Non c’è niente da salvare nella stagione del Milan

La gestione societaria

L’aspetto più gossipparo e al tempo stesso misterioso del nuovo Milan di Yonghong Li è stato proprio… Yonghong Li. Ovvero, in ordine sparso: chi fosse, quali fossero le sue finanze, quali fossero le sue proprietà, il tutto alimentato da una valutazione della società rossonera forse eccessiva (740 milioni di euro debiti compresi, ndr), dal lungo percorso del closing con relativi cambi e sostituzioni della cordata acquirente, nonché dalla particolare modalità di finanziamento dell’operazione, con quel doppio prestito da 303 milioni complessivi richiesto al fondo speculativo Elliott, che prestava 180 milioni alla nuova controllante del Milan (la Rossoneri Sport Investment Lux, a sua volta controllata da altra società, la Rossoneri Champions Investment Lux, e qui ci perdiamo in altre scatole cinesi che culminano alle Isole Vergini britanniche) al tasso d’interesse dell’11,5% e 123 milioni direttamente alla società AC Milan, con un interesse del 7,7%.

Tra le inchieste sulle sue proprietà e le sentenze fallimentari rimane assai complicato capire dove quello che appare un broker abbia racimolato le risorse per l’acquisizione del Milan da Fininvest, fatte escluse quelle fornite da Elliot, visto l’apparente venir meno durante il closing dei soci originariamente compresi nella poi scomparsa Sino-Europe Investment Management Changxing, su tutti la finanziaria Huarong, una controllata del governo cinese che ora non se la passa molto bene. A far pensare che l’artiglieria pesante sarebbe comunque intervenuta, c’era la presenza di mister Lu Bo nel cda del nuovo Milan, in qualità di referente di quello che doveva esser l’altro superfinanziatore, ovvero Haixia Capital Management, fondo d’investimento di Stato e occhi e orecchie del Politburo di Pechino nell’operazione.

Tuttavia, dalla Repubblica Popolare sembra permanere l’indirizzo generale di non favorire fuoriuscite di capitali verso settori non strategici, decisione che aveva creato non poche difficoltà durante il closing nel reperire il denaro liquido necessario (da qui l’intervento di Elliot). Tant’è che c’è da chiedersi quanto effettivamente pesino “i cinesi” nel Milan, vista anche la composizione del Consiglio di Amministrazione (qui nel dettaglio la distribuzione dei voti nel CdA) e il ruolo diretto ancora del fondo Elliott, presente in forze nella controllante del Milan tramite la società veicolo Project Redblack, nonché nello stesso CdA con il dott. Paolo Scaroni come uomo di fiducia.

In quest’ottica, può aver stupito a marzo la richiesta da parte del CdA di un aumento di capitale con versamento della prima tranche entro il 4 aprile, versamento al quale Yonghong Li ha effettivamente adempiuto il 13. Perché forzare la mano con annesse clausole, se Li ha difficoltà a reperire capitali?

Anche cercando di evitare il pettegolezzo, vediamo parecchi passaggi nel closing milanista poco chiari, passaggi che era difficile lasciassero impassibile la UEFA e i suoi dispositivi di controllo finanziario, già chiamati alle strette la scorsa estate dall’ECA (il “sindacato” dei club europei) sulle super-transazioni del PSG, assai poco gradite alle altre grandi del calcio continentale e per niente in linea con il nuovo corso lanciato da Čeferin in tema di bilanci e finanza pallonara.

Sul fronte fair play finanziario infatti, il Milan ha ricevuto solo bruschi stop. Respinti a più riprese tutti i business plan proposti da Fassone per ottenere il Voluntary Agreement (al fine di derogare ai limiti annuali sulle perdite di bilancio secondo un proprio piano aziendale), la UEFA ha finito per non applicare nemmeno il Settlement Agreement (ovvero un business plan di rientro concordato ma elaborato dalla stessa UEFA, attuato ad esempio con Roma e Inter) attivando quindi le procedure di infrazione per la violazione del FFP, che colpiscono anche le ultime annate di gestione Berlusconi. La motivazione di fondo è sempre la stessa: da Nyon, al di là delle impressioni negative riguardo l’eccessivo ottimismo in termini di ricavi prospettati nel primo piano, si chiedono garanzie sul rifinanziamento del debito più volte annunciato da Fassone ma mai approvato da Yonghong Li.

Una cosa va detta: il Fondo Elliott ha dichiarato che, nel caso di passaggio di proprietà del Milan, ne garantirebbe la continuità aziendale, nonché si è detto pronto far da garante a fronte di ogni criticità che sarebbe potuta sopraggiungere in sede di rifinanziamento. Evidentemente per l’UEFA questo non basta, quindi non è disposta a sottoscrivere accordi e concedere deroghe ad una proprietà che evidentemente appare troppo poco stabile.

Andando per ipotesi: appurato che il debito in testa al Milan è sostenibile (per ora), appurato che sulla proprietà verte la spada di Damocle della scadenza ottobrina, e ipotizzando che la proprietà per rispettare quella scadenza stia disperatamente ricercando capitali indebitandosi ulteriormente, appare evidente che la richiesta di rifinanziamento è considerata decisiva da Nyon perché (per tutto il quadro descritto finora), non si scommette un soldo bucato sul fatto che Yonghong Li sia capace di ottemperare ad entrambi i suoi impegni, né che qualora ci riuscisse avrebbe la capacità di sostenere il Milan anche solo “alla giornata” senza i veri partner cinesi, che per ora latitano.

Ora è chiaro che questa fosse una partita importante per il Milan, che con l’avallo di Nyon avrebbe potuto certificare quella solidità societaria più volte messa in dubbio. Avallo che invece non si vuol concedere in queste condizioni, con la conseguenza che lo scenario delineantesi per il Milan somiglia sempre più a una caporetto, anche perché potrebbe, in extrema ratio, costare il non poco sudato posto in Europa League ottenuto sul campo.

Uscendo dall’ingarbugliata situazione azionaria e finanziaria (nonostante la quale, si ribadisce, il Milan non è mai finito in situazioni di insolvenza verso creditori e dipendenti), torniamo ad un piano più strettamente relativo alla gestione della squadra e ai suoi risultati economico-sportivi immediati. Un fatto chiaro è che non solo il mercato è stato (almeno nell’immediato) un flop, così come lo è stata la stagione sportiva rossonera chiusa con un 6° posto analogo alla scorsa stagione, ma persino dal punto di vista della comunicazione, della credibilità verso l’Uefa, dei casi contrattuali, della gestione di situazione critiche sul piano tecnico-sportivo si sono falliti pressoché tutti gli obiettivi; e anche nella programmazione a lunga scadenza (sulla quale già pesa la spada di Damocle della scadenza di ottobre) si è parsi ondeggiare tra l’improvvisazione e il più sfacciato ottimismo.

Non ripetendo le questioni di mercato e, per esempio, parlando di strategia mediatica: a parte boutade quali aver offerto ruoli a personaggi che si sono fatti una reputazione sparando nomi più o meno a caso nel lungo periodo del closing, la prima cosa che viene in mente è naturalmente il caso Donnarumma. Questione spinosa, visto il contratto in scadenza lascito della vecchia proprietà e visto il mastino che detiene la procura del giocatore, ovvero Mino Raiola, vero e proprio feudatario del Milan sotto Berlusconi-Galliani. Va, resta, rinnova, non rinnova, “lo mandiamo in tribuna”, “vale 100 milioni”, “lo vuole il PSG” e compagnia bella. Special guest: i dollari falsi tirati a Gigio già all’Europeo U21 in Polonia, con i fischi assordanti poi divenuti applausi di San Siro.

Problema di soluzione non semplice, risoltosi con un super-rinnovo: stipendio a 6 milioni netti annui per quattro anni, più l’ingaggio da un milione di euro del fratello Antonio come terzo portiere (anche se poi divenuto, di fatto, il secondo). A corredo ma non troppo, niente clausola rescissoria e niente supercommissioni per Raiola, ferme al 5% e a carico del suo assistito. Un successo, per Fassone in primis. Però c’è lo scotto da pagare sul campo.

Difatti Gigio, ora divenuto il terzo giocatore più pagato d’Italia, nonché numero 3 nella classifica dei portieri più pagati d’Europa, ha un in parte “tirato il freno” nel suo percorso di crescita, facendo ricordare a tutti che nonostante sia alla sua terza stagione da titolare in serie A è pur sempre un ragazzo di 19 anni. E la stressante telenovela del rinnovo, condita di bordate da tutto l’ambiente milanista, non può non aver influito sulle prestazioni del giocatore, specie in termini di serenità e concentrazione. Tant’è che, a fronte di doti fisiche e atletiche clamorose, Donnarumma ha fatto emergere alcune lacune tecniche e di concentrazione talvolta pagate care dal Milan (Arsenal, finale di Coppa Italia, Atalanta), lacune ai più attenti già note enaturalmente superabili con il tempo e la crescita, ma forse sottovalutate (in primis dal ragazzo stesso) nel corso della stagione e in sede di rinnovo.

 

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Peraltro, in quella che è apparsa sempre più come una guerra aperta tra il ds Mirabelli e Raiola, lasciano molte perplessità anche le “alleanze” con un altro superprocuratore, Jorge Mendes, sbandierate in versioni più o meno ufficiali dall’entourage milanista. Sull’agente, tra gli altri, di Cristiano Ronaldo, c’è poco (o forse troppo) da dire. Certo è che se la logica fosse di affrancarsi dagli infeudamenti di vari intermediari, che smuovono commissioni e piazzano giocatori discutibili, forse Mendes non è proprio quello che fa al caso del Milan.

Ancora, altri episodi accaduti nell’arco della stagione hanno lasciato dubbi sulla lucidità della dirigenza milanista: dopo un’estate passata sulla cresta di un hype incommensurabile e costantemente alimentato, il Ko contro la Samp aprì una crisi profonda nel Milan e soprattutto in Montella, messo neanche troppo velatamente sotto accusa da Fassone nel post-gara. L’aeroplanino, che già aveva subito il pesante rovescio contro la Lazio (costato il cambio di modulo a furor di popolo e la bocciatura di Calabria come vice-Conti, tanto con la difesa a 4 quanto con la difesa a 3) si ritrova sulla graticola con 12 punti in 6 gare, prima del tour de force Rijeka-Roma-Inter-AEK-Genoa.

Risultato: con gli sloveni la vittoria la dà Cutrone al 90° (dopo un doppio vantaggio sprecato), con la Roma il Milan fa una buona gara ma perde 0-2, con l’Inter Rodriguez si suicida a tempo scaduto e concede il rigore del 3-2 a Icardi, con l’AEK non si supera lo 0-0 così come con il Genoa, dove Bonucci si fa espellere a metà primo tempo. Il tutto, annaspando in continui e disperati cambi di uomini e di posizioni. Ora, d’accordo che Montella come abbiamo detto ci ha messo del suo, ma c’è da chiedersi quanto la scarica di mitraglia dopo la gara contro la Samp lo abbia aiutato (detto anche che il Milan giocò male quella partita, ma pagò sui gol per una serie di errori individuali piuttosto marchiani).

Sullo stesso piano si può mettere l’operazione Gattuso: Ringhio, sul quale non volò una mosca da parte dei dirigenti nonostante il primo mese tremendo (e un aprile compromettente), si è guadagnato il rinnovo triennale a stagione ancora in corso quando le cose sembravano andar bene. Per capirsi, Spalletti ha ottenuto il rinnovo al 2021 in questi giorni. Ma Spalletti giocherà la Champions l’anno prossimo. Fiducia in Gattuso, ma non è che in realtà serviva un parafulmine alle polemiche e alle conseguenze di certe sparate estive?

Alla fine, c’è poco altro da dire. Il primo anno di nuova gestione rossonera è stato un fallimento pressoché totale. Per ripartire, serviranno alcuni punti fermi in campo (e forse qualcuno c’è già), un mercato più all’insegna dell’equilibrio che della riscossa mediatica e maggiori certezze societarie, che sia con questa o con un’altra proprietà. E soprattutto, ci vuole pazienza, moneta preziosa della quale molti in casa Milan sono rimasti sprovvisti, anche più di quanto lo siano (evidentemente) rimasti di euro.