Lucas Leiva

Non si parla mai abbastanza di Lucas Leiva

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Lucas Leiva fa parte di quella cerchia di giocatori che appare invisibile agli occhi dei più, si potrebbe perfino allargare questa similitudine considerandolo l’interprete principe del celebre motto di Saint Exupéry “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Perché, senza scadere in facili retoriche, è impossibile non considerare l’apporto tattico, tecnico e carismatico che un giocatore così peculiare porta in dono a una squadra che fino allo stop forzato causato dal Coronavirus recitava il ruolo di grande outsider per la corsa allo scudetto, quella Lazio di Simone Inzaghi dove le stelle che brillano di luce propria sono altre: da Immobile a Milinkovic fino a Luis Alberto, Caicedo e Acerbi, ma difficilmente si concentra il focus su un giocatore unico nella rosa e insostituibile per continuità, quantità e caratteristiche. Lucas Leiva rappresenta quell’ingranaggio tanto nascosto all’interno di un sistema sofisticato quanto irrinunciabile per il suo corretto funzionamento.

A 33 anni Leiva è diventato un giocatore diverso da come lo ricordavamo nella sua lunghissima esperienza a Liverpool, un decennio dove il brasiliano atipico era associato esclusivamente a compiti di fatica, generando la percezione di un calciatore sporco, di pura quantità, necessario ma non indispensabile nelle sue manifestazioni di agonismo spesso oltre i limiti del consentito all’interno di un contesto permeato dall’alta intensità di gioco come quello inglese. Nel triennio alla Lazio e sotto la guida di Inzaghi, però, Lucas Leiva ha esteso le sue qualità e soprattutto la sua influenza sull’assetto tattico di una delle squadre più mature, definite ed efficaci del panorama italiano. In altre parole, non esisterebbe la Lazio che abbiamo imparato a conoscere senza il nuovo Lucas Leiva.

È una vita dura quella dei centrocampisti avversari che vedono dematerializzarsi palloni che avevano dato per certi.

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Nella sua posizione pressoché immutabile di playmaker difensivo all’interno di un 3-5-2 delineato in modo razionale, Leiva svolge un insieme di compiti tattici che definire decisivi per il rendimento degli altri interpreti ben più talentuosi del brasiliano è riduttivo. La sua capacità di muoversi profondo verso i tre centrali difensivi e i tempi con cui detta le possibili linee di passaggio in uscita sono un master universitario di tempismo e senso innato delle distanze, rese ancor più indispensabili dal particolare scaglionamento della Lazio in fase di costruzione, dove il 3-5-2 si trasforma in un 3-2-3-2 capace di garantire ampiezza e attacco alla profondità. I due centrali di centrocampo rivestiti dei ruoli di costruzione in uscita sono Luis Alberto, probabilmente il centrocampista più tecnico dell’intera Serie A, e in seconda battuta Leiva, fondamentale nel creare il triangolo di costruzione fra i tre centrali difensivi e il centro del campo liberando il mezzo spazio di sinistra per la capacità di costruzione mistica dello spagnolo.

Il 3-2-3-2 (Lulic è fuori inquadratura sull’out sinistro) con cui spesso la Lazio imposta, Leiva riceve lo scarico mentre Luis Alberto gravita nella sua zona di competenza. Qui Leiva con un passaggio taglierà le linee del Genoa, andando a trovare il movimento incontro di Caicedo.

E pensare che quando il brasiliano venne prelevato dal Liverpool per 5 milioni di euro all’indomani dell’addio di un regista puro come Biglia l’operazione fu bollata come deludente, generando scetticismo per la sua condizione di rincalzo nei Reds; ma il totale ribaltamento di quella prospettiva fa riflettere su come il valore effettivo di un giocatore, oggi, sia sempre più da misurare all’interno di un contesto tattico specifico che ne liberi le energie e ne permetta il pieno sfruttamento, e non viceversa. Quello di Leiva è un case study d’eccellenza di come qualità meno tangibili o evidenti di un centrocampista possano avere ricadute positive su un intero tessuto tecnico, elevandone il rendimento. La sua capacità extrasensoriale di intercetto palla – una media di 2,5 a partita – e la sua continuità nel fornire una copertura al centro del campo in fase di transizione negativa, quando la Lazio preferisce ripiegare rapidamente in una difesa posizionale piuttosto che innescare meccanismi di riaggressione della palla, rappresentano il cemento armato su cui erigere la slanciata architettura del miglior centrocampo della Serie A.

Se due mezzali così iconiche e caratterizzanti come Luis Alberto e Milinkovic rappresentano al meglio i tratti somatici di una Lazio capace di giocare di fino, palleggiare e imbucare con raffinatezza in verticale e allo stesso tempo colpire di sciabola per sovrastare avversari con una fisicità prorompente unita a una tecnica di base sorprendente, Lucas Leiva rappresenta l’equilibratore che eleva il rendimento dei due giocatori al suo fianco; una figura nell’ombra, capace di muoversi con sicurezza e confidenza nei propri mezzi, generando ricadute positive sull’atteggiamento dei due compagni di reparto, costantemente coperti, sicuri delle sue marcature preventive e di un’applicazione che ha ben poco del carioca, bensì del giapponese, alla causa collettiva. Leiva è insieme custode e rappresentante sindacale dei diritti di espressione tecnica dei due migliori interni di centrocampo del campionato.

Lucas Leiva: scivolare è un’arte

Un’altra caratteristica che rende il brasiliano un interprete unico per stile è la sua abilità nello scivolare, intesa sia come movimento di copertura nelle fasi di non possesso che, più letteralmente, come scivolata: quella skill dal fascino un po’ vintage che Leiva padroneggia con fare ascetico.

Tre interventi in scivolata estremamente diversi fra loro per situazioni di gioco, ma ugualmente efficaci. Tre scivolate che danno il senso del dominio del fondamentale del #6 biancoceleste.

Quella della scivolata è un’arte antica e radicata nell’immaginario comune del calciatore così come del tifoso, una forma espressiva estrema, quasi punk, caratterizzata da più correnti: dalla scivolata disperata ed esaltante tipica dell’ultimo uomo alla chiusura pulita e glaciale del marcatore più cerebrale fino all’arma tattica del fallo per impedire sul nascere pericoli e occasioni; Leiva sembra padroneggiare tutti questi aspetti, sfoggiando un set di interventi che abbracciano l’intero spettro disponibile a seconda della specifica situazione di gioco, caricandosi di responsabilità sgradite come quando interviene volutamente per fermare un avversario dosando rischi e cartellini come un cacciatore farebbe con le sue cartucce. La sua è una standardizzazione del gesto più scomposto del gioco che ha affinato nel decennio speso in Inghilterra, dove il grado di entropia che governa ritmi e giocate della Premier è maggiore rispetto alle altre leghe europee. Come succede per ogni giocatore iconico in un determinato ruolo, Lucas Leiva è la rappresentazione plastica del play difensivo capace di distinguersi dagli altri interpreti grazie anche alla sua personale signature-move, la scivolata eseguita con timing invidiabile: ultima testimonianza di un calcio retrò, per questo affascinante.

Ma quella del brasiliano non è solo una disciplina tradizionale da tramandare come un monaco zen, bensì un modo per elevare la propria efficacia sul gioco e nascondere alcuni difetti strutturali come la sua lentezza in campo aperto e nelle rincorse all’indietro. Forse l’uso reiterato della scivolata di Leiva si può considerare alla stregua di un super-potere per coprire le proprie debolezze tecniche e umane: la scivolata è il modo in cui Lucas Leiva ricorda a tutti di essere un grande mediano, parafrasando uno dei monologhi più ispirati di Tarantino in Kill Bill. Oltre i superpoteri e le caratteristiche uniche, Leiva resta oggi il punto fermo irrinunciabile di una squadra che forse è andata perfino al di sopra del proprio potenziale, arrivando a scalfire un regime autoritario che sta dominando la scena calcistica italiana da quasi un decennio. E Simone Inzaghi, deus ex machina del nuovo corso della Lazio, è riuscito a spiegare meglio di tutti l’influenza di Leiva in questo contesto con una semplicità quasi brutale.

“C’è da fargli i complimenti e non certo da ora. Fin dal ritiro ha fatto grandi cose, è un leader che sa dimostrarlo in campo ma anche fuori. Un grandissimo calciatore e soprattutto ideale per il nostro modo di giocare. È molto, molto difficile sostituirlo.”