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Il 21 ottobre 1997 Christian Vieri ha già segnato 58 dei 235 gol totali in carriera, viene da una tripletta in Liga contro il Saragozza segnata la domenica precedente e da una striscia di quattro gare di fila a segno. Appena due giorni dopo, appunto, l’Atlético Madrid ospita il Paok Salonicco per l’andata del secondo turno di Coppa UEFA dopo aver superato il Leicester, proprio in quell’occasione il centravanti azzurro mette a referto la sua prima rete con i Colchoneros. Dopo le prime tre gare a vuoto, Bobo sembra aver trovato il feeling con la porta avversaria anche in Spagna e scommette su se stesso tra il serio e il faceto con Paulo Futre, suo grande amico nel periodo spagnolo e prediletto del presidente Jesùs Gil; in caso di un’altra tripletta, come premio arriverà una Ferrari 550 Maranello. Il presidente accetta e il resto è storia con la terza rete che è la più iconica e forse anche la più bella del bomber di origini australiane: lancio rasoterra in profondità di Kiko Narvaéz da dietro la linea di centrocampo, Vieri lascia scorrere il pallone, che viaggia molto veloce e supera Michopoulos in uscita e, da un angolo umanamente impossibile, esattamente dalla linea di fondo, insacca con una morbida conclusione a giro senza neanche guardare la porta.

 

Instant classic.

Quel gesto tecnico fa il giro del mondo: è la notte che cambia il curriculum calcistico di Vieri, quella che lo colloca sulla cartina mondiale come uno dei centravanti più forti della sua epoca e del calcio italiano, la notte che gli fa guadagnare la maglia della Nazionale di Cesare Maldini ai Mondiali ‘98 (una settimana dopo la tripletta europea segnò la rete nello spareggio contro la Russia) e lo fa finire sulla copertina di FIFA 99, come icona pop del momento ben prima delle veline e delle bomberate. Quella Ferrari 550, però, non verrà mai ritirata perché Bobo nella stagione successiva cederà alla competitività e ai soldi dell’Italia accettando la corte della Lazio di Cragnotti, che s’innamora di lui in occasione delle semifinali di UEFA tra biancocelesti e rojiblancos, vinte dalla squadra romana che poi darà vita a una finale-derby contro l’Inter; è un gesto per chiedere scusa a Gil, un uomo che gli ha voluto davvero bene, come riportato nella sua biografia Chiamatemi bomber.

La consacrazione pop.

L’unica annata di Bobo a Madrid diventa materiale mitologico, con 24 reti in 24 match di Liga che gli valgono il titolo di Pichichi, unico italiano nella storia a vincerlo; nonostante ciò, i Colchoneros non vanno oltre il settimo posto finale. Quello in cui arriva Vieri nell’estate del 1997 è un Atlético che ha da poco perso l’uomo chiave della squadra campione di Spagna del ‘96, lo stesso che da allenatore 18 anni dopo riporterà la Liga sulla riva biancorossa del Manzanarre: Diego Pablo Simeone. Il Cholo, dopo l’esperienza di due anni a Pisa, torna in Italia nella nuova Inter di Massimo Moratti. L’Atléti è ancora allenato dal serbo Radomir Antic, il tecnico che ha riportato il titolo al Calderòn dopo 19 anni, ma risente l’assenza della sua anima e conclude al quinto posto il campionato; Gil non bada a spese per provare a riportare in alto la sua creatura e pesca in Regno Unito e in Italia per i suoi due migliori colpi: dal West Ham arriva gratuitamente l’ala ex enfant-prodige del calcio portoghese Paulo Futre, mentre dalla Juventus proprio Vieri. Il tira e molla tra l’attaccante e la società torinese sarà una delle migliori soap opera di quell’estate. Le sette reti nella sua prima stagione completa in Serie A con l’Atalanta gli valgono le attenzioni della Juventus neo-campione d’Europa che ha perso i trascinatori della cavalcata europea, Ravanelli e Vialli; insieme a Bobo per il reparto offensivo arrivano Nick Amoruso dal Padova, Boksic dalla Lazio e un francese di belle speranze dal Bordeaux: Zinedine Zidane. A completare, Del Piero. In uno dei migliori cicli europei della Juventus, Vieri mette a segno quattordici reti (quattro in Champions League e una in Supercoppa europea) e contribuisce alla seconda finale di fila in Champions oltre allo scudetto, la Supercoppa Europea e la Coppa Intercontinentale decisa da Pinturicchio.

Un gran palmarès per una riserva che in una situazione normale verrebbe riconfermato con questi numeri, ma all’alba del 1997 il rapporto tra lui e Marcello Lippi fa segnare i primi scricchiolii; il 12 gennaio Bobo entra al 24’ contro l’Atalanta al posto di Boksic, ma dopo appena 21 minuti viene a sua volta sostituito con Amoruso. L’allenatore toscano, intervistato da Paolo Condò per il programma Condò Confidential, ha confessato la dinamica: «Un bravissimo ragazzo e un grande professionista, il primo ad arrivare al campo e l’ultimo ad andarsene, come si suol dire. In quella partita non ero contento di come stava giocando, mi arrabbiai un po’ e mi accusò di avercela sempre con lui. Dopo quel gesto lì disse qualche parola e allora io gli andai di faccia e quasi ci prendemmo, ma come sempre succede c’è qualcuno che ti ferma; menomale perché lui era bello grosso». Si va così verso le fasi finali della stagione 1996-97 e già in primavera si sussurra delle prime offerte per Vieri di 30 miliardi alle quali il centravanti a fine giugno risponderà con la spontaneità che ha sempre contraddistinto il suo personaggio:

«L’Atlético offre 34 miliardi per me? A quelle cifre mi venderei di corsa. Fossi nella Juve, per tutti quei soldi andrei a Madrid a piedi.»

Per poi ritrattare dicendo che fosse solo una battuta, ma la trattativa era in stato più che avanzato in quel periodo e il 3 luglio diviene ufficiale, nonostante il negazionismo del ds Luciano Moggi che nelle settimane precedenti arrivò a paragonare Bobo all’attrice Brigitte Nielsen, ex moglie di Sylvester Stallone molto in vista in quegli anni, dichiarando la sua incedibilità in una conversazione con l’Avvocato Agnelli. Vinsero tutti: Vieri firmò un contratto quinquennale a 15 miliardi di lire all’anno, Antic ottenne il desiderato attaccante arrivando a dire un frase surreale ma significativa – «Vieri morto è più bravo di qualunque altro attaccante vivo» – la Juventus incassò 34 miliardi e li reinvestì in parte per prelevare Fonseca dalla Roma e Filippo Inzaghi dall’Atalanta. La terza e ultima stagione di Antic alla guida dei Colchoneros parte col botto così come l’avventura di Bobo; il calendario si diverte a piazzare nella prima giornata il derby al Bernabéu, che termina 1-1.

L’allenatore serbo decide di affidarsi ad un 4-4-2 “a diamante” che funzionerà da base tattica per tutta l’annata. Juninho Paulista è il vertice alto del centrocampo che agisce dietro Vieri e Kiko. El Arquero Kiko è stato uno degli attaccanti simbolo della Spagna anni ‘90 che all’inizio del decennio vide fiorire una delle migliori generazioni della propria storia: la selezione olimpica vinse l’oro ai Giochi di Barcellona ‘92 e di quell’Under 23, oltre a Kiko che segnò una doppietta in finale, fecero parte Canizares, Guardiola e Luis Enrique. Un ragazzo visceralmente legato all’Atlético Madrid, tanto da decidere di rimanere anche nel 2000, l’anno della dolorosa retrocessione in Segunda, dopo essere stato protagonista del titolo del ’96. Lo stretto rapporto con Kiko aiutò molto Vieri nell’ambientamento a Madrid sia dentro che fuori dal campo, come rivelato in un estratto dell’epoca all’emittente spagnola Movistar+: «Kiko è come un napoletano in Italia, è simpatico e allegro quindi ci vado d’accordo. Il bello è che quando io gioco non ascolto, però c’è Kiko che fischia in campo quindi quando gioco con lui so sempre dov’è. Io non lo guardo però lui fischia e so esattamente dov’è». L’esempio più limpido di questo strano rapporto risale a quel famoso 21 ottobre: dopo il suo gol-icona Vieri viene pescato in profondità da Juninho sulla sinistra, taglia alle spalle dei difensori, sente un fischio e con un no-look serve Kiko che s’inserisce nello spazio libero e colpisce indisturbato per il 5-2.

 

Quattro punti nelle prime tre partite di Liga per i Colchoneros denunciano una certa discontinuità che li accompagnerà per tutta l’annata; le maggiori soddisfazioni arriveranno dalla UEFA dove si spingeranno a un passo dalla finale. Si tratta ancora della vecchia edizione della rassegna, quella che prevede due turni di andata e ritorno prima degli ottavi di finale; proprio nella gara d’andata dei trentaduesimi contro il Leicester, Bobo si sblocca e segna la prima delle cinque reti che gli faranno chiudere al terzo posto della classifica cannonieri, una in meno del suo futuro compagno di reparto Ronaldo che trascina l’Inter alla conquista del trofeo. Un Leicester ben lontano da quello di Claudio Ranieri che trionferà in Premier League 20 anni dopo e incrocerà proprio i rojiblancos ai quarti di finale nel suo primo cammino in Champions League, con la banda di Simeone che ne metterà fine ai sogni, ancora una volta. Le Foxes del ’97 sono allenate dalla «volpe» irlandese Martin O’Neill e il giocatore più rappresentativo è l’attaccante della nazionale inglese Heskey che ha deciso la Coppa di Lega con una rete ai supplementari nel replay della finale contro il Middlesbrough. È una squadra omogenea, che staziona a metà classifica in Premier League ma come qualità dei giocatori sicuramente inferiore alla banda di Antic che passa con un complessivo 4-1: Vieri segna il rigore decisivo al Calderòn dopo che Ian Marshall e Juninho avevano firmato l’1-1.

Ma la prima rete su azione, che poi si trasforma in una doppietta, arriva il 28 settembre alla quarta giornata di campionato contro il Celta Vigo, in un 3-3 spettacolare in cui i Colchoneros vanno sotto di due per poi rimontare e farsi agguantare a un minuto dal fischio finale; una palla dal fondo che il centravanti incorna di testa sovrastando con forza due difensori e lasciando di sasso Dutruel: uno dei colpi migliori nel suo vasto repertorio da centravanti. Il primo segnale che da attaccante sgraziato si sta trasformando in uno dei più letali e completi al mondo a cavallo tra gli anni 90 e 2000, e che vedrà la sua versione più compiuta all’Inter. La doppietta che lo sblocca mentalmente e dà il via alla clamorosa striscia di undici gol in sei match consecutivi tra Liga e UEFA, chiusa al Benito Villamarìn contro il Betis; in mezzo le due triplette di fila in quattro giorni citate all’inizio, che lo ergono a nuovo prototipo del ruolo sia in terra iberica che in Italia. È in uno stato di grazia stupefacente e segna in tutti i modi, facilitato anche dalla tendenza al gioco verticale di Antic: di destro, sinistro, testa, in ripartenza, a giro sul palo lontano. Uno strapotere fisico e tecnico che ai difensori della Liga fa rivivere l’incubo del Fenomeno in maglia blaugrana dopo qualche mese dal suo addio direzione Milano.

 

Strapotere fisico.

Caratteristiche tecniche che ben conosce Cesare Maldini, il primo e forse unico uomo nel calcio che ha trattato Vieri come un figlio allevandolo fin dall’Under 21 dove mette a segno un gol ogni due partite; c’è anche lui nella selezione che vince gli Europei del ‘94 anche se con un ruolo marginale. Dopo il terzo oro consecutivo e dieci anni di Under 21, Maldini viene promosso in Nazionale maggiore con il compito di portare gli Azzurri al Mondiale in Francia; l’era Sacchi finisce male con l’eliminazione ai gironi di Euro ‘96 con lo scontro diretto perso con la Repubblica Ceca di un giovane ma già letale Pavel Nedved. La Federazione pensa di ripartire da una soluzione interna ma razionale: chi meglio di Maldini che ha visto crescere la generazione d’oro che ora si ritrova a guidare nella selezione maggiore? Mai si era vista probabilmente una tale quantità di talento concentrata nello stesso periodo nella storia dell’Italia. Il cammino delle qualificazioni mondiali è quasi perfetto con cinque vittorie e tre pareggi, ma non permette di accedere direttamente alla fase finale perché l’Inghilterra ci stacca per un punto: il secondo posto nel girone costringe allo spareggio contro la Russia.

L’esordio di Vieri avviene nella gara contro la Moldavia, partendo titolare al fianco di Zola, ci mette 50 minuti a gonfiare la rete di sinistro su assist di Dino Baggio dopo il classico scatto ad attaccare la profondità. Esattamente sette mesi dopo gli Azzurri scendono in campo a Mosca, un campo innevato, quasi ingiocabile, e una serata che passerà alla storia per l’esordio di Buffon entrato alla mezz’ora al posto dell’infortunato Pagliuca. Il ct azzurro per contrastare il 3-5-2 di Boris Ignatjev parte con un 5-3-2 che in fase offensiva si trasforma in un 3-4-2-1 con Pessotto e Maldini ad alzarsi sulla linea di centrocampo e Di Matteo in appoggio al tandem Ravanelli-Vieri. È una partita a suo modo epica, in cui nevica copiosamente, c’è da soffrire e accade tutto in due minuti all’inizio del secondo tempo: al 49’ Bobo colpisce di sinistro in un fazzoletto di fango con una grande rapidità d’esecuzione, mentre due minuti dopo a segnare per la prima volta a Buffon in azzurro sarà il suo capitano del 2006: autogol di Cannavaro. L’1-1 rimanda tutto al ritorno al San Paolo, dove Vieri sarà assente e a decidere la qualificazione sarà proprio il suo sostituto, Casiraghi.

 

Non solo potenza e corsa: freddezza e grande rapidità d’esecuzione.

Nel Mondiale ‘98, però, Vieri sarà il protagonista assoluto segnando cinque reti di fila, dalla partita inaugurale contro il Cile agli ottavi con la Norvegia: rete figlia di una conduzione palla selvaggia e diagonale col piede debole per poi festeggiare con una delle esultanze più iconiche degli anni ‘90: faccia a faccia con Del Piero, seduti e a braccia conserte. Quattro anni dopo in Corea e Giappone, Vieri segna altri quattro gol che lo collocano in testa ai top scorer della Nazionale ai Mondiali insieme a Paolo Rossi e Roberto Baggio; una vera e propria storia d’amore quella con l’Italia, un feeling manifestato più volte nell’arco della propria carriera.

L’avventura all’Atlético è ricca di soddisfazioni ma anche di problemi muscolari che gli fanno saltare 18 delle 50 gare giocate in quella stagione dai Colchoneros; un aneddoto svelato da Kiko è quello che vedeva Vieri approfittare di questi disturbi muscolari per tornare in Italia a curarsi, il richiamo della madre patria era forte e questo creò i primi disguidi con il presidente. Bobo è ed è stato un personaggio carismatico, un lato che inizialmente piaceva molto a Gil perché si rivedeva in lui ma a lungo andare un altro suo lato, quello da guascone, ha finito per deteriorare il rapporto professionale anche se il giocatore è sempre riconoscente nei confronti del suo ex presidente. Il livello della Liga alla fine del secolo scorso non è quello che conosciamo oggi, drasticamente alzatosi; uno come Vieri si poteva permettere di allenarsi poco e segnare una rete a partita come ha scherzosamente ricordato a 105 Mi Casa l’estate scorsa: «Ho giocato in Spagna e ho vinto la classifica cannonieri, sai quante volte mi sono allenato? Due volte, ero spesso in discoteca o sul lettino; in quel periodo era più facile all’estero».

Dopo due mesi di digiuno, torna a bucare la rete alla prima partita del ‘98 contro il Racing, poi tra fine gennaio e inizio marzo migliora la sua striscia positiva di match in gol arrivando a sei tra i quali l’1-0 all’Aston Villa decisivo per il passaggio in semifinale di UEFA. Il 21 marzo Vieri celebra l’inizio della primavera con un poker in casa del Salamanca, ma nonostante ciò l’Atlético perde 5-4 e lui al rientro dal terreno di gioco spacca lo spogliatoio per rabbia, con Gil che dovette pagare i danni. È la goccia che fa traboccare il vaso, complici le pressioni del numero nove per tornare in Serie A, e che fa accettare al presidente la proposta di Cragnotti: 50 miliardi di lire per il cartellino; operazione spinta anche da Arrigo Sacchi che prese il posto di Antic sulla panchina colchonera. Nonostante i tentativi della Juventus di riprenderlo, Vieri firma un contratto con la Lazio fino al 2003 a sette miliardi netti a stagione. In biancoceleste vince la Coppa delle Coppe al primo anno segnando in finale contro il Mallorca un gran gol di testa, portandosi a casa anche il premio come giocatore dell’anno in Italia.

 

Altro capolavoro di fisicità, tecnica nel fondamentale e astuzia.

Anche a Roma rimane per una sola stagione, Moratti nell’estate del 1999 lo rende il giocatore dal cartellino più pagato al mondo, 90 miliardi di lire per formare la coppia con Ronaldo; purtroppo per lui lo sforzo economico non porterà a nessun trofeo con Bobo che si consolerà con la classifica cannonieri vinta nel 2003 con 24 reti. L’ultimo trofeo della sua carriera sarà la Coppa Italia vinta appena arrivato al Milan nel 2005. L’Atlético Madrid dopo il suo addio conoscerà anche l’amaro gusto della retrocessione prima di risalire con un ragazzo imberbe che farà la storia nel club dei materassai: Fernando Torres; da lui riparte la dinastia dei grandi numeri nove dell’Atlético negli anni 2000 che comprende Aguero, Forlan, Diego Costa e Falcao. Tutti eredi, a modo loro, di un percorso aperto di prepotenza da Christian Vieri.

Articolo a cura di Roberto Bucci.