Javier Zanetti

Come Javier è diventato Zanetti

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Tre di notte, la colonna sonora dell’ennesimo giorno di lockdown è The Joker della Steve Miller Band. Non so bene perché, ma quello che storicamente è il mio placebo stavolta non funziona: nonostante sia un fan dichiarato del panorama indie italiano, provo una sottile vergogna quando gli algoritmi di Youtube mi sparano Sold out dei Thegiornalisti, brano solitamente troppo mainstream per i miei gusti. Questa volta però non disdegno, semmai rosico perché nel testo sono descritti atteggiamenti che ora sono mi sono preclusi. E quando abbraccio la malinconia, piuttosto che ignorarla, improvvisamente penso a Javier Zanetti.

Ho un caro amico, che da buon fiorentino si chiama Lorenzo come il Magnifico: parla in terza persona plurale quando l’Inter vince, in seconda quando perde; da sempre la trovo una cosa curiosa, ma penso che in fondo lo facciamo un po’ tutti. Siamo reduci da una conversazione pomeridiana in cui concordiamo che “Luis Nazario da Lima era meglio sia di Messi che di CR7”, perché all’Inter giocava con Ze Elias, Cauet e Fresi e non con i mandaloriani di Disney Plus, uomo a uomo contro Cannavaro-Nesta-Vierchowod-Maldini e altri protagonisti della marcatura difensiva, spesso trincerati dietro rigidi 4-4-2 che sembravano disegnati per limitare il Fenomeno. “25 gol in 32 presenze in A, bitches, nell’indimenticabile annata 1997/98″ – mi dice un po’ nostalgico Lorenzo, prima di pensare pure lui a Javier Zanetti.

Di quell’Inter vincitrice in Coppa Uefa, gli unici fuori categoria erano Pagliuca, Bergomi, Djorkaeff e soprattutto Javier Zanetti, allora 25enne: gli altri, da Moriero a Colonnese, da West a Zamorano, erano buoni o appena discreti giocatori “in missione”, come direbbe John Belushi in Blues Brothers. Ronaldo per gli interisti sarà sempre il più grande, nonostante la fuga madrilena e l’incresciosa parentesi milanista, e non solo per cosa combinò in quell’irripetibile annata. Di colpo, associo il Fenomeno al pezzo Nevischio dei Verdena. Il bello della band che viene dalla città in assoluto più devastata dal Covid19 è che i testi li interpreti come vuoi:

“E non sai di gelosia;
Nella mia mente sei comunque mia.
Faccio come il nevischio lo sai: avermi non potrai”.

È come se il pezzo mi parlasse di Luis Nazario Da Lima, di quell’Inter con la maglia a strisce orizzontali; Ronaldo è come la Gioconda: non è di nessuno, tantomeno della Francia. Il capitano, invece, no: Javier Adelmar Zanetti è solo nostro, ed era un simbolo già allora tanto quanto il Fenomeno. Se il secondo nome vi sembra strano, è perché sarebbe il cognome del medico che lo ha salvato da un’infezione respiratoria che l’ha colto dopo pochi minuti di vita, cercando di mandarlo anzitempo al creatore: un curioso aneddoto che sfocia nel paradosso, quando si parla del giocatore con i migliori polmoni nella storia del calcio.

40 anni di sgroppate.

E mi viene in mente anche quando Walter White, in Breaking Bad, pronuncia a Gus Fring la celebre battuta “Jessie Pinkman non si tocca”: neanche lui sa bene quando, come e perché, ma si è affezionato a quel tossico ingestibile che ha 25 anni meno di lui. A volte penso che ho perdutamente amato Javier Zanetti, e neanche io capisco completamente il perché. Saranno i capelli impeccabili, il volto buono e familiare, la voce rassicurante che ha stregato pure Mina; sarà che ha portato la palla senza perderla – senza, ahimè cederla, ho pensato tante volte quando si muoveva da centrocampista – per 40 metri in verticale almeno due volte a partita: “si è mai vista, questa cosa?” mi chiedo per l’ennesima volta.

La storia di Javier ci racconta che ha avuto un’infanzia piena di affetto, mamma Violeta è sempre stata presente, ma non così semplice: è cresciuto nel sobborgo portuale del Partido di Avellaneda, Dock Sud, quartiere da lustri dimenticato dall’amministrazione di Buenos Aires; fin da piccolo ha dovuto contribuire agli introiti di casa aiutando il padre Rodolfo, muratore – come il nonno Paolo, originario di Pordenone – e distribuendo il latte porta-a-porta dalle 4 alle 8 del mattino. Javier da giovane è magro come un chiodo – lo chiamano meñique, mignolo -, e si è appassionato al calcio seguendo le gesta dall’Argentina di Mario Kempes e Daniel Passarella ai Mondiali del ’78.

Cresce al tempo della “Guerra sporca”, il programma governativo di repressione sistematica dei gruppi dei guerriglieri marxisti e peronisti che si macchierà, in poco meno di un decennio, di 2.300 omicidi politici e circa 30.000 desaparecidos per mano della giunta militare di Videla. Proprio perché le istituzioni sono impegnate su altri fronti nel suo quartiere non esiste alcun campo da calcio: sarà suo padre, assieme ad altri genitori, a realizzare un campetto di sabbia. È lì che Javier inizia a giocare un calcio più organizzato di quello da strada, nel mito dell’Independiente di Burruchaga e del Calvo Bochini, la squadra del dipartimento di Avellaneda due volte campione della Coppa Intercontinentale a cavallo degli anni ’80.

È proprio l’Independiente a organizzare un torneo fra i quartieri di Buenos Aires dal duplice scopo: evitare che i ragazzini portegni prendano strade pericolose e magari scoprire qualche talento nascosto. È durante questo torneo che Javier, tanto magro quanto preciso e instancabile, viene notato dai Diablos Rojos. Passerà sette anni con i biancorossi, finché il suo corpo gracile farà credere a dirigenti e preparatori atletici che non potrà avere un futuro da calciatore professionista: sono lontani i tempi in cui Zanetti avrebbe dichiarato di alzare “190 kg di pesi con una sola gamba”. Javier viene dunque lasciato a casa: è la prima delusione di una carriera che ne vivrà poche, almeno a livello personale. L’addio ai Rey de copas porta a un anno sabbatico fatto di soli studio e lavoro, impensabile per uno che ama talmente tanto il calcio da allenarsi pure durante le festività natalizie, primo dell’anno compreso. Per scuoterlo dallo choc ci vuole l’intervento di papà Rodolfo come riportato nella sua autobiografia: “I libri vanno bene, Javier, ma tu devi tornare a giocare”.

Il fratello Sergio, più grande di lui di dieci anni e futuro allenatore dell’Inter Berretti, all’epoca buon mediano del Tellares di Remedios de Escalada, seconda serie argentina, intercede per lui e convince i dirigenti a opzionare il fratellino smilzo; nonostante l’esito positivo della richiesta, Javier rifiuta e decide di aspettare l’imminente cessione di Sergio al Deportivo Español, passando inoltre attraverso un provino in modo da scongiurare l’onta della raccomandazione. Viene aggiunto alla squadra, anche se inizialmente senza un contratto da professionista, vedendosi costretto a continuare a fare il muratore part-time irrobustendo il fisico, con i dirigenti dei Matadores Albiazul che non capiscono come l’Independiente se lo sia fatto sfuggire: di solito, lo scippo avviene a parti invertite.

È nella piccola cittadina, capoluogo del partido di Lanús, che ha inizio la seconda vita calcistica di Pupi. Il nuovo soprannome, che eredita direttamente dal fratello maggiore appena ceduto, lo deve al fatto che in in rosa ci sono altri sette Javier e chiamarli tutti nella stessa maniera è piuttosto complicato. Nel 1991 arriva anche un’altra svolta: alcuni compagni di squadra lo convincono ad andare a vedere le partite delle squadre femminili di pallavolo e pallacanestro. Nella seconda, milita una 17enne che gli ruba subito il cuore: è Paula De La Fuente, quella che sarà la sua unica fidanzata, oltre che moglie e madre dei suoi figli. Javier Zanetti in effetti non è solo nostro, ma anche di Paula.

Nelle giovanili Javier dimostra di essere pronto per esordire in prima squadra allenandosi duramente, mescolando doti tecniche di base di tutto rispetto a una prestanza fisica che ha poco di normale: non è un tuttofare qualunque, ma un instancabile jolly di fascia che dà del tu al pallone soprattutto in conduzione. Esordisce nel professionismo il 22 agosto 1992 in Primera B, subentrando a un compagno febbricitante; da quel momento, e per circa altri 22 anni, non lascerà più il campo.

 «L’avversario più difficile che abbia mai affrontato è stato Javier Zanetti. Lo incontrai per la prima volta nel ’99, ai quarti di Champions. Lui terzino destro, io ala sinistra. M’impressionò per le sue qualità: rapido, potente, intelligente, esperto. Ci ho giocato contro altre due volte. È stato l’avversario più duro in assoluto. Un campione completo.» (Ryan Giggs)

L’esordio di Pupi nella massima serie argentina avviene un anno dopo col Banfield, che lo aveva prelevato un mese prima per 160.000 dollari e una fornitura biennale di materiale tecnico: indossa per la prima volta il numero 4 che, manco a dirlo, non lascerà più. Due anni, 66 presenze e 5 reti gli valgono la chiamata di Daniel Passarella nella Selección e, a cascata, quella dell’Inter: è l’ex nerazzurro Angelillo, prima vittima interista della gestione di Helenio Herrera, che lo segnala al neo-presidente Massimo Moratti, innamoratosi del #4 dopo averlo visto in una VHS di un allenamento della Nazionale olimpica: diventa così il primo acquisto ufficiale della gestione Moratti.

Quando nell’estate del 1995 Zanetti sbarca nel ritiro nerazzurro a Cavalese con in mano un sacchetto della Standa contenente gli scarpini e i calzini, ad attenderlo ci sono due soli giornalisti. Sarà presentato ufficialmente pochi giorni dopo alla Terrazza Martini insieme all’Avioncito Sebastián Rambert che, avendo già 8 partite in Nazionale, era considerato il pezzo pregiato tra i due: il presidente dell’Independiente lo aveva appena descritto come “il miglior prospetto mai uscito dal club” e, tra tutti gli addetti ai lavori, l’unico controcorrente era stato Maradona che aveva definito l’acquisto di Zanetti da parte dell’Inter “il colpo dell’anno”. Infatti, appena arrivato, quando Mazzola gli chiese “dove vuoi giocare?” e lui rispose “a destra”, in realtà gli stava chiedendo dove voleva andare a giocare in prestito. La sua permanenza in rosa la si deve alla presa di posizione del capitano Beppe Bergomi, che ricorda:

“Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia dell’Inter”.

Arrivando all’Inter Javier ha occupato un posto che, semplicemente, sembrava fatto per lui; come quando incontrate un vero amico o un grande amore: tutto sembra naturale. 858 partite con l’Inter dopo, riflettiamo sempre con l’amico Lorenzo che Zanetti ha giocato 45 partite di media all’anno in 23 anni di professionismo: una longevità che è paragonabile solo a quella di Lebron James in NBA. Lo hanno fermato solo un ultimo anno fatto più di applausi che di presenze, 12 appena, e qualche sporadico infortunio di lieve entità.

Nel mezzo vari ottavi posti in classifica, una finale di Uefa persa ai rigori contro lo Schalke, celebre perché ha visto l’unica reazione furente della vita di Javier contro un suo allenatore, nello specifico Roy Hodgson, lo stesso che lasciò andare Roberto Carlos al Real sostenendo che fosse “troppo indisciplinato”. Nel mezzo, anche un gol nella trionfale finale di Uefa contro la Lazio, un epico soprannome tirato fuori dal leggendario commentatore Victor Hugo Morales, el Tractor, la prima fascia da Capitano contro il Castel di Sangro in Coppa Italia, le lacrime per l’esonero di Simoni e i grossolani errori delle gestioni morattiane, le sviste arbitrali, il 5 maggio e lo storico triplete: “A tre minuti dalla fine ho cominciato a piangere, senza riuscire a smettere” dirà qualche tempo più tardi “perché ne ho passate troppe”.

“L’Inter è molto simile all’Argentina: sempre sola nel senso di solitaria, al confine; è sola nel senso di unica, nel modo di pensare, di agire e di rapportarsi con il mondo. L’Inter è sofferenza, dolore, estasi. Vittorie impossibili e tonfi clamorosi, partite della vita e passaggi a vuoto inimmaginabili”.

Zanetti attualmente è uno tra i dirigenti più noiosi della storia dell’Inter, essendo allergico alla volgare polemica o anche solo alla punzecchiatura di mourinhana memoria. Anche se, riflettendo con l’amico di cui sopra, da giocatore un paio di bordate le ha mandate e sono costate altrettanti esoneri. Evidentemente è stato l’Angelo Voiello (Sorrentino docet) dell’Inter: posizionato in seconda linea, a gestire la situazione nell’ombra, con calma e signorilità, eppure sempre ascoltato. Riflettere sullo Zanetti fuori dal campo mi fa ancora una volta tornare alla memoria una strofa dei Verdena, che recita “l’aggressività non mi avrà: confonde le idee, e affetta la gente”: cedere alle emozioni negative o alla fretta non è mai stato ammissibile per Javier.

Ascoltato lo è tutt’oggi, anche se il suo carisma viene celato da una calma mediatica che sfocia nell’esasperazione di chi lo segue, che magari vorrebbe vedere più verve in un proprio dirigente. Alzi la mano chi, guardandolo presentarsi nel lontano 1995 in un’insolitamente afosa Cavalese, pensava di avere di fronte quello che sarebbe diventato lo straniero con più presenze nella storia del calcio italiano – il quarto in assoluto dietro a Maldini, Buffon e Totti -, con il maggior numero di presenze nella storia dell’Argentina dopo Mascherano, e il giocatore più vincente della storia dell’Inter (16 trofei), inserito da Pelè nella lista dei 100 calciatori più forti di ogni epoca. No, forse Zanetti non è solo nostro. Anche se lo sembra tanto.