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Il favoloso mondo di Criscitiello

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Nell’ultimo decennio un aspetto del calcio che si è sempre più staccato dalla comune narrazione per imporsi come fenomeno a sé, vero e proprio spin-off del gioco più popolare del mondo, è quello legato al calciomercato, in special modo nel periodo estivo. Quella strana quanto labile finestra temporale che coincide più o meno con l’ultimo mese di campionato e la chiusura ufficiale del calciomercato – agli inizi di settembre e alla fine di gennaio – si sta velocemente trasformando in una realtà parallela costruita su un proprio linguaggio, su volti e personaggi specifici così come su prodotti mediali improntati alla specializzazione verso questa materia spesso posizionata a metà strada tra la metafisica, lo spionaggio, la cronaca e il clic baiting. Nel lento scorrere dell’estate del tifoso italiano, da qualche anno e con alcune pause forzate, si è introdotta una trasmissione che si è elevata a vera e propria icona del calciomercato all’italiana, con i suoi riti, il suo linguaggio, i suoi volti, i suoi luoghi e tempi: Calciomercato Live di SportItalia, condotta dal direttore di rete Michele Criscitiello insieme ad Alfredo Pedullà.

 

Si dice di non giudicare un libro dalla copertina, ma la sigla di SportItalia Speciale Calciomercato sviscera l’intero microcosmo criscitielliano meglio di qualsiasi altra cosa.

Come ogni programma tv che deve le sue fortune alla ripetitività di alcuni eventi, Aspettando Calciomercato e Calciomercato Live puntano le proprie fiches sull’iterazione rituale di alcuni tormentoni: il botta e risposta con il pubblico attraverso i social, le chiamate in diretta con tanto di gong ed assordanti effetti sonori trash, le luci accecanti – o meglio, borisianamente smarmellate – il ritmo di montaggio inutilmente forsennato, quasi a scandire onomatopeicamente la frenesia che di default si assegna al sottobosco delle trattative estive: un mondo sommerso fatto di procuratori, intermediari, giocatori, direttori tecnici e sportivi pronti h24 a chattare, telefonare, inviare e-mail, dissimulare contatti e trattative regalando svolte inaspettate seduti al tavolo di improbabili ristoranti o nella penombra delle hall di hotel milanesi, ma che spesso si risolvono in nulla di fatto o nelle formule criptiche ‘situazione fluida, in divenire’ e ‘decisive le prossime 24/48 ore’.

A questo carnet dal retrogusto trash si aggiunge, poi, una patina stucchevole di maschilismo, declinato attraverso scelte di regia degne di programmi di emittenti private che negli anni ’90 fecero la fortuna di trasmissioni come Mai dire TV: carrellate verticali dalla punta della scarpa fino al primissimo piano del volto, insistendo con tanto di zoom e rallenty su mise e forme delle tre centraliniste/intervistatrici onnipresenti in studio. Forse soltanto un programma come Ciao Darwin resta il termine di paragone più simile per estetica ed uso spudorato di zoom a favore di un pubblico onanista; quella platea che sui social spesso si identifica con hashtag come #bomberone o #ignoranza: la tribù dei bomberisti ignoranti, pronta ad assaltare in massa – come un vacanziero in viaggio sull’Autostrada del Sole il 14 agosto – il profilo Instagram della nuova leva dello show per dimostrare la propria mascolinità.

 

Softcore for dummies.

Ma se tutto questo fa parte di un fenomeno ben più ampio e comune nel tempo della comunicazione filtrata dagli account social personali, il salto di qualità imposto e – in un certo senso – la genialità alla base del favoloso mondo di Criscitiellolandia è stata quella di imporre un format; niente di nuovo o rivoluzionario, ma l’evoluzione  di un modello nato nella fertile galassia delle tv private degli anni ’90 che aveva trovato il suo alfiere in Aldo Biscardi, per poi lentamente essere assorbito in modalità più professionali dall’impero Mediaset.

Si potrebbe così persino affermare che quella di Criscitiello è una sorta di rivincita dei nerd 2.0, un aggiornamento di quella tv al tempo dei social, del web e delle radio in streaming. Criscitiellolandia è, insomma, l’ultima frontiera televisiva indie di un certo rilievo. Almeno per quanto riguarda il gioco più popolare e seguito in Italia. Il canovaccio proposto dai programmi di SportItalia è quanto di più low-fi esistente a livello di spese: collegamenti in diretta nel cuore della notte a 30 metri dalle porte girevoli di hotel milanesi; fughe in scooter per Milano per accaparrarsi una mezza smorfia, ripresa direttamente con uno smartphone, da parte di un intermediario che cura gli interessi per il mercato italiano di un calciatore belga in odore di prestito alla Lazio; collegamenti da isolette greche riprendendo per quattro secondi fantomatici aerei in volo che dovrebbero portare in Italia fuoriclasse affermati e che, de facto, testimoniano l’attendibilità delle fonti e del lavoro dell’intera “squadra” al servizio di Criscitiello. Fino ad arrivare all’apoteosi del trash, quel punto di non ritorno in cui avanspettacolo, sensazionalismo e protagonismo da cortile si uniscono per creare la sintesi perfetta, eredità giornalistica da perpetrare in aeternuum: la chiusura della porta nell’ultimo giorno di trattative da parte di Luca Cilli, fedelissimo scudiero di rete.

L’essenza del rapporto televisivo fra Cilli e Criscitiello accende i ricordi e ci riporta indietro fino alla stagione di Mani Pulite, quando le dirette non-stop del Tg4 di Emilio Fede si basavano sulla necessità di riempire le pance e gli appetiti di giustizia dell’italiano medio, mai sazio e sempre pronto a saltare sul carro del nuovo scandalo, quando il non ancora timorato-di-Dio Paolo Brosio era costretto a sfiancanti dirette dinanzi al Palazzo di Giustizia di Milano alla ricerca di ogni possibile indizio – fondato o meno – su cui erigere arbitrariamente l’ennesima ricostruzione giornalistica in studio, dove dalla plancia di comando un compiaciuto Emilio Fede sparava a pallettoni sull’intera classe politica italiana, costringendo il suo scudiero a mosse azzardate, rischiosi bagni di folla inferocita e richiami in diretta a male parole.

 

La stessa forma di bullismo televisivo è quella su cui si basa il rapporto Criscitiello-Cilli, che raggiunge l’acme al gong di chiusura di ogni sessione di calciomercato. È in quell’esatto lasso di tempo che intercorre tra gli ultimi minuti di calciomercato e la fantomatica chiusura (automatica) della porta dell’Hotel Melià di Milano che quell’eredità dimenticata si materializza con l’inviato che viene costretto, obtorto collo, a seminare la security dell’albergo per riuscire in modo rocambolesco a spingere quel tanto che basta la porta, dichiarando, così, ufficialmente chiusa l’ennesima sessione di mercato. Una forma di protagonismo, un’inutile sciarada che lo stesso Cilli – sempre molto professionale – si risparmierebbe e che serve, però, a certificare la bontà dell’operato di tutta Criscitiellolandia, la prima – per velocità e prontezza di riflessi, skills fondamentali nel mercato – a dichiarare sigillato il calciomercato. Una forma distorta di certificato di eccellenza, vidimato fra sghignazzi e un clima da osteria.

 

Un’allegra festa di liceali che provano a mettere nel mezzo la vittima con modalità da caserma.

Ma un altro segno distintivo introdotto dall’anchorman avellinese non è soltanto l’upgrade dell’eredità Mediaset – qui un surreale intervento di Berlusconi in diretta dopo una tirata in studio sulla mancata cessione di Thiago Silva, chiusa poi in lodi sperticate da parte di Criscitiello con tanto di invito a Silvio a tornare al potere“perché le tasse ci stanno portando via tutto” -, ma anche la dettagliata attenzione verso le serie minori, costantemente snobbate dall’informazione generalista. Un punto a favore di un modello indie che non si pone problemi nell’affrontare quattro ore di diretta in attesa della trasmissione-madre in seconda serata, vivisezionando i colpi della Sassari Torres e i cambiamenti in vista per la dirigenza dell’Ischia Calcio arrivando a sviscerare tutti i livelli professionistici del pallone nostrano, dimostrando una profondissima preparazione sull’argomento.

E sta forse proprio qui, in questa bulimia da notizia sempre nuova, istantanea, l’ingrediente segreto del favoloso mondo di Criscitiellolandia: in una società che ha completamente perso il senso del tempo e della veridicità – la post-truth society usando il termine del 2017 per l’Oxford Dictionary -, costretta a vivere di pungoli e stimoli costantemente nuovi, la velocità e l’istantaneità della novità – in altre parole: la capacità di produrre nuovi titoli al di là del contenuto – è forse la cifra stilistica che più segna il nostro vivere quotidiano, persino ai tempi del Covid-19, che rischia seriamente di far saltare il palinsesto della classica estate “piena di colpi” e dirette non-stop. Ma resta una dinamica che nessuno nel mondo del calcio, come Criscitiello e Pedullà, sembra aver fatto propria (qui un esempio del suo stile forsennato mentre dirige un workshop ad hoc). Insomma, parafrasando un celebre film e in attesa di un’estate anomala potremmo affermare che Criscitiellolandia non è la tv che ci meritiamo, ma quella di cui abbiamo bisogno.