Quando Damien Duff asfaltava i terzini

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C’è stata una strana stagione in cui è stato possibile ammirare un evento raro e affascinante quanto un’aurora boreale a basse latitudini: due vere ali, entrambe mancine, che mettono a ferro e fuoco prima la Premier League e poi l’Europa sul palcoscenico della Champions; ma se una di quelle due ali era un replicante col passo di una Lamborghini Diablo e delle qualità tecniche sovrumane – cioè Arjen Robben -, l’altra ha avuto molta meno fortuna sia da un punto di vista agonistico che del ricordo mediatico: Damien Duff. Forte e riconoscibilissimo, Duff ha contribuito in un breve ma intenso intervallo di tempo a consolidare l’epica di una delle squadre più iconiche del XXI secolo, il primo Chelsea di Mourinho.

Duff per un paio di stagioni, specialmente dal suo arrivo a Londra nel 2003/04 e fino alla partenza per Newcastle nel 2006, è stato un giocatore irrinunciabile per i suoi allenatori, da Claudio Ranieri allo Special One fino al Trapattoni in versione selezionatore irlandese: tecnici che hanno avuto a disposizione l’ala dublinese testandone il reale potenziale, incanalandolo nel migliore dei modi a seconda dei contesti tattici proposti. Tutti questi hanno sempre parlato di Duff in termini entusiastici, ritenendolo uno dei migliori e più efficaci interpreti di quel ruolo quasi metafisico che è l’ala. Tanto da arrivare a far discutere Ranieri con sua madre, che ogni volta che non vedeva Duff in campo protestava ufficialmente col figlio chiedendogli spiegazioni via telefono dall’Italia.

E Damien Duff, vera leggenda nella terra dei trifogli, mi ha da sempre suscitato sensazioni strane e bellissime, un po’ per il suo aspetto così archetipico dell’irlandese dai capelli con una tonalità indefinita tra il biondo e il rosso, gli occhi di un azzurro quasi rarefatto, il fisico estremamente asciutto, nervoso e tirato come una corda di chitarra acustica appena accordata, e un po’ per il suo approccio al gioco che rispecchiava fedelmente quell’allure da giocatore cresciuto in una scuola destrutturata, rapida e diretta come quella anglosassone. In altri contesti sarebbe potuto essere un perfetto chitarrista dall’attitudine punk che riusciva a scaricare la sua furia suonando tre accordi a velocità supersonica non curandosi troppo della forma grezza del suono, magari in band underground come Fuzztones o The Damned.

“Nel 1990, a 11 anni, giocavo per 20-30 ore alla settimana nei parchi e nelle piazze di Dublino, non credo che i bambini possano avvicinarsi a queste cose ora. Non è difficile da capire, non è astrofisica. Se il bambino oggi gioca al massimo 4 o 5 ore mentre io ne ho fatte 30, non potrà crescere con la stessa attitudine al gioco. Probabilmente suona arrogante, ma è così per qualsiasi lavoro: che tu sia scrittore o altro.”

È una dichiarazione che ho trovato interessante più che altro per capire il livello formativo da cui Duff derivava, che, spingendosi oltre in questa intervista a cuore aperto è arrivato a dire che i primi veri concetti tattici sul campo li ha assorbiti a quasi 17 anni, al momento del suo arrivo in un club professionistico in Inghilterra, quando – continua – ancora non aveva neanche baciato una ragazza. Una dichiarazione che oggi suona quasi surreale, proveniente da un mondo distante anni luce, ma che ci ripropone con efficacia la sua formazione così minimale, perfettamente rispecchiata nel suo gioco così onesto, semplice eppure irresistibile. Quello di Damien Duff è stato un calcio oltremodo accelerato, travolgente nelle sue conduzioni palla al piede e nella frequenza di passo così continua quasi da sembrare anfetaminico, ma, al tempo stesso, è stato rappresentazione plastica di una scuola di strada europea influenzata dalle caratteristiche ataviche del calcio britannico: corsa, polmoni, generosità agonistica, rapidità di esecuzione e voglia di affrontare a viso aperto il diretto avversario.

Per capire come Duff avesse raggiunto lo status di ala imprendibile e al tempo stesso di pedina irrinunciabile tanto da far spostare spesso Robben sulla fascia sinistra – un’immagine talmente bizzarra che oggi è quasi impossibile da materializzare tra i ricordi -, va analizzata la stagione che collocò il Chelsea sulla mappa calcistica europea, quella dello sbarco di Mourinho da Oporto, del titolo in campionato con annesso record di punti, della miglior difesa d’Europa per gol subiti, dell’arrivo in semifinale di Champions e di una sola sconfitta in tutta la stagione. Il 2004/05 fu per Damien Duff ciò che Electric Ladyland di Hendrix rappresentò per molti chitarristi: un’epifania improvvisa, che fece apparire inadeguati gli altri attorno a lui.

Anche se aveva già dato segnali concreti del suo talento nel Mondiale 2002 dove, da solo e quasi abbandonato dalla sua squadra, porta a spasso mezza Spagna. Che non prova neanche a limitarlo o a togliergli palla, ma soltanto a picchiarlo.

Quel Chelsea di impronta smaccatamente mourinhana fu la prima creatura tattica a scardinare un quadro piuttosto rigido da un punto di vista dei sistemi di gioco; se i princìpi saranno più o meno gli stessi che muoveranno il decennio successivo del tecnico portoghese e già all’epoca sembravano viaggiare su una dimensione vintage rispetto a creature leggere e moderne come l’Arsenal di Wenger, lo stesso non si può dire per la sua disposizione tattica: un 4-3-3 ben definito che andò a disequilibrare i numerosi 4-4-2 che dominavano in Premier.

Oltre alla granitica linea a 4 magistralmente guidata da Terry e Carvalho, la svolta avvenne nella composizione di centrocampo ed esterni offensivi: Claude Makelele nel ruolo di mediano basso davanti alla difesa era la pedina decisiva nelle idee di Mourinho, elemento capace di schermare i centrali, recuperare tonnellate di seconde palle ma, soprattutto, di abbassarsi profondo per liberare spazi alle sue spalle dove far salire a seconda della zona di costruzione una delle due mezzali con caratteristiche complementari, Lampard e Tiago Mendes, in modo da sfruttare il mismatch generato da un centrocampo a triangolo contro una linea compatta a due. Insieme a questa lettura originale in quella Premier, si aggiunsero due ali che avevano un set di compiti ampliato, dallo scambio costante delle posizioni di fascia alla capacità di attaccare sia lungolinea nell’uno vs uno che entrando dentro al campo associandosi alla mezzala o alla punta centrale – Drogba – che serviva per il gioco a muro e per liberare gli half space da attaccare. Le due ali, Robben e Duff, erano quanto di più efficace e adatto per un gioco così diretto, verticale e reattivo come quello proposto da Mou, liberando anche le corsie per due dei primi terzini offensivi del millennio, Gallas e Paulo Ferreira.

Due gol simili in quell’annata in cui il gioco di sponda di Gudjohnsen e la qualità di Lampard fanno sembrare Duff una volpe sguinzagliata in un pollaio.
Duff insomma, acquistato nella stagione precedente per 17 milioni di sterline, diventa un’arma impropria nelle mani del tecnico portoghese che, al netto dei fastidi fisici, non lo toglierà mai dal campo moltiplicandone il rendimento in un tridente iper-accelerato dove lui e l’alieno olandese mettono a ferro e fuoco i perfetti prati d’oltremanica. Damien Duff imperversa a destra e a sinistra, ha capacità aerobiche sopra la media, una conduzione palla quasi frenetica, mai davvero pulita e fluida, ricca di piccole sbavature che rendono il suo gioco ancora più eccitante. Sembra il tipico ragazzo di strada delle periferie che gioca senza troppi impedimenti al massimo livello continentale, cosa che diventa evidente nella storica serata dei quarti di Champions contro una squadra agli antipodi di quel Chelsea e che contribuirà in futuro a scrivere uno dei duelli più rappresentativi tra opposte scuole di pensiero del calcio europeo, il Barcellona di Rijkaard e Ronaldinho.
18 minuti a Stamford Bridge ed è già 3-0 per i Blues: Duff segna dopo un ribaltamento fulmineo su lancio di Lampard attaccando il mezzo spazio con una foga e una velocità irreali. 
Damien Duff gioca con la freschezza di un ragazzo e la determinazione di un veterano, le sue partite sono un inno all’intensità e alla verticalità: due caratteristiche che hanno contribuito a forgiare l’immaginario pop della Premier con cui molti sono cresciuti, fatto di velocità di giocate, ritmo, disordine, spizzate lunghe, pressing non coordinato e un altissimo tempo effettivo di gioco. Per almeno due anni quel folkloristico folletto irlandese è entrato nelle memorie di tifosi che ancora non potevano disporre di siti specializzati, social e Youtube, ma che attendevano le serate di Champions per riuscire a osservare nel dettaglio quella squadra iconica così ben rappresentata da un 24enne che sembrava uscito da una camerata di un ostello nord-europeo per essere catapultato in campo: le maniche corte in ogni stagione, che ci fossero acquazzoni o venti atlantici, l’aspetto poco curato e oltremodo essenziale, le esultanze vintage più simili a quelle anni ’80 che a quelle coreografate già in voga da anni, l’assenza di tatuaggi o elementi in qualche modo riconducibili a uno stile di riferimento.
Come quella volta che saltò mezza difesa della Lazio e segnò di destro. Elfo imprendibile.
«Duff è un grande calciatore e i grandi calciatori sono grandi calciatori, in Irlanda, nel Newcastle, ieri o domani.» (G. Trapattoni).
Duff ci ha fatto credere che tutto fosse possibile grazie all’applicazione e a una voglia insaziabile di gioco, ma la sua parabola ad altissimi livelli è durata troppo poco per poterlo inserire nel gotha dei migliori del ruolo, già parzialmente scavalcato nella stagione seguente dall’estro geniale di Joe Cole, e poi destinato a lasciare Londra per una dimensione più consona alle sue qualità, minate da una tendenza ad infortunarsi troppo. Ma in quel biennio d’oro l’ala irlandese ha lasciato un seme che ha germogliato negli anni successivi, arrivando a spostare in avanti l’interpretazione di uno dei ruoli oggi più importanti nello sviluppo tattico del calcio: l’ala a piede invertito capace di aprire spazi in profondità per i terzini offensivi e di entrare dentro al campo generando superiorità numerica. Le sue caratteristiche vintage lo hanno reso un pezzo unico in un calcio che stava passando all’età contemporanea, e forse non è un caso che questo sia avvenuto in una squadra moderna ma dal fascino datato come quella di Mourinho.