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Bergamo, 2020. La squadra della città vola, tifarla è motivo di orgoglio, vederla è piacere per gli occhi. Un vanto per ogni bergamasco che segue anche di striscio il calcio. Le vittorie roboanti, l’avanzata in Champions, la corsa sul quarto posto. Poi arriva il Coronavirus, che ha rotto il giocattolo e ne ha mostrato la sua splendida, accattivante ed elaborata superfluità. Arriva la pandemia.

Termine terribile, spaventoso, che risveglia paure e schizofrenie e in una società attraversata da poderosi mezzi di comunicazione di massa, richiama alla mente una svariata filmografia sul tema. Ma è tutto vero, tangibile. E si scontra con quello che nell’immaginario collettivo è la routine, l’ordinario, la realtà quotidiana. Il lavoro, lo studio, gli amici, i passatempi. E il rito laico del calcio, che diventa progressivamente surreale.

Si gioca, non si gioca, zona rossa e zona arancione, è una banale influenza o forse no. Partono le ordinanze, i provvedimenti, fino ai decreti #iorestoacasa e al lockdown dell’11 marzo. Ma il governo del pallone, che volente o nolente deve gestire una produzione a ciclo continuo dello spettacolo, è fino allo stop definitivo titubante, oltre che impreparato. Mentre il governo degli uomini, che volente o nolente sa che quando si parla di calcio si parla di una delle principali industrie del paese e d’Europa, non si scopre e procede per gradi fino all’escalation della chiusura.

Juventus – Inter a porte chiuse (foto di Valerio Pennicino/Getty Images )

Il passo più deciso lo fa, seppur già pericolosamente in ritardo, la Lega Nazionale Dilettanti: in seguito al primo decreto del governo contro l’emergenza, il 5 marzo blocca tutto e i suoi comitati regionali sconsigliano caldamente anche lo svolgimento delle sedute di allenamento delle squadre, per quanto il testo emanato dal il giorno precedente permettesse ancora gare a porte chiuse con monitoraggio sulla salute degli atleti. In fondo, il business per la LND non sta nella disputa delle partite, ed è molto più problematico garantire le prescrizioni necessarie per giocare che chiudere tutto. Il 30 giugno, deadline dei campionati dilettantistici, è ancora lontano, meglio stare fermi.

Intanto a cavallo del decreto la Serie B ha giocato regolarmente, e sarà “solo” disposta la disputa a porte chiuse delle gare tra il 7 e il 9 marzo, con buona pace in particolare di chi aspettava da mesi il derby Pisa-Livorno (1-0 Lisi, ndr). In Serie A invece la 26° giornata si spezza su due weekend, quello del 1° marzo e quello dell’8, perché dopo i rinvii della giornata precedente si gioca solo a Napoli, Cagliari, Roma e Lecce (tutte a porte aperte), mentre le altre gare saranno recuperate l’8 e 9 marzo a porte chiuse, derby d’Italia compreso sul quale per giorni sono infuriate polemiche tra Inter, Juventus e Lega Serie A. A provare a smuovere l’inerzia, nella data della Giornata Internazionale della Donna sembra volerci pensare l’Assocalciatori, pronta ad entrare in sciopero persino con cinque gare in svolgimento, salvo poi scoprire che solo di bozza si parlava e forse nemmeno il presidente Tommasi ci credeva troppo.

Si traccheggia, non si sa quando recuperare le partite, il calendario è ingolfato da troppi impegni, a giugno c’è l’Europeo e ci sono in ballo fior di quattrini. La Lega Serie A sembra voler giocare a tutti i costi, persino nel clima surreale degli stadi deserti. Il pallone rotola sempre veloce, fermarlo è un’opzione indesiderata, e si prova in tutti i modi a far continuare la produzione di spettacolo. Nel frattempo, nella sola provincia di Bergamo, si sfiorano i duemila casi di contagio, destinati a salire nei giorni successivi.

Il nodo gordiano è tagliato con il decreto 9 marzo, quando il governo Conte II estende la zona rossa a tutto il paese bloccando anche la Serie A, a poche ore dal semplice e rassicurante messaggio che Ciccio Caputo, da un Mapei Stadium deserto, manda via etere a tutta l’Italia calciofila dopo il suo primo gol contro il Brescia (3-0 Caputo, Caputo, Boga, ndr). Ultima postilla: le competizioni internazionali sono ancora permesse, dato che la Uefa non decide e ora c’è la settimana di coppe europee. E allora, da Bergamo, l’Atalanta riparte in volo verso Valencia.

Caputo dopo il gol del vantaggio contro il Brescia (foto sassuolocalcio.it)

Già, riparte in volo. Perché già, è difficile fermare le macchine a ciclo continuo. Tra le quattro partite giocate nel weekend del primo marzo c’è proprio quella dell’Atalanta. La Dea il 1° marzo va a Lecce con tanto di tifosi al seguito, per disputare il match della 26esima giornata di Serie A nella quale si impone con un sonoro 2-7. Giusto sette giorni prima il suo match casalingo contro il Sassuolo era tra le cinque gare rinviate a causa del focolaio di Covid-19, in piena espansione Nord Italia. Da una gara rinviata ad una a porte aperte in Puglia, subito individuata come causa di nuovi contagi a Lecce in un clima pericolosamente oscillante verso cacce agli untori. Finendo il tutto con la trasferta, stavolta a porte chiuse, di Valencia.

Il surreale diventa ordinario, ciò che era magnifico diventa insignificante. La squadra di Bergamo il 10 marzo trionfa 3-4 con un poker di Ilicic, e si guadagna l’accesso ai quarti di finale già ipotecato con il 4-1 dell’andata. L’ennesima impresa del Papu Gomez e compagni seduti tra le prime otto squadre d’Europa, probabilmente si perderà in calce ad una Champions League sospesa sine die causa pandemia, sempre che Ceferin una mattina non si svegli tirando fuori qualche colpo di genio. Al momento, tutto è sospeso. L’Atalanta ora è solo, tristemente, l’ultima italiana ad avere disputato una gara europea.

E Josip Ilicic, entrato nella ristretta cerchia dei calciatori capaci di segnare quattro reti in un match di Champions League (è il terzo che ci riesce nella fase a eliminazione, dopo Lionel Messi e Mario Gomez), offre il suo spettacolo ad una platea deserta, fatta eccezione per pochi steward e la statua di Vicente Navarro, storico tifoso valenciano. Quattro gol e nessuno a vederti dal vivo. Alla fine non si terrà nemmeno pallone del poker del Mestalla, suo di diritto per antica tradizione, perché lo donerà all’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, prima linea della guerra al virus nella provincia più colpita d’Italia. Non vale niente, ma vale molto.

Magari è un po’ di gioia nell’assedio, quella donata con la vittoria in terra iberica dai nerazzurri al loro popolo, un mese fa capace di muovere 50mila persone per assistere alla gara di andata a Milano, nel primo ottavo di Champions ospitato dal Meazza dopo lungo tempo. O forse è solo miseramente inutile, superfluo, per una città che è bersaglio numero uno di un nemico invisibile. Ma ci vogliono buonsenso e pietas, cose che gli uomini e le donne di questo mondo avrebbero innate ma troppo spesso si dimenticano di come si usano. Qualcuno avrà sorriso per quel pallone regalato del 72 sloveno e non dovrà esser schernito, e non sarà il tifoso atalantino ad aver dissacrato la gravità del momento con la sua esultanza per quella partita, gara forse ormai inutile persino per lui, per la sua fede, per i suoi riti.atalanta bergamo ilicic

Riti di fede laica che, con buonsenso, nella Bergamo in quarantena non vengono espletati. I sostenitori della Dea se ne restano diligentemente a casa la sera del trionfo europeo, senza esplodere di gioia nelle strade, forse spaventati, forse rispettosi dell’appello della stessa società atalantina e delle norme dettate nelle varie decretazioni d’urgenza, forse con ben altri grilli per la testa, o solo lungimiranti in quanto consci della situazione.

Lungimiranza che a Bergamo è mancata invece all’allenatore artefice del miracolo sportivo, Gian Piero Gasperini, lasciatosi andare in discutibili affermazioni sulla sospensione dei campionati o sull’impatto del virus sul Centro-sud rispetto alla Lombardia. Eppure sarebbe bastato seguire l’indicazione tracciata da Jurgen Klopp, che a domande sul tema rimarcava come non fosse importante l’opinione di un allenatore di calcio su questioni così serie.

Lungimiranza che sempre a Bergamo pare esser mancata anche negli uffici della pubblica sicurezza, dove ora più che mai il garantire il rispetto dei provvedimenti dell’Autorità è priorità assoluta, per la salute (letteralmente) del paese . Le ammende penali fioccano per chi è fuori dal domicilio senza giustificato motivo, eppur qualcuno nella bergamasca è comunque dovuto uscire di casa: i “diffidati” della Curva Nord, ovvero quei tifosi sottoposti a DASPO e obbligo di firma. Come riportato da Il Foglio, queste persone si sono dovute presentare alla questura di riferimento (alcuni una volta, alcuni tre volte, a inizio e fine gara e durante l’intervallo) per adempiere all’obbligo di presentazione, al fine di dimostrare la loro non presenza allo stadio.

Peccato che Valencia – Atalanta fosse appunto a porte chiuse, e che oltretutto i tifosi già preso i rimborsi dei biglietti per donare più materialmente 60mila euro al “Giovanni XXIII“. Insomma, nessuno poteva essere a Valencia (irraggiungibile via aereo) e tutti sarebbero dovuti stare a casa, per il loro bene e per quello di chi gli sta intorno. E invece la persistente voragine legale dei DASPO ha colpito ancora Bergamo e i suoi tifosi, tra mancate ordinanze di sospensione/revoca dei giudici e mancate attivazioni della questura, imponendo la violazione della ratio del decreto #iorestoacasa per il rispetto delle misure di custodia cautelare.

Un caso tra tanti di “dimenticanza”, in un paese sull’orlo dell’abisso che dove le persone stanno in equilibrio precario tra l’incubo e la follia, mentre dall’11 marzo si è proclamato il lockdown. Tutto chiuso, tranne gli stabilimenti produttivi e i servizi essenziali. Tutti in casa, tranne chi deve lavorare. E il surreale rischia sempre più di diventare ordinario.