Alexander-Arnold e Andy Robertson, non chiamateli terzini

7 min read

38 vittorie, 3 pareggi e 7 sconfitte: quello che Jurgen Klopp e il Liverpool sono riusciti a costruire è un vero e proprio capolavoro, specie se si pensa che 4 delle 7 sconfitte sono arrivate nelle ultime 6 partite. Una macchina (quasi) perfetta progettata con pazienza, criterio, logica e programmazione ben precisi, che in poco più di due anni è salita prima sul tetto d’Europa e poi del mondo e la cui ombra si sta allungando sempre più su quel trofeo che sulla sponda rossa di Liverpool manca esattamente da 30 anni: la Premier League. Alla base di questo capolavoro, tra gli altri ingredienti, c’è anche un pizzico di geometria:

“Si dicono parallele due rette X e Y che, pur essendo sullo stesso piano, non si incontrano mai ma che, allo stesso tempo, non si allontanano nemmeno”

L’istrionico tecnico tedesco ha preso X e Y, le ha rinominate Trent Alexander-Arnold e Andrew Robertson e le ha messe a una cinquantina di metri l’una dall’altra, chiedendo loro di macinare chilometri su e giù per Anfield e di dominare le corsie laterali. La maggior parte delle squadre di calcio ha il proprio motore nel cuore del centrocampo e nei piedi di un centrocampista che ha il dovere di impostare trame di gioco che porteranno i compagni del reparto avanzato a concludere l’azione. L’impronta che Klopp ha dato al Borussia Dortmund prima e al Liverpool poi è leggermente diversa, col pallone che si sposta il prima possibile sulle fasce, dove i terzini trovano di fronte a sé praterie liberate dai movimenti senza palla dei compagni di squadra, nelle quali hanno il compito di affondare i colpi decisivi agli avversari, al termine di imponenti sgroppate che potrebbero tranquillamente essere accompagnate da una Cavalcata delle Valchirie di Wagner in sottofondo.

Restando in ambito musicale, l’idea di calcio di Klopp può essere invece accostata al Volo del calabrone di Rimskij-Korsakov, colonna sonora di uno sciame di passaggi, sprint, cross e tiri in porta che pungono insistentemente le difese avversarie fino allo sfinimento. Una sorta di caos ordinato che in realtà potrebbe anche ricordare un brano heavy-metal, senza la necessità di scomodare i grandi classici e con buona pace dei Beatles, padroni di casa nel Merseyside. Gegenpressing ed eleganza, abbinamento di uno strano cocktail che ha tra gli altri ingredienti intensità, agonismo e velocità di pensiero. Il Liverpool attacca per 90 minuti a partita e subisce così poco proprio perché si difende attaccando.

In questo contesto straordinario per maturità e applicazione, Alexander-Arnold e Robertson sono i pezzi fondamentali per far sì che il puzzle prenda forma. Due meccanismi essenziali al funzionamento della locomotiva che sta battendo un record dopo l’altro e che viaggia, appunto, su un paio di rette parallele come binari. Due rette parallele che non si incontrano mai, ma che comunicano tramite sventagliate chirurgiche di 50/60 metri. Due terzini che in realtà sono contemporaneamente ali. Due terzini fuori dall’ordinario che la scorsa stagione hanno confezionato assieme 23 assist, record per una coppia di difensori. Due terzini che stanno ridefinendo la concezione del loro ruolo. Giusto per intenderci: in quante squadre i calci d’angolo e le punizioni vengono calciate dai due terzini?

TRENT ALEXANDER-ARNOLD

“I’m just a normal lad from Liverpool whose dream has just come true.”

Probabilmente ci si aspetterebbe una dichiarazione leggermente diversa da parte di un ventunenne che ha appena vinto uno dei trofei più importanti del mondo del calcio. Quella coppa che tanti campioni hanno sognato e rincorso per un’intera carriera senza mai riuscire a raggiungerla. Ci si aspetterebbe confusione, frastornamento, incredulità. Invece Trent Alexander-Arnold dimostra calma, maturità e lucidità, nonostante gli occhi lucidi facciano trasparire la felicità e la soddisfazione nell’alzare al cielo la Champions League vestendo la maglia della squadra per cui ha sempre fatto il tifo.

Il #66 dei Reds è nato e cresciuto a Liverpool, è entrato a far parte dell’Academy a soli 6 anni ed ha esordito in prima squadra a 18, quando il laboratorio di Klopp era ancora un cantiere a cielo aperto. E non tutti si sono resi subito conto di essere di fronte a qualcosa di rivoluzionario, il prototipo di una nuova generazione di terzini. Anzi, probabilmente qualcuno si sarà chiesto cosa ci facesse un trequartista come quarto di difesa.

Alexander-Arnold in effetti nasce come centrocampista e il suo destro è il biglietto da visita che lo certifica. Klopp non ha fatto altro che intravederne il potenziale, rimodellare e mescolare le sue capacità tecniche e la sua facilità di corsa come si fa con un pezzo di pongo e metterlo a presidiare la corsia di destra. Il dato che senza ombra di dubbio lascia più basiti è quello riferito al numero di assist. Nella scorsa stagione Alexander-Arnold ne ha confezionati 11, mentre in quella attuale il pallottoliere è già a quota 13. Una delle spiegazioni che si possono provare a dare a questi numeri è nascosta in una delle sfumature dei fondamentali del gioco di Klopp, ossia quella di riempire con più uomini possibili l’area avversaria e tempestarla di cross “particolari”.

Perché particolari? I traversoni dei terzini del Liverpool non partono mai né dal fondo né in prossimità della linea laterale, bensì da una posizione intermedia sulla trequarti di campo. Da questa posizione possono disegnare una traiettoria tagliata, mettendo il pallone dietro ad una linea difensiva costretta a correre pericolosamente verso la propria porta. Allo stesso tempo, gli attaccanti – che non sono esattamente dei pivot – possono giocare sul tempo d’inserimento e farsi trovare pronti alle spalle dei difensori. E se per caso il cross non va a buon fine, attraversando inerme tutta l’area di rigore, nessun problema: sul lato opposto c’è l’altro terzino già pronto a rigettare il pallone nella mischia.

Trent Alexander-Arnold è la fusione perfetta tra doti tecniche e fisiche: è rapido e veloce – sia nel breve che sul lungo – e il suo destro non ha nulla da invidiare a quello dei migliori centrocampisti d’Europa. I suoi movimenti e il suo modo di colpire il pallone sono eleganti ed estremamente efficaci. Non a caso è lui l’incaricato a calciare la maggior parte dei calci da fermo, anche in prossimità dell’area di rigore avversaria. Risultato? Assist come questi – dai quali spesso Van Dijk trae benefici – e gol come questo.

Ammirandolo in campo è quasi impensabile che abbia solo 21 anni: è attento e concentrato, calmo e sicuro. Sembra che sia sempre in controllo sia di sé che del gioco attorno a lui. Un altro suo punto forte, che rientra perfettamente all’interno del bagaglio delle caratteristiche quantomeno inusuali per un terzino, è una visione di gioco da trequartista, mescolata ad una capacità di lettura impressionante anche in fase difensiva. Legge facilmente in anticipo la giocata del suo avversario diretto e difende in velocità rubandogli il tempo e sbarrandogli la strada. Un po’ come una mossa in una partita a scacchi, la sua grande passione oltre al calcio.

Il lampo di genio con cui TAA regala la Champions 2018/19 al Liverpool.

Se proprio dobbiamo trovare un difetto ad Alexander-Arnold, si può dire che è ancora molto leggero nei contrasti, un particolare che balza molto all’occhio in un campionato come quello inglese. Finisce molto di rado sul taccuini degli arbitri, un po’ perché quando decide di entrare è elegante e preciso come quando ha il pallone tra e piedi, un po’ perché non è quasi mai irruento e spesso decide di non entrare in tackle se non è sicuro di prendere il pallone. Ma poi ci si ferma un attimo e si pensa che davanti agli occhi si ha un ragazzo poco più che ventenne che ha già vinto una Champions, che con ogni probabilità – incrocino le dita gli Scouser – riuscirà a portare a casa la tanto agognata Premier League, che in meno di due stagioni ha già messo da parte 24 assist e che quando scende in campo dà sempre tutto per la maglia che ama fin da bambino e viene facile perdonargli qualsiasi errore, senza però commettere lo sbaglio di credere sia già arrivato. D’altronde non è altro che un normale ragazzo di Liverpool il cui sogno è appena diventato realtà.

ANDREW ROBERTSON

“Life at this age is rubbish with no money. #needajob.”

Agosto 2012. Il diciottenne Andrew Robertson sfoga così la sua frustrazione su Twitter, dopo essere stato scartato dal Celtic – da sempre sua squadra del cuore – perché “troppo esile”. Ora gioca per il Queens’s Park (III Division) e il sogno di diventare calciatore sembra essersi definitivamente frantumato in milioni di pezzi, come accade a una marea di ragazzi che ogni anno giungono alla soglia del professionismo ma che al momento del salto definitivo si trovano la strada sbarrata. Robertson è sul punto di mollare, ma continua ad alimentare la flebile speranza del professionismo, nonostante sia costretto a guardare in faccia a una realtà che gli impone la necessità di iniziare a cercarsi un lavoro “vero”. Quella fiammella, però, Robertson non la spegne mai. Continua ad allenarsi senza mai abbandonare definitivamente il proprio sogno e tutti i suoi sacrifici vengono ripagati quando l’anno seguente riceve la chiamata del Dundee United.

Andrew non si accontenta e non rallenta la sua corsa nemmeno dopo aver vinto il premio come miglior giovane della Scottish Premier League 2013. La chiamata questa volta arriva dalla Premier inglese e “Robbo” risponde presente. Cambia campionato ma non colori sociali, passando dall’arancio del Dundee United a quello dell’Hull City. La prima stagione è disastrosa e si conclude con la retrocessione in Premiership. Ma come ha già dimostrato in precedenza Robertson non è uno che molla facilmente e, nonostante le numerose proposte di squadre che lo vorrebbero ancora in Premier, retrocede con l’Hull promettendo un’immediata promozione. Detto fatto: le Tigers tornano in prima divisione, anche se per un solo anno. Questa volta, però, arriva la chiamata della vita e si trasferisce a Nord, nel Merseyside.

In soli 4 anni Robertson è passato dai campi di periferia del dilettantismo scozzese alla Champions League. Un’ascesa vertiginosa condita dalla fascia da capitano della Nazionale scozzese. Andy ha preso la rincorsa e ha iniziato a correre a testa bassa e non ha intenzione di fermarsi. Robertson è sicuramente più difensore di Alexander-Arnold e nel suo repertorio spiccano diagonali profondissime e chiusure in extremis. Inoltre ha un carattere fumantino – tipico di chi cresce tra le nebbie scozzesi – che gli fa cercare molto spesso il contrasto con l’avversario, anche quando probabilmente non ce n’è motivo, quasi come se sentisse il bisogno di continue scariche di adrenalina per restare sempre al massimo della concentrazione.

Per tutto il resto, Robertson è la copia esatta – ma speculare – di Alexander-Arnold, e proprio come il suo collega ha grandi doti atletiche oltre ad un mancino che gli permette di disegnare parabole che solitamente un terzino riesce a malapena ad abbozzare. Quando viene puntato si ingobbisce e fissa il pallone sbarrando gli occhi per poi battere l’avversario in rapidità o con un tackle irruento ma allo stesso tempo  pulito. Spesso, però, tutto questo non serve perché “Robbo” riesce a leggere con largo anticipo le giocate degli avversari e sistemarsi esattamente in una posizione che gli permette di intercettare il passaggio e ripartire, sempre ingobbito e al massimo della sua velocità, isolato dal mondo esterno e concentrato solo su se stesso e sulla prossima mossa. A testa bassa, proprio come quando qualche anno fa decise di non ascoltare chi gli suggeriva di smettere col calcio ed ha continuato a soffiare su quella fiamma che pian piano stava per spegnersi. Andrew Robertson non ha mai smesso di scommettere su se stesso e quella fiammella, nel frattempo, è diventata un incendio.

Risulta veramente difficile credere che questi due di mestiere facciano i terzini, ma probabilmente dobbiamo – piacevolmente – rassegnarci all’idea di dover ridimensionare la nostra concezione del ruolo. Trent Alexander-Arnold e Andy Robertson sono sia terzini che ali, tant’è che in certi frangenti delle partite del Liverpool sembra che quelli con la maglia rossa siano in 13 anziché in 11. Inoltre è insolito notare come un terzino raccolga – o finalizzi – un traversone partito dal collega sul lato opposto. Ma il Luna Park di Mister Klopp è un luogo magico in cui equilibrio, ritmo e divertimento si incontrano per regalare emozioni ai tifosi, e quelle due instancabili rette parallele oggi sono senza ombra di dubbio l’attrazione principale.