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Quando si pensa ai talenti africani si può ragionevolmente affermare che i più grandi calciatori di sempre siano stati attaccanti: Weah, Eto’o e Drogba sono i più celebri e vincenti, insieme all’attuale Momo Salah, ma non ci si può dimenticare di Abedi Pelè, del recordman Roger Milla – in gol a 42 anni al Mondiale del 1994 – o della “Perla nera” Larbi Ben Barek, il primo a sfondare realmente in Europa, sponda Atletico Madrid. Nella top 10 c’è probabilmente spazio per un portiere – Thomas N’kono, l’idolo di Buffon, che ha chiamato il figlio come lui -, e per tre soli centrocampisti: lo spettacolare Lakhdar Belloumi, sosia del Disco-Stu dei Simpson e indimenticato numero 10 dell’Algeria e del Barcellona, il raffinato circense J.J. Okocha, e naturalmente il nostro: Gnégnéri Yaya Touré.

George Weah mentre consola Ronaldo.

Se è vero che l’Africa “non finisce mai di sorprenderci, ma ci sorprende perché è sempre uguale a se stessa”, va detto che la biografia dei primi 20 anni di Yaya ricorda sinistramente quelle dei suoi illustri predecessori: un’infanzia terribilmente povera e un talento la cui forza centrifuga è talmente intensa che riesce a portarti fuori dal mulinello della fame e della povertà più profonda. Nel mezzo, solitamente c’è un salvatore: una figura che traccia una strada e che ti aiuta a percorrerla. Gnégnéri Yaya Touré nasce nel maggio del 1983 a Bouaké, Costa d’Avorio. Il padre Mory Touré è un ex militare riconvertitosi ad agricoltore dopo la pensione, mentre la madre, nei campi, ci ha trascorso tutta l’esistenza. Yaya cresce prevalentemente nella città di Abidjan, ex capitale di stato in cui, tra penisole e isole convergenti collegate da ponti, convivono in spazi piuttosto angusti circa 6 milioni di abitanti.

Non avendo la fortuna del concittadino e sopracitato Didier Drogba di potersi trasferire, ad appena 5 anni dallo zio calciatore in Francia, ed essendo anzi il secondo di nove figli, Touré trascorre l’intera infanzia come aiutante-apprendista del fratello maggiore, Kolo, che fa il lustrascarpe e cerca di permettere ai fratelli due pasti al giorno: in famiglia, di soldi ne girano talmente pochi che si mangia soltanto la sera, per alzarsi poi “senza crampi allo stomaco”.

È dal fratello maggiore che Yaya eredità l’attività quando il calcio comincia per Kolo a diventare una cosa seria. Dei due il più disilluso era proprio Kolo; Yaya, fin da subito, ha intravisto e creduto nella possibilità che il calcio poteva offrirgli, anche perché il suo fisico continuava a crescere a dismisura, senza che la sua agilità ne venisse particolarmente minata. Quando Yaya Toure si unisce alla sua prima squadra di calcio, per tutti diventa l’Orso: è solito integrarsi poco con i compagni, un po’ perché introverso, un po’ perché accusa la sua condizione esistenziale di nullatenente. Non potendosi permettere delle scarpe da calcio, mente, dicendo che preferisce giocare a piedi scalzi perché ha più feeling con la palla.

E, in effetti, quando al nono compleanno arriva il primo paio di scarpini, Yaya impiega diverso tempo ad abituarsi. Il calcio di strada, tuttora, è più praticato in Costa d’Avorio rispetto a quello in strutture idonee: il fatto che, al pari del fratello maggiore Kolo, Yaya riesca a 13 anni ad essere accettato nella squadra giovanile dell’ASEC Mimosas è dunque da considerarsi evento più unico che raro. Touré arriva al Mimosas nel 1996, su raccomandazione del guru Patrick van Reijdendam, procuratore occulto dei fratelli Touré fino all’avvento dell’Ucraino Dimitri Seluk.

Nella stessa squadra sono da poco passati Didier Zokora, Emmanuel Eboué, Gervinho e Salomon Kalou: in pratica, la colonna portante della futura squadra nazionale (escluso Drogba). Nel club Yaya esordisce come senior all’età di 17 anni, conducendolo alla vittoria finale in campionato. Fortuna vuole che il direttore tecnico Jean-Marc Guillou, ex nazionale francese negli anni ’70, abbia investito pesantemente in un club belga: il Beveren (che ha pure allenato a inizio millennio). È lui che, dal 2003, porta ben 14 giocatori ivoriani nel vecchio continente.

Dopo tre anni e 70 partite da professionista in Belgio, il ventenne Touré viene opzionato dall’Arsenal: Arsène Wenger, manco a dirlo, aveva ricevuto ottime reference dal fratello Kolo, ormai al terzo anno con i Gunners. Purtroppo con i londinesi giocherà solo un’amichevole in pre-campionato contro il Barnet, offrendo una performance disordinata, che Wenger definisce laconicamente come “completamente nella media”. Tuttavia i collaboratori del francese lo convincono a dargli comunque una chance, ma un permesso di lavoro che tarda ad arrivare per lungaggini burocratiche fa saltare l’accordo. È così che Touré, che non vede l’ora di monetizzare un buon contratto da professionista, decide di accettare l’offerta del Metalurh Donetsk, dove trova TJ Babangida, fenomeno ma solo a Iss Pro, oltre che il cugino Ibrahim, stroncato da un tumore nel 2014 dopo un’onesta carriera nelle minors europee.

In una città nata dalle macerie di un villaggio cosacco, sorto a sua volta attorno a miniere di acciaio e carbone, il 22enne Touré non si trova particolarmente a suo agio. Dopo un solo anno su di lui punta la nobile decaduta del calcio greco, l’Olympiakos. In Grecia Yaya trova il manager Trond Sollied, ex roccioso difensore norvegese, modesto conoscitore del gioco ma eccellente uomo di mondo. Sarà che lui pure è nato a Mo i Rana, alle pendici del ghiacciaio Svartisen, dove la solitudine è ben altra rispetto a quella patita in Africa da Yaya, ma è sempre una condizione esistenziale. Tra i due è subito intesa, con Trond che lo schiera continuativamente trequartista accanto alla creatività di Rivaldo e dietro al messicano Nery Castillo. Nell’unico anno greco Yaya vince campionato, coppa ed esordisce in Champions League – offre un assist proprio al brasiliano -, e soprattutto strappa un pass per i Mondiali 2006 dove, a differenza della sua squadra, brilla grazie a fisicità, tempi di gioco e una tecnica sempre più affinata. Insomma, l’insospettabile Trond consegna al calcio europeo un vero calciatore, a cui la realtà ateniese va già piuttosto stretta.

A strapparlo all’Olimpiakos per 7 milioni di euro, dopo appena una stagione, è il Monaco. Un contesto ancor più sui generis, considerato che Montecarlo è stata messa da Grace Kelly sulla mappa del jet-set internazionale e sembra vivere solo per questo. Ancora una volta lo sviluppo di Yaya sembra infrangersi nelle atmosfere patinate di una città che non gli si addice, che non riesce a fare sua. L’inizio infatti è disastroso: sono frequenti i dissapori con László Bölöni, ex coach della Nazionale romena in cerca di gloria europea, e che finirà di lì a poco ad allenare nella massima serie Saudita.

La situazione degenera quando Boloni lo schiera, in qualche frangente di partita, anche come difensore centrale. A detta di Yaya, il diverbio degenera perché l’allenatore lo schernisce con “stupidi sorrisetti”; a detta della controparte Yaya lo aggredisce dicendo “forse mi hai scambiato per Kolo Touré”, e da lì alle mani il passo è breve. La situazione migliora quando arriva l’allenatore occitano Laurent Banide, il cui passato da calciatore ha più buchi di una serie di Lory Del Santo, che però prende il club in piena zona retrocessione e lo conduce alla salvezza. Tuttavia Yaya, ancora una volta e dopo una sola stagione, è costretto a fare le valige.

Per massimizzare il profitto il Monaco deve cederlo velocemente e accetta l’offerta al ribasso del Barcellona: 9 milioni erano pochi anche all’epoca, considerato che stiamo parlando di un 24enne con un fisico statuario, con una tecnica di base sviluppata, che corre oltretutto i 100 metri in meno di 12,5 secondi. In pratica passa “Du disque dur au disque d’or gros”, come canta un celebre duo-rapper francese. Visto che Puyol, Rafa Marquez, Milito, Zambrotta e Thuram offrono garanzie, non sussiste il rischio di un arretramento immediato verso la linea difensiva. In compenso a centrocampo se la può giocare con Edmilson per un posto di fianco a Xavi, Busquets e Deco. Frank Rijkaard lo vede come ricambio del portoghese, e gli concede diverse apparizioni.

Tuttavia, il secondo anno arriva Pep Guardiola che, al contrario, lo vede come mezzala difensiva davanti alla difesa. Insomma, a quel punto le sortite offensive tendono vertiginosamente verso zero, e c’è l’impressione che il nuovo ruolo di “giocatore di complemento” sia effettivamente ingeneroso nei suoi confronti. C’è un detto in Africa che recita “solo le montagne non si trovano mai”; questo probabilmente va esteso pure a Touré e Pep, che, di fatto, non si sono mai realmente trovati. L’ultimo capitolo di questa saga è stato scritto poco tempo fa:

“Non sono sorpreso di non giocare. Pep non vuole giocatori con personalità. Vuole solo giocatori che hanno paura di lui e fanno quello che dice. Sfortunatamente per lui, viviamo in un mondo in cui ho diritto alla libertà di parola. Guardiola vince alcune partite e pensa di essere un Re”.

Stanco di giocare come perno difensivo, ma soprattutto dello scarso impiego – col Barcellona gioca 70 partite in tre stagioni -, Yaya nel 2010 firma per quello che sarà il club della sua vita: il Manchester City. Dal settembre del 2008, il club è nelle mani principe emiratino Mansur Al Nahyan, figlio dell’ex presidente degli Emirati Arabi Uniti e personalità piuttosto ambiziosa. Dopo aver portato a casa Robinho per 42 milioni di euro, Mansur aveva sfiorato l’acquisto di Kaká per una cifra a 8 zeri chiudendo, nel biennio precedente all’arrivo di Touré, gli acquisti di Craig Bellamy, de Jong, Wayne Bridge, Santa Cruz, Tévez, Adebayor e del fratello maggiore Kolo Touré, per un esborso complessivo superiore ai 100 milioni di sterline.

“Quando spendi un sacco di soldi per un giocatore, lo metti in condizione di mettersi in gioco. Il problema è come viene percepito il calcio: un giorno sei al top, e vali quei soldi… magari il giorno dopo sei un fallito e non vali due sterline. Ma conta come si lavora, e basta. Sono qui a Manchester per rendere il City grande: conta solo questo, al momento”.

La svolta, però, si materializza quando viene annunciato l’arrivo di Roberto Mancini in panchina. Il tecnico di Jesi, dopo aver condotto il club al quinto posto, nel 2010 cala l’asso: la faraonica seconda campagna acquisti porta in dote David Silva dal Valencia, Aleksandar Kolarov dalla Lazio, Balotelli dall’Inter, Jérôme Boateng dall’Amburgo e Milner dall’Aston Villa.

Come se non bastasse, nel mercato invernale arriva dal  Wolfsburg Edin Džeko, seguito dai maggiori club europei, per circa 35 milioni di euro. In pratica, da anonima squadra di Premier il City diventa una big tra le favorite per la conquista del massimo trofeo continentale. Il 14 maggio 2011, battendo in finale lo Stoke City per 1-0 con un gol proprio di Touré, il club vince la sua quinta FA Cup, ponendo fine a un digiuno di trofei che durava dal 1976.

Nell’estate del 2011, per la felicità del super tifoso Noel Gallagher, arrivano Clichy, Nasri, ma soprattutto Agüero dall’Atletico Madrid. Tutto è pronto per il titolo in Premier che, infatti, a fine stagione viene portato a casa. Per Mancini il giocatore chiave è Yaya, nel frattempo diventato un interno dinamico, tecnico e dotato di ‘licenza di uccidere’ in fase offensiva grazie alle sue progressioni palla al piede e inserimenti da shadow striker. Non è un mistero che lo sviluppo del gioco di Mancini poggiasse su centrocampisti dalla fisicità straripante e dalla capacità d’inserimento negli spazi: Touré in tal senso è perfetto. E i suoi numeri diventano, col passare delle stagioni e dopo i 30 anni, impressionanti. Nel 2013 chiude con 20 reti in Premier League (24 in stagione); terzo marcatore dopo il duo del Liverpool Suarez (31) e Sturridge (21) e sopra i compagni di squadra Aguero e Dzeko (17 e 16). Se nel 2010 il contratto era esorbitante per il pedigree – guadagnava 10 milioni, quarto giocatore più pagato in Europa perché il City non riusciva ad attrarre ancora grandissimi nomi -, il quadriennale al rialzo del 2013 è sacrosanto per uno dei migliori cinque centrocampisti al mondo, ormai ribattezzato Human Train da Harry Redknapp.

Mai soprannome fu più evocativo ed eloquente.

Per i tifosi è l’erede di Patrick Vieira (da cui ha preso il numero, poi invertito al City perché occupato dal francese stesso) che, nella costruzione dell’odierno City, ha avuto un peso ben superiore di quello che abbia lasciato trapelare all’esterno. Per gli africani è con Drogba l’icona di un continente perennemente lasciato indietro: “Molti considerano gli africani ancora come animali, non come esseri umani” – dirà a più riprese Touré. Di certo Yaya è stato un personaggio scomodo per i media, per quel suo modo di porsi piuttosto diretto e, in talune situazioni, estremamente impulsivo – “I don’t want to be hard, and I don’t want to be negative, but I want to be honest” -, che al contrario lo ha reso uomo del popolo, se ce n’è uno. È curioso come sia solito chiedere sinceramente, a chiunque gli chieda una foto o un autografo, come “stia lui e la sua famiglia”. Un particolare bizzarro per uno che non ha sbagliato neanche un rigore tirato in Premier e ha guadagnato cifre da capogiro per molte stagioni.

A differenza del suo idolo Patrick, però, Yaya è riuscito meno di quel che avrebbe voluto a rimanere un’antistar al di fuori del campo. Benché sposato con la moglie Gineba da quasi un decennio, è balzato sulle prime pagine dei tabloid quando il Sun ha pubblicato uno scambio via Whatsapp tra lui e una agenzia di escort di Manchester. Yaya si sarebbe anche salvato in corner – ha affermato che non si sarebbe mai firmato “Yaya-42”, se avesse fatto una cosa del genere – non fosse che una prostituta di origini del Malawi, Sandra Ntonya, pochi giorni dopo ha affermato di avere una relazione sia con lui che col fratello Kolo. Va detto che la moglie Gineba, apparentemente, non ha dato molto peso alla cosa, affermando che la poligamia dell’uomo è qualcosa di accettato nei popoli africani di fede musulmana.

Yaya, tra le altre cose, è il giocatore di fede musulmana più in vista dopo Salah e Mesut Ozil: rifiuta infatti la tradizione inglese dello champagne dopo le partite di campionato, in accordo con le sue convinzioni religiose, ed è spesso ospite dell’amico e presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, talmente appassionato di calcio da istituire come “giorno di festa nazionale” quel lunedì in cui la squadra vinse la Coppa d’Africa. Naturalmente, il maggior punto di riferimento del giocatore rimane il fratello Kolo, con cui condivide diverse attività umanitarie, tra cui un’accesa campagna contro il bracconaggio.

Tutto col destro. Peccato sia nato mancino (8 gol su 21 in quella stagione arrivarono di sinistro).

Quello che è sempre passato inosservato è la sua volontà di applicazione, che ha portato a miglioramenti costanti e inaspettati nel tempo. Basta citare un curioso aneddoto: nel 2012 sbarca in Premier il modesto centrocampista ghanese, naturalizzato norvegese, Alexander Tettey. Yaya ne segue le partite per un preciso motivo, che spiega lo stesso Tettey: “A fine partita mi fece un sacco di domande circa il mio modo di tirare: effettivamente, tiro al volo col collo del piede piegato al massimo verso il basso, in modo che formi un angolo il maggior possibile ottuso con la gamba. La palla così viaggia in linea retta. Quando ha cominciato a farlo anche lui, così dal nulla, ho capito che razza di professionista fosse”.

Dopo gli ultimi due anni, tra gravi incomprensioni con Guardiola – un rapporto che è mutato in una vera e propria guerra fredda – e un ritiro della patente per guida in stato d’ebrezza, la parabola di Yaya Touré a Manchester si è conclusa in modo secco e traumatico. Da qui la scelta di firmare per un vecchio amore: l’Olympiacos. In un certo senso, chiude il cerchio nel posto che lo aveva lanciato qualche anno fa: a 36 anni suonati si è concesso l’ultima avventura in terra greca con un ritorno dalle sfumature omeriche. Dopo aver percorso tutta questa strada, la tappa finale del viaggio è però diversa dalle attese, con una rescissone contrattuale che si materializza nel dicembre del 2018, e poi l’ennesima scelta controcorrente nonostante le insistite voci di ritiro: continua a giocare e lo fa nella seconda divisione cinese, a Qingdao, dove conquista una promozione. Un finale a sorpresa, che testimonia ancora una volta la sua sete di indipendenza senza compromessi e la sua capacità di stupire con scelte spiazzanti, forse alla ricerca di quelle montagne che non si incontrano mai.