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Spalletti e la tv: parole dure di un uomo davvero strano

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Di Federico Tapparelli

Ho sempre adorato le risposte di Spalletti. Alle volte, ancor prima che aprisse bocca, avevo già iniziato a sorridere; mi piaceva alzare il volume della televisione per cogliere le sue prime frasi, pronunciate a bassa voce, occhi bassi, volto corrucciato. Cercavo di interpretarle, di capire cosa volesse dire veramente e dove si sviluppasse il discorso. Il più delle volte, però, non ci riuscivo. Dal suo ritorno in Italia, nel gennaio del 2016, Spalletti ha dato il via ad un crescendo di momenti televisivi paradossali e incredibilmente divertenti. Qualche episodio del genere ce l’aveva regalato già negli anni precedenti – soprattutto allo Zenit e a Roma -, ma non con la stessa continuità, con la stessa forza, con la stessa -oserei dire- creatività. Ho quindi deciso di racchiudere in questa lista cinque momenti che descrivono meglio quest’ultimo Spalletti, consapevole che almeno altrettanti sarebbero stati meritevoli di menzione.

5. Musini e rassegnazione

Al termine di una agevole vittoria della sua Inter sul Chievo, Spalletti, giacca blu, dolcevita nero e un pizzetto bianco di un centimetro troppo lungo, arriva in conferenza stampa. Da qualche settimana si parla di un suo possibile esonero a fine stagione. Al suo posto potrebbe arrivare Antonio Conte (cosa che poi, effettivamente, accadrà). “La sensazione che abbiamo tutti è che lei sia rassegnato…” azzarda il giornalista. Spalletti si gira verso il dirigente dell’Inter che lo accompagna, come a voler trovare supporto. “Ecco le offese…”, dice. Il giornalista prova a spiegarsi meglio, ma Spalletti parte subito al contrattacco. “Se è due anni che dici sempre la stessa cosa, non sarà mica qualità quella. Quello che ha qualità dice che domani l’altro, alle due, piove. Tu invece dici oggi piove, invece… sole! Domani piove, invece… sole! Prima o poi ci azzecchi”.

Da notare come i toscanismi di Spalletti esondino nelle risposte più fantasiose.

Non ancora soddisfatto, il tecnico aggiunge “Rassegnato sei tu! A me m’avanza roba per mettertela a disposizione. Se vuoi ti metto a disposizione quella che è la mia determinazione e il mio carattere, perché a me m’avanza…”. Infine, si avventura in una analisi delle condizioni di salute del suo interlocutore. “Non ti vedo tranquillissimo… Questo visino un po’ bianchino, un po’ smunto…”. I giornalisti sono le vittime preferite di Spalletti. Quando si sente attaccato, l’allenatore toscano non rinuncia mai alla risposta colorita e aggressiva. Quale sia stato, in questo caso, l’attacco del giornalista ai suoi danni, è veramente difficile da capire. Parole dure, parole dure di un uomo veramente strano, potremmo chiosare citando una serie tv pop.

4. Questione di petto

La sera del 24 febbraio 2019 l’Inter sta vincendo a Firenze per tre reti a due. La partita è ormai agli sgoccioli e i nerazzurri stanno per portare a casa una preziosa vittoria. L’arbitro Abisso concede sette minuti di recupero, che alla fine diventeranno tredici per le proteste in campo. Al cinquantunesimo, su cross di Chiesa, D’ambrosio sembra toccare la palla con la mano. Abisso concede il rigore, anche se il replay del VAR lascia ben più di qualche dubbio. Dal dischetto, Veretout fissa il punteggio sul 3-3. Pochi minuti dopo, Fabio Caressa commette l’errore di voler analizzare l’episodio incriminato nei minimi dettagli. La reazione di Luciano non si fa attendere, e il suo volto si fa luciferino. “Il tuo potrebbe essere, potrebbe essere che si voleva coprire il volto… È chiara la cosa…”. Spalletti solleva dubbi anche sul fatto che i commenti degli interlocutori siano condizionati dal loro tifo per altre squadre. “È chiara la cosa. Non c’è bisogno di farne una votazione in base a come si è tifosi”.

L’introduzione è caratterizzata da un tono ancora non eccessivamente adirato. Questione di attimi: all’improvviso, il volume si alza di diversi decibel. “È petto netto! NETTO! PETTO!”. È incapace, poi, di soffermarsi sull’episodio in sé. È già proiettato alle pagine dei quotidiani sportivi del giorno dopo. “E poi domani sono, ri-sono… via Spalletti, viene questo, viene quest’altro…”. Caressa decide di rispondere a tono e rispolvera il suo accento romano, che riserva solo per le grandi occasioni (come nel caso della storica lite col collega De Grandis). “Noi lavoriamo da trent’anni. Tifosi de che?”. “Ho detto che se l’avesse presa, e non la prende, non è rigore lo stesso. Ho detto anche questo. Più de così che te devo dì Lucia’?”.

Una partita nervosa e tirata, indirizzata nel finale da un errore dell’arbitro, seguita da un duello televisivo rusticano, in cui due o più accenti si mescolano e dal quale si sa già che non si ricaverà mai qualcosa di costruttivo. Insomma, un normalissimo post partita italiano.

3. Spalletti su, Spalletti giù

Cagliari-Inter è terminata 2 a 1 per i sardi. Il giornalista di Sardegna Uno Stefano Lai, non immaginando in cosa sta per cacciarsi, provoca Spalletti: “Anche oggi Ranocchia centravanti nell’Inter. È un segnale che l’Inter sta assumendo una mentalità da provinciale?”. “Meriterebbe un’altra risposta, ma voglio essere corretto” gli risponde Spalletti. “Dipende da quello che sta succedendo in quel momento lì, ecco, il momento che sta attraversando la squadra…”. Si ferma, Spalletti. Ride nervosamente. “Ma perché mi scuote la testa?”. Non si capisce bene cosa risponda Lai; né le telecamere, che inquadrano il solo tecnico nerazzurro, ci restituiscono lo scuotere la testa del giornalista. Sta di fatto che questo movimento inconsulto del giornalista indispettisce, e non poco, Spalletti.

Basta un fugace attimo e la follia spallettiana divampa come un incendio boschivo. 

“Facciamo così. Anche io, mentre le rispondo, scuoto la testa”. E inizia a farlo veramente. Su e giù, su e giù. Non vedremo mai il gesto del giornalista sardo. Possiamo solo immaginarlo. Voci di corridoio dicono che, da quel giorno, abbia smesso di scuotere la testa in segno di assenso.

2. Luci in studio, please

Che differenza c’è tra “scorretto” e “poco corretto”? È questo il quesito atavico che ci accompagna da quel 24 aprile 2017. La Roma ha vinto agevolmente sul campo del Pescara, ma Dzeko non ha preso bene la sostituzione. Sembra dire a Spalletti “Fai il furbo ancora”, mentre esce e imbocca il tunnel degli spogliatoi. Nel post partita Panucci rimprovera il cambio a Spalletti, giudicando “poco corretta” la sostituzione di un giocatore che sta lottando per vincere la classifica marcatori. “Se tu mi dici che sono scorretto, io posso dirti che tu hai pensieri limitati dal punto di vista dell’allenatore. Io ho un solo attaccante, e mi serve per le prossime partite” risponde Spalletti. “No. Io ti ho detto poco corretto, non scorretto. Tu invece mi hai offeso, dandomi del limitato” replica un indispettito Panucci. Spalletti chiede allora “luci” agli altri ospiti in studio: “Che differenza c’è tra “scorretto” e “poco corretto”?

Un litigio che, forse, affonda le proprie radici nell’episodio del 25 gennaio del 2009, ben 3.011 giorni prima. Panucci, che all’epoca era un giocatore della prima Roma di Spalletti, si rifiutò di andare in panchina nella gara del San Paolo contro il Napoli. A fine stagione, lasciò Roma dopo otto anni di permanenza. Gli ospiti in studio, però, non ci aiuteranno nell’interpretazione delle parole di Panucci. Rimarremo quindi sempre con lo stesso, immarcescibile dubbio: che differenza c’è tra “scorretto” e “poco corretto”?

1. Cioni è chi Cioni fa

“Uomo generoso come pochi. Impossibile pagare un conto con lui, cosa rarissima in un allenatore. I suoi comportamenti sono spesso deviati da paure preventive e complessi che lo fanno vivere male. Ma è un ottimo allenatore e una bravissima persona”.

Walter Sabatini – un altro che, in quanto a “pazzia”, non è secondo a nessuno – descrive Spalletti in questi termini. E vedendo l’ultimo anno del tecnico sulla panchina della Roma, difficile pensare che queste considerazioni non corrispondano al vero. L’ultimo Spalletti romanista è un allenatore svuotato dal rapporto a dir poco conflittuale con Totti, che condiziona a sua volta il rapporto con l’intera tifoseria. Ogni conferenza, ogni domanda, ogni interpretazione alle sue parole diventa per lui insostenibile. In un clima di caccia all’uomo, le risposte sono costantemente piccate e polemiche, mentre i fantasmi spallettiani si moltiplicano creando un clima di paranoia e malcelato sospetto.

Lo Spalletti più pazzo e instabile di questi anni è quello del post Roma-Palermo. Dopo il 4 a 1 con cui la Roma batte i siciliani, basterà una sola domanda per far precipitare la situazione. Roberto Maida, giornalista del Corriere dello Sport, chiede conto delle parole che l’allenatore giallorosso avrebbe pronunciato pochi minuti prima a Mediaset Premium. Ovvero che l’ambiente di Roma non sarebbe idoneo per lavorare bene.

Un travolgente crescendo rossiniano.

Spalletti reagisce prima mettendosi le mani in faccia, poi, con tre testate, verifica la consistenza del tavolo della conferenza. “Chi t’ha mandato?” risponde, fuori di sé, quasi urlando. Seguirà poi una metafora delle sue: “Le galline del Cioni hanno bisogno di mezzo chilo di granturco al giorno e bisogna dar loro da mangiare” aggiunge. Il Cioni è “quello che abita vicino a casa mia, a Certaldo”. Le “galline” sarebbero i giornalisti, e il “mangime” le dichiarazioni dello stesso Spalletti, utili a farli “mangiare”.

“Non è soddisfacente come risposta?”. Chiosa degna di Monicelli.

Anche se l’allenatore smentirà in seguito questa ricostruzione dandone un taglio interpretativo più surreale, ovvero spallettiano. Ma di lì a poco una nota dell’Ordine dei giornalisti condannerà il comportamento tenuto da Spalletti nei confronti di Maida. Ma questo, come già detto, è il Luciano Spalletti versione 2016/17. Un uomo irrefrenabile, incapace di razionalizzare, quasi voglioso di tuffarsi nella lotta nel fango dialettica. Uno Spalletti capace di assecondare la sua follia e regalarci perle indimenticabili come questa.