A San Siro tre devastanti sberle di Batistuta avevano piegato il Milan. Ma stavolta la dura legge del contrappasso entra in gioco. Minuto 80: Batistuta è in ripiegamento difensivo, ha la peggio in un contrasto con Bierhoff, rimane a terra. Resta a bordocampo tre minuti, vuole rientrare, lo staff medico sconsiglia ma lo rattoppa come può. Minuto 87: contropiede viola, Batistuta scatta su un lancio dalla difesa nel mezzo delle praterie difensive del Milan. Poi si ferma improvvisamente. Si accascia. Lo stadio gela. Il Re Leone esce in barella. Risultato finale: 0-0, è la prima volta che la Fiorentina non vince il casa. Il referto medico è una mazzata: stiramento di secondo grado del collaterale interno. Oltre un mese di stop. La Fiorentina perde il suo capitano, la sua guida. “I compagni mi hanno promesso che daranno tutto”. Ma si ritroveranno soli, persi nella loro inadeguatezza.

È proprio in questo frangente che Edmundo se ne esce fuori con una clausola contrattuale che gli permette di andarsene in Brasile durante il periodo del Carnevale. Mentre l’universo viola sta ancora aspettando i report medici di Batistuta, il brasiliano se ne sta già andando, nel bel mezzo della stagione, avallato dalla parola di un Cecchi Gori oltremodo pittoresco.

Luciano Luna, un lampredottaro prestato alla dirigenza viola, smentirà sempre l’esistenza di questa postilla contrattuale, dirà che Edmundo deve presentarsi in patria per il famigerato processo per omicidio colposo che lo tiene impegnato dal 1995. Dal Brasile, di questo, nessuna conferma, se non quella che il processo esiste. Nel pasticcio combinato, si negherà l’evidenza, mentre negli stadi risuona la filastrocca “Batistuta all’ospedale, Edmundo al Carnevale”. C’è chi giura di aver visto il brasiliano tracannare cachaça a litri e saltellare al Sambodromo per il Carnevale. Leggende – ma non troppo – di una fenomenale testa calda. Uno che può cambiarti la stagione con una giocata tecnicamente impensabile, oppure rovinartela allo stesso modo con una boutade delle sue. Infatti persino Trapattoni finirà la pazienza e, pur avendolo perso “solo” per una giornata (Udinese-Fiorentina, 1-0), lo farà via via scivolare in fondo alle gerarchie.

Il Trap era praticamente l’unico a difenderlo, dentro quello lo spogliatoio. Ben conscio del fatto che in realtà la sua gioiosa macchina da guerra di gioioso aveva poco, e dipendeva completamente dalla capacità di far convivere Batistuta ed Edmundo almeno dentro il campo. I due si odiavano, e il Trap perse parecchie notti a conferire con entrambi, nel tentativo di mandare avanti una squadra che tatticamente funzionava poco o nulla. Totale era la dipendenza dall’estro micidiale del duo sudamericano, e dalla capacità di innesco di Rui Costa (un altro che lo odia) e Oliveira. E le cose da far digerire a Batistuta e compagni non mancavano, vista l’estrema accondiscendenza della società verso il brasiliano.

“C’era un accordo preciso – e scritto – con la società su questo periodo di ferie. La società era già venuta meno ad altri aspetti contrattuali, ma su questo io feci valere quello che era già stato accordato da tempo. Ma se oggi penso ai tifosi viola, non ripeterei quello che ho fatto allora. Dirò di più: non mi pento mai di niente, ma quel viaggio ancora mi tormenta.” (Edmundo)

E così, con Batistuta fermo e la luce di Edmundo che si spegne, insieme a Lulù Oliveira nell’attacco viola resteranno soltanto spadino Robbiati, grande tecnica ma con l’autonomia di mezz’ora, e l’onesto gregario Carmine Esposito, rimasto nella memoria dei tifosi viola suo malgrado come uno dei simboli dell’incompetenza societaria dell’era Cecchi Gori. A fargli compagnia nel ruolo di uomo simbolo in negativo un altro ex-Empoli, il mirabolante – e unico – rinforzo di gennaio per la lotta scudetto: Fabrizio Ficini, anonimo mestierante di provincia sbattuto su tutte le prime pagine come emblema del fallimento viola.

È l’inizio della fine. Senza Bati, la viola fa 5 punti in 4 partite. Batte il Parma a Firenze, ultimo guizzo di una squadra che prima tra le mura amiche era invincibile e che ora con la Roma non va oltre lo 0-0. Fuori casa rimedia solo un punto contro la Salernitana in rimonta, dopo esser stata colpita ad Udine dal Pampa Sosa (la gara con Edmundo, decisivo all’andata, in Brasile) e affondata a Venezia con un 4-1 nel segno del maledetto mancino del Chino Recoba. Il ritorno in campo (e al gol) di Batistuta riporta la Fiorentina alla vittoria contro il Piacenza, dopo il sudato accesso alla finale di Coppa Italia, con il Bologna che – battuto 2-0 all’andata – costringe i toscani ai supplementari. Ma è il canto del cigno.

Perché le alternative non sono in grado di sostituire le prime linee, acciaccate ed usurate, che giocano a tutti i costi e con una condizione psicoatletica ormai perduta. Batistuta, rientrato a ritmi serrati per risollevare i compagni, ne è l’emblema.  Continua a segnare, ma non riesce più a trascinare i suoi. A malapena trova le forze per strascinare sé stesso. Così il ritorno alla vittoria rimane isolato: dopo Piacenza, segue un’altra striscia senza i tre punti, culminata nella sconfitta 2-1 di Torino per mano della Juventus. Contro il Perugia, in casa, l’ultima perentoria vittoria per 5-1. Edmundo fa qui doppietta: saranno le sue ultime reti in viola.

I riflettori sono già spenti sulla Fiorentina, ormai rassegnata a difendere la piazza per l’accesso alla Champions, e puntati sull’incredibile rimonta del Milan ai danni della Lazio. Rimonta che ha il suo momento-chiave proprio a Firenze, perché l’1-1 della Lazio al Franchi nella penultima giornata della stagione trasformerà i viola nei carnefici dei biancocelesti, scavalcati dal Diavolo di Zaccheroni proprio a causa di quel pari. Una beffa nella beffa, a pensare come quel Milan fu malmenato a San Siro, e come contro quel Milan la Fiorentina perse il suo uomo più importante.

Ci sarebbe ancora la finale di Coppa Italia in ballo. E qui, puntuale, ecco l’ennesimo fattaccio. L’andata, a metà aprile, finisce 1-1. Batistuta, sempre lui, risponde nei minuti finali al connazionale Crespo. 5 maggio, finale di ritorno. Crespo porta in vantaggio i gialloblù, Repka e Cois ribaltano con tenacia il risultato. Il Franchi è in delirio. Poi arriva quello che non ti aspetti.

In quel Parma di campioni, quello di Crespo, Chiesa, Buffon, Thuram e Cannavaro, c’è lui, l’onesto mestierante della corsia difensiva di sinistra: Paolo Vanoli. Uno che, alla fine, a segnare nelle finali c’ha sempre trovato gusto. 71°, cross in mezzo di Chiesa ed inserimento con stacco perfetto di Vanoli, gol. 2-2. Finirà così, con il Parma vincitore della Coppa Italia per il maggior numero di reti segnate in trasferta, grazie a quella rete sull’asse Chiesa-Vanoli.

Quella coppia si farà perdonare un paio di anni dopo, segnando e vincendo la Coppa Italia anche in maglia viola: l’ultimo trofeo dei gigliati. Ma che nel frattempo, per non farsi mancare niente, una settimana dopo si ripeterà a Mosca nella finale di Coppa Uefa, segnando entrambi nel secco 3-0 al Marsiglia di Blanc. L’allenatore di quel Parma atomico è proprio quel Malesani che l’anno prima aveva fatto infiammare Firenze col suo gioco propositivo, così diverso da quella sorta di 5-1-4 trapattoniano. Già, la Coppa Uefa. Quella dove la Fiorentina uscì per una bomba carta lanciata da tifosi non suoi in uno stadio non suo.

E finisce così, malinconicamente, la miglior stagione della Fiorentina degli ultimi trent’anni. Quando per un inverno in tutta la città si parlò seriamente di Scudetto, con la stampa sportiva che apriva parlando dei viola ogni settimana. A Firenze si sognava. Come mai da quasi vent’anni. E come non si sognerà più in seguito. Saranno i punti più alti della folle presidenza cecchigoriana, terminata con la retrocessione e il fallimento nel 2002.

cecchi gori antognoni fiorentina
Qui Vittorio probabilmente stava già pensando a Nuno Gomes.

Si ripartirà dalla serie C2. Batistuta, Toldo e Rui Costa migreranno verso altre potenze calcistiche vincendo i trofei che meritavano, ma lasciando sempre un pezzo di cuore in Toscana.

Intanto, la gloriosa maglia numero 9 del Re Leone passava sulle spalle ingobbite di un ex-carpentiere, che negli sgangherati campi di C2 sapeva bene come buttarla dentro. E la Fiesole, nobile decaduta, d’improvviso si riscoprì operaia. Trascinata dal motto “Dio perdona, RigaNo’!”. Ma questa è un’altra storia.