Van persie

Robin Van Persie segna quando vuole

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30 settembre 2006, nel ribollente catino del The Valley di Londra si gioca Charlton-Arsenal, con i ragazzi di Arsène Wenger alla ricerca della terza vittoria consecutiva in Premier League. Al gol di Darren Bent ha risposto il nuovo fenomeno olandese, Robin Van Persie, ma quando al quarto minuto della ripresa Emmanuel Eboué scatta sulla fascia destra i tifosi ospiti non sanno che stanno per assistere a uno dei gol più spettacolari della storia dei Gunners.

Il cross dell’ivoriano è indirizzato verso una macchia gialla in movimento alla periferia dell’area di rigore. Quella macchia è la maglia di Van Persie, che sta correndo a massima velocità verso un pallone difficile da addomesticare: coordinarsi per calciarlo al volo sembra una follia anche solo da pensare. L’olandese infatti non ci pensa, salta e basta. Come un folle ostacolista lanciato da una fionda verso il cielo, Robin vola in avanti da fuori area e impatta il pallone con il collo sinistro prima di atterrare oltre la linea di gesso bianco grazie a una coordinazione perfetta. La sfera sembra alzarsi troppo, poi si abbassa e si infila sotto la traversa. Prima che l’incolpevole portiere Scott Carson sia riuscito a capire che cosa sia successo, Van Persie sta urlando la sua gioia sotto alla gradinata occupata dai Gooners.

Nel ritiro estivo di Marbella aveva provato la stessa acrobazia centinaia di volte, colpendo al volo per poi tuffarsi in piscina, stavolta si è ripetuto su un palcoscenico decisamente più prestigioso. Thierry Henry è uno dei primi a congratularsi, mentre l’attaccante olandese trotterella tranquillo verso il centrocampo dopo aver sfogato l’adrenalina nell’esultanza. Ha appena segnato uno dei gol più belli della sua carriera, una prodezza che il suo allenatore definirà “il gol della vita”. In altre parole, un’opera d’arte che avrà di certo reso fieri i genitori della stella 23enne dell’Arsenal, destinato a crearne molte altre prima di chiudere il cerchio della sua carriera con la maglia del Feyenoord nel maggio 2019 a Rotterdam, dove tutto è iniziato. Come ha detto una volta, “quello che mio padre, da artista, fa con le mani, io lo faccio con i piedi.”

Rotterdam, la culla

I genitori di Van Persie sono entrambi artisti, il padre Bob è scultore, la madre José Ras pittrice. A sei anni Robin va a vivere con il padre nel quartiere proletario di Rotterdam, Jaffa, per un’esperienza di vita difficile ma, soprattutto, diversa. I racconti della sua infanzia ricordano le immagini del più celebre cartone animato giapponese sul calcio, quando il protagonista Oliver Hutton trascorre le sue giornate con il pallone incollato ai piedi. Van Persie fa esattamente lo stesso, a dieci anni è perfettamente integrato con i coetanei di origine marocchina che scatenano il loro estro nelle strade del distretto più multiculturale della città. Due di loro, Said Boutahar e Mounir Hamdaoui, diventeranno calciatori professionisti come lui.

La versione olandese di Holly accarezza con grazia la sfera di cuoio con il suo piede preferito, il sinistro, mentre dribbla con gioia i clienti all’interno dei negozi oppure fa rimbalzare il pallone contro le finestre che danno sulla strada. “Le basi del calcio le conosci solo giocando in strada: passare la palla, il primo tocco, fare gol. Non giocavo per migliorarmi, ma perché mi piaceva davvero.” Quando i suoi amici vanno in centro e prendono un bus o il tram, lui li insegue correndo, spingendo avanti il pallone e sognando di scendere in campo per la sua squadra preferita.

young Van Persie
Credits Twitter

All’inizio suo padre, Bob, si preoccupa per l’iperattività del figlio, ma dopo averlo visto interagire con i suoi coetanei grazie al legame sportivo comincia a ripensare alle parole di una chiromante che anni prima gli aveva predetto che il ragazzo sarebbe diventato una star del calcio, ricca e famosa. Bob sostiene Robin anche quando gli insegnanti gli fanno notare che il ragazzo dovrebbe dedicarsi alla scuola, più importante per il suo futuro rispetto allo sport prediletto. “Io e Robin non eravamo d’accordo…”. A 13 anni Van Persie indossa per la prima volta la maglia del Feyenoord, la squadra espressione dei quartieri popolari, a 18 debutta con i professionisti e gioca titolare nella finale di Coppa Uefa vinta dagli olandesi.

Feyenoord Van Persie
Credits Twitter

La gloria arriva, forse troppo in fretta. Robin si esalta per l’annata spettacolare, ma nel momento del trionfo riaffiorano vecchie ruggini. A marzo aveva litigato in campo con Pierre Van Hooijdonk, stella indiscussa della squadra, reo di essersi messo sul punto di battuta di una punizione che non gli spettava. Spintone del ragazzino al compagno, punizione battuta alla perfezione ma rete evitata da un miracolo del portiere avversario. L’episodio aveva fatto innervosire non poco l’allenatore, Bert Van Marwijk, che non si dimenticherà dello sgarbo. In estate Robin sfoggia una Mercedes fiammante invece della macchina standard in dotazione ai giocatori del club, la sua arroganza cresce e all’inizio della stagione successiva i veterani chiedono che sia punito adeguatamente. Iniziano le partite passate in panchina a veder giocare gli altri e una lunga guerra fredda con l’allenatore.

“Alcuni dei miei compagni avevano 33, 34 anni e giocavano per gli ultimi soldi che avrebbero guadagnato in carriera. Ricordo che una volta in Coppa Uefa feci un numero rischioso per superare un avversario e uno di loro mi urlò ‘Non riprovarci, stai giocando con i miei soldi!’. Non ci potevo credere, per me il calcio è sempre stato divertimento.”

La svolta arriva nell’aprile 2004, contro l’Ajax la guizzante ala sinistra gioca con freddezza e maturità nonostante gli sputi e i lanci di birra da parte dei tifosi avversari, segna la rete dell’1-1 e manda un bacio ai contestatori. A fine partita quaranta scalmanati lo inseguono per fargliela pagare, ma il ragazzo riesce a sgusciare via per un soffio. Il fato vuole che il padre del ragazzo si trovi nello stesso bar di Steve Rowley, osservatore dell’Arsenal. Bob decide di rischiare: “Guardi che Robin sta per firmare con il PSV, deve muoversi se lo vuole firmare”. Scommessa vinta, Rowley lo porta in dono ai Gunners.

Londra, la consacrazione

Il rapporto tra Van Persie e il suo nuovo allenatore, Wenger, è da subito schietto e cordiale. Il francese lo accoglie così: “Quando riuscirai a dribblare in allenamento Campbell e Touré, potrai giocare!”. L’attaccante non si tira indietro, ma le difficoltà non mancano. Il suo allenatore si irrita per gli inutili cartellini collezionati dal ragazzo, Dennis Bergkamp prova a fargli notare gli errori e a istruirlo dal punto di vista tattico. “Vidi Bergkamp allenarsi, in 45 minuti di totale solitudine non fece un singolo errore. In quel momento capii che un giorno avrei dovuto raggiungere quel livello”.

Dopo la gioia dell’esordio con la nazionale olandese, si verifica un episodio che rischia di far deragliare la sua promettente carriera. In seguito a un festino in una stanza di hotel Van Persie viene accusato di stupro, per sua fortuna dopo qualche settimana di prigione le accuse cadono e viene rilasciato. Il suo matrimonio viene messo a dura prova ma resiste miracolosamente, a 21 anni Van Persie trova la sua maturità e in Wenger il padre calcistico che lo conduce con perizia alla consacrazione. Gli anni all’Arsenal sono straordinari, dopo il ritiro di Bergkamp e la cessione di Ljungberg Robin da ala sinistra si trasforma nella seconda punta titolare in appoggio a Henry, quando anche il francese abbandonerà Londra Van Persie si caricherà il peso dell’attacco sulle sue spalle per diventare un centravanti, fulcro del 4-3-3 dei Gunners. L’olandese rimane a Londra fino al 2012, segnando parecchio senza mai smettere di esibire la sua tecnica sopraffina. Anni magnifici, intrisi purtroppo di rimpianto per la mancanza di vittorie di rilievo, in bacheca ci sono soltanto una FA Cup e un Community Shield.

Van Persie Arsenal
Credits ABC News

Nel frattempo anche in maglia Oranje è arrivata una cocente delusione, la finale del mondiale sudafricano del 2010 persa contro la Spagna. Nonostante una stagione caratterizzata dagli infortuni, il vecchio amico-nemico Van Marwijk ha deciso di metterlo al centro dell’attacco e puntare su di lui, ma Van Persie non è mai riuscito a trovare una forma accettabile e le sue prestazioni hanno deluso le aspettative dalla prima all’ultima partita. Come il gioco dell’Olanda, neanche lontano parente della rivoluzione messa in atto dal Calcio Totale e raccontata nel miglior libro mai scritto sull’argomento, Brilliant Orange di David Winner. Il calcio di Van Marwijk è difensivo e funzionale, Van Persie è il più sfibrato dei suoi interpreti e deve masticare amaro dopo l’ennesima sconfitta.

Le stagioni successive hanno il sapore del riscatto, in particolare quella 2011/12 è la migliore della carriera, 37 gol in 48 partite, da capitano dei Gunners si aggiudica il premio per il miglior marcatore della Premier (lo vincerà anche l’anno successivo, ma con un’altra maglia) e giocate da lustrarsi gli occhi. La sua versatilità è strabiliante, segna in ogni modo. Non possono mancare ovviamente gli spettacolari colpi al volo, marchio di fabbrica. Metà centravanti, metà prestigiatore. “He scores when he wants”, cantano estasiati i suoi tifosi che esibiscono con fierezza lo striscione “We don’t need Batman… we’ve got Robin”.

Manchester, il punto d’arrivo

Dopo un altro anno senza trionfi, Van Persie decide di cambiare aria. Il rammarico è innegabile, ma il richiamo della tradizione vincente del Manchester United di Sir Alex Ferguson è troppo forte per essere ignorato. “Mi trovavo di fronte a un dilemma. Amavo l’Arsenal. Lo stadio, i tifosi, l’atmosfera. Una parte di me soffriva, ma io sono un vincente. Era arrivato il momento di sollevare un trofeo.” Nella stagione 2012/13, con gli acerrimi rivali del suo Arsenal, arriva l’agognata vittoria della Premier League: Robin si traveste da uomo del destino e indossando il numero venti regala ai Red Devils il ventesimo trionfo in Premier. La rete messa a segno contro l’Aston Villa è il sigillo del campione. Al volo, come da tradizione.

Mentre coltiva la sua passione per il ping pong umiliando chiunque si azzardi a sfidarlo, l’attaccante si gode la vita famigliare e continua ad esprimersi ad altissimo livello senza abbandonare il gusto della giocata. Il tocco del creativo, come osserva fiero papà Bob, “l’artista della carta”, come lo chiamano a Rotterdam. Prima del mondiale brasiliano Van Persie diventa anche il marcatore più prolifico nella storia della nazionale dei Tulipani mettendo a segno una tripletta contro l’Ungheria, seconda per importanza soltanto a quella che abbatte l’Olympiakos negli ottavi di Champions League. Il Mondiale 2014 inizia nel modo migliore: la roboante rivincita contro la Spagna termina 5-1, Robin vola come un angelo per segnare una rete difficilissima anche soltanto da immaginare prima di concludere l’opera nella ripresa demolendo gli avversari insieme a un Arjen Robben ultraterreno.

Van Persie gol Spain
Credits New York Times

Da capitano Van Persie si esalta nel momento più difficile, ma tra l’Olanda di Louis Van Gaal e la gloria stavolta ci sono i rigori contro l’Argentina in semifinale. Per la stagione 2014/15 sulla panchina dello United arriva proprio Van Gaal, grande estimatore del connazionale. Il rapporto tra i due si incrina quando l’attaccante, al rientro dopo l’ennesimo infortunio, si lamenta per le scelte dell’allenatore. Gioca meno, segna meno e nell’estate 2015 deve andarsene, non senza strascichi polemici.

“Ho parlato con Van Gaal che mi ha detto: ’Ok Robin, le nostre strade si dividono, devi andare via’. Io gli ho risposto che avevo ancora un contratto, e lui: ‘Non me ne frega niente’. Rude. Me l’aspettavo, ma non in quel modo. Ero in Inghilterra da undici anni”.

Istanbul e Rotterdam, il viale del tramonto

Accolto come un eroe all’aeroporto di Istanbul, Van Persie non delude le aspettative e nonostante i diversi infortuni mette a segno 36 gol in due stagioni con il Fenerbahce. Nel gennaio 2018 arriva però il momento di chiudere il cerchio della sua carriera e di tornare a casa. Il Feyenoord lo riaccoglie a braccia aperte, a 34 anni l’olandese sente di avere ancora qualcosa da dare ai suoi vecchi tifosi. Qualche capello bianco, un fisico non all’altezza dei fasti della gioventù, Van Persie gioca come se il tempo non lo avesse scalfito e timbra la conquista della Coppa d’Olanda con una rete delle sue, esaltata dal boato del de Kuip.

L’inevitabile ritiro arriva nel maggio del 2019, il suo stadio vestito a festa lo saluta per l’ultima volta, applaudendo l’uomo che può ricordare senza rimpianti il ragazzino che inseguiva un sogno: “In fondo sono sempre rimasto quel bambino, che aveva un solo desiderio, giocare a calcio.”