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Robert Prosinecki, dribbling e Marlboro

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Un uomo dalla zazzera bionda e disordinata avanza dondolando, tra dribbling barocchi ed eleganti tocchi di suola, simulando indecisione prima del bruciante cambio di direzione; Robert Prosinecki al suo massimo, immerso in sfide personali con i suoi marcatori, vittime innocenti sacrificate sull’altare del talento. Ripercorrendo la carriera del centrocampista croato, riguardando le danze sincopate nelle compilation di dribbling su YouTube, viene da pensare alla frase, scolpita nella leggenda, di George Best rivolta a Johan Cruijff: “Tu sei il più forte, ma solo perché io non ho tempo”.

Anche per Prosinecki non esisteva solo il divertimento garantito dalla sfera di cuoio, come ammette tranquillamente lui stesso quando dichiara, poco dopo il ritiro, “Se non fosse stato per lo spritzer sarei stato il più forte del mondo. So benissimo che fumare non è il massimo per un atleta, ma d’altronde è l’unico vizio che ho… nessuno vive fino a cent’anni”. Zvonimir Boban, suo amico dai tempi in cui giocavano nelle giovanili della Dinamo Zagabria, aggiunge un altro aneddoto, “Fumava tre pacchetti di sigarette al giorno già quando aveva 12 anni”. Prosinečki di sicuro aveva anche un altro vizio, il dribbling.

Trenta secondi di puro Prosinecki, attenzione al rischio epilessia. Oltre alle straordinarie capacità tecniche nel controllo e nella sensibilità di tocco con la suola, il croato era eccezionale anche nell’uso del corpo come arma di protezione e, al tempo stesso, strumento di dribbling.

Robert è nato in Germania Ovest da papà croato e madre serba, due gastarbeiter che decidono di riportarlo in Jugoslavia quando il ragazzo ha dieci anni. Prosinecki raggiunge la maggiore età e il padre insiste con l’allenatore della sua squadra, la Dinamo Zagabria, per fargli avere un contratto da professionista. La risposta di Miroslav Ciro Blažević è perentoria: “Mi mangerò il mio diploma da allenatore se questo qui diventerà mai un giocatore professionista”. L’uomo che diventerà il più famoso allenatore nella storia della nazionale croata si sbagliava.

Il padre di Robert non si arrende e organizza un incontro con Dragan Džajić, leggenda della Stella Rossa e in quel momento direttore generale della squadra di Belgrado. “Aveva quest’aria quasi disinteressata di chi si trova lì per caso, ma che una volta in campo diventa un altro. Dopo averlo visto all’opera, ho trovato l’accordo con suo padre in cinque minuti.” Nell’ottobre del 1987 il mondo si accorge di lui. Al mondiale Under 20 in Cile Žuti, il Giallo, così soprannominato a causa della chioma bionda, fa parte di una squadra piena di talento, insieme a lui scendono in campo ragazzi terribili come Boban, Šuker, Mijatović. Robert si gioca il primato di più talentuoso della squadra con Zvone e nei quarti di finale segna con una punizione magistrale quasi a tempo scaduto, eliminando il Brasile. Un passo di rincorsa e palla nel sette, con una facilità disarmante.

Sorseggiando un drink ghiacciato sigaretta alla mano.

Prosinečki è un centrocampista centrale con spiccate doti offensive, spesso schierato anche da ala destra o sinistra oppure avanzato a ridosso delle punte. Danza in campo, scarta leggero e serve una pioggia di passaggi invitanti per i compagni. In finale la Jugoslavia supera ai rigori la Germania Ovest e lui, assente perché squalificato, può festeggiare. Miglior giocatore del torneo? Il Giallo, naturalmente.

L’ultima vittoria della Jugoslavia

Robert torna alla Stella Rossa, con cui vincerà tre campionati, una Coppa di Jugoslavia e soprattutto la Coppa dei campioni nel 1991. Džajić e l’ex cestista Vladimir Cvetković hanno costruito una squadra dal talento straripante. Qualche nome a caso: Sinisa Mihajlović, Vladimir Jugović, Dejan Savicević, senza dimenticare la brillante meteora Darko Pancev, infallibile in quel periodo. A guidarli, il primo allenatore nella storia dei biancorossi a non aver giocato nella Stella Rossa, Ljupko Petrović, lessico stentato ma idee chiare e allenamenti durissimi. Džajić scommette su di lui e ha anche il coraggio di vendere la stella della squadra, Dragan Stojković detto Piksi, capace di far ammattire il primo Milan di Sacchi nel 1988.

L’azzardo del direttore generale paga e il “morire nella bellezza”, assioma del calcio slavo, viene messo da parte per toccare con mano il trionfo. Il leader in campo è un biondo allampanato: ambidestro, eccellente visione di gioco, dribbling secco e letale. “Finta a destra, finta a sinistra, vado dove voglio io”, così lo descrive Federico Buffa. Contro il Glasgow Rangers segna con una punizione delle sue e si fa cento metri per esultare sotto la curva occupata dai Delije, gli “eroi”. Nella finale di Bari, Piksi Stojković, asso dell’Olympique Marsiglia, non si presenta sul dischetto nella lotteria finale dei rigori e la Stella Rossa è campione.

Prosinecki realizza con freddezza il primo penalty dei suoi, riscattando la meno fortunata avventura dell’estate precedente, al Mondiale ’90 giocato in Italia. Anche allora non aveva sbagliato, ma non era bastato per battere l’Argentina. Stavolta è andata bene, ma nessuno sa ancora che quel trionfo verrà ricordato come l’ultima vittoria della Jugoslavia unita. Sul campo di Bari i giocatori di origine serba esultano mimando il segno del “tre” (Dio, patria, famiglia) con le dita. Prosinecki no, sono trascorsi undici anni dalla morte di Tito, due dalla caduta del Muro di Berlino, la Croazia vuole l’indipendenza e Robert si sente croato. La storia sta per trasformarlo nell’unico giocatore in grado di segnare ai mondiali con due maglie diverse, mentre lui si trasferisce in Spagna per giocare col Real Madrid. Infortuni e vita sregolata non lo aiutano, le tre stagioni con i Blancos saranno un insuccesso. Nonostante questo, nel 1991 riesce a infilare un gol su punizione nel Clásico e due anni dopo si toglie la soddisfazione di “scherzare” un certo Diego Armando Maradona in una sfida contro il Siviglia.

Eppure non c’è arroganza nel gesto: è la tipica giocata barocca e irresistibile di Prosinecki, troppo per quel Maradona.

Il Real decide di mandare l’irrequieto centrocampista in prestito all’Oviedo, dove si riunirà con l’allenatore che lo aveva accolto nella capitale al suo arrivo, il serbo Radomir Antić. Sotto la sua guida Robert si riprende e nell’estate del 1995 passa al Barcellona. Un’altra stagione difficile, Johan Cruijff, allenatore dei blaugrana, lo aspetta dopo gli iniziali guai fisici ma tra i due non scocca mai la scintilla anche per visioni del gioco piuttosto antitetiche. Del primo anno con la nuova squadra si ricorderà soprattutto questo gol contro l’Albacete.

La maglia a scacchi biancorossi

Nell’estate del 1996, la Croazia partecipa al suo primo torneo internazionale e naturalmente Prosinecki è tra i convocati. Ripensando alle ultime disavventure con la defunta Jugoslavia, l’Europeo sarà sicuramente una boccata d’ossigeno. Euro ‘92 aveva visto la Jugo esclusa dal torneo con un fax: la Jugoslavia come Stato non esisteva più. Al posto di Prosinecki e compagni in Svezia ci andrà la Danimarca, che aveva terminato alle loro spalle il girone di qualificazione. Incredibilmente, saranno proprio i danesi ad aggiudicarsi la competizione. Quattro anni dopo la Croazia affronta nel girone proprio la Danimarca, affondata dalle giocate di Boban e Šuker. La corsa dei Vatreni si interrompe nei quarti di finale contro la Germania, ma il meglio deve ancora arrivare. Dopo l’addio al Barcellona dovuto al pessimo rapporto con Bobby Robson e alle aspettative deluse, Prosinečki trova una dimensione da protagonista con le maglie del Siviglia prima e della Dinamo Zagabria (allora Croatia Zagabria) poi.

Se Romeo e Giulietta fosse stato ambientato durante Francia ’98, Prosinecki avrebbe interpretato il ruolo di Mercuzio, autore di stranezze che sembrano vincenti prima di essere sbattuto fuori dalla scena quando la situazione si fa seria. Ai mondiali Prosinecki, che fuori dal campo è tra i primi calciatori a esibire con fierezza orecchino e tatuaggi – famoso il leone sulla gamba destra -, parte titolare nel 3-5-2 disegnato da Ciro Blažević e firma il suo esordio con una rete d’autore nel 3-1 contro la Giamaica. Dribbling di suola e un tiro che sembra un cross ma in realtà è un’opera d’arte.

La classica finta di corpo, insieme alla giocata di suola, che fa sembrare il difensore giamaicano un giocatore di un altro sport catapultato ai Mondiali per caso.

Nelle altre due partite del girone Prosinecki non incanta e, come al solito, risente di qualche acciacco fisico. Blažević lo rimetterà in campo soltanto nei minuti finali della sfida, persa, in semifinale contro i padroni di casa. Resta il dubbio che a condannare all’eliminazione i croati non sia stata soltanto la sciagurata palla persa da Boban che ha permesso a Thuram di segnare il gol del pareggio, ma anche la decisione di lasciare fuori il bohémien biondo.

Sembra che prima della partita, nel ventre dello Stade de France, Blažević avesse già annunciato ai suoi che Prosinecki non avrebbe giocato. Tempo dopo, l’allenatore degli allenatori, così è soprannominato in patria, avrebbe raccontato che la sua esclusione sarebbe dipesa dalla decisione di Prosinecki di abbandonare l’allenamento prima della semifinale perché innervosito dalla panchina contro la Romania, affermazione poi rettificata in un dialogo con lo stesso giocatore in cui Blažević parla degli infortuni di Robert e del rimpianto per quella scelta impopolare. Vicenda chiusa da Prosinecki con queste parole: “Blazević ha i suoi difetti e i suoi pregi, come tutti. Per qualche ragione, ha sempre avuto problemi con me. Penso che se avessi giocato almeno mezz’ora contro la Francia credo che sarei riuscito a cambiare le sorti del match. Non sono arrabbiato con Blažević, ma penso che abbia fatto un errore.” Nella finalina con l’Olanda Prosinecki è titolare, dopo neanche un quarto d’ora gira su se stesso con un’elegante giravolta e insacca il pallone alle spalle di Van Der Sar eludendo la doppia scivolata di Numan e Cocu.

prosinecki holland gol
Credits Sport.net

I tempi d’oro per Prosinečki con la Croazia finiscono dopo questo lampo accecante di classe, la delusione per aver saltato il match decisivo è troppa e annuncia il ritiro dalla Nazionale. Blažević manca la qualificazione a Euro 2000 e deve abbandonare la panchina proprio quando Prosinecki decide di tornare. L’ultima possibilità è il mondiale del 2002, il Giallo ci arriva dopo aver segnato una doppietta contro San Marino nelle qualificazioni ma dopo un primo tempo incolore nell’esordio contro il Messico viene relegato in panchina e la Croazia viene eliminata dopo tre partite.

Portsmouth, il canto del cigno

Per quanto riguarda le squadre di club, con la Croatia Zagabria Prosinecki ha giocato da protagonista fino all’estate del 2000, vincendo tre campionati di fila e caricandosi la squadra sulle spalle nelle sfide più difficili in Coppa Uefa e in Champions League. Nella stagione 2000/01 si divide tra Hrvatski Dragovoljac e Standard Liegi, poi l’annata che lo trasforma in idolo immortale per i tifosi del Portsmouth. L’odierna Championship lo accoglie con gioia e lui accontenta i tifosi con giocate spettacolari e decisive. Rispetto agli anni d’oro la mobilità è diminuita e la massa aumentata ma la classe è invariata, i difensori cadono letteralmente ai suoi piedi.

Destro, sinistro, dribbling stordente, assist col contagiri, punizioni da manuale. Categoria superiore.

La città portuale dell’Hampshire impazzisce per il croato, che è il faro del gioco e dal centro del campo orchestra le azioni con i suoi tempi illegibili per molti. All’epoca l’unica alternativa per i Pompey era il lancio lungo verso un ragazzotto smunto di nome Peter Crouch, troppo promettente per restare, infatti se ne andrà all’Aston Villa a metà stagione. Oltre a ricordare che molti dei suoi 19 gol in quella stagione gli sono stati serviti su un piatto d’argento proprio da Prosinecki, l’attaccante inglese dichiara nel suo libro, “I, Robot: How to be a footballer”, che il croato fumava un attimo prima di scendere in campo, durante l’intervallo nella toilette –  pare che il magazziniere lo aspettasse con una Marlboro rossa già accesa – ed era la prima cosa che faceva a fine partita. Crouch racconta anche che Prosinecki in privato rispondeva con un perfetto inglese, ma quando gli veniva chiesto qualcosa in pubblico la sua risposta era “Sorry, I don’t understand”. Prosinečki gioca ancora con Olimpia Lubiana, NK Zagabria e Savski Marof, sempre a Zagabria, con cui si ritirerà a 36 anni.

La nuova sfida

Nessuno se lo sarebbe aspettato e forse proprio per questa ragione Prosinečki diventa allenatore. Inizia da assistente all’NK Zagreb, poi dal 2006 sulla panchina della Croazia è il vice di Slaven Bilić, ex libero al mondiale francese, personaggio sopra le righe che carica il gruppo con canzoni hard rock e decide di rottamare lo storico 3-5-2 di Blažević. A Euro 2008 i Vatreni soccombono ai quarti di finale dove la Turchia vince ai calci di rigore, il ricordo di Italia ’90 non sembra poi così sbiadito. Nel dicembre del 2010 Prosinečki torna all’antico amore, la Stella Rossa. È il primo croato ad allenare in Serbia dopo la guerra, la cosa fa notizia ma lui non si scompone minimamente, ha in mente un calcio d’attacco come quello della Stella Rossa del suo passato. La società è piena zeppa di ex compagni di allora, compreso il presidente Vladan Lukić, ma non basta e per due stagioni di fila la Stella si deve accontentare del secondo posto alle spalle dei rivali del Partizan.

Prosinecki se ne va dopo aver vinto la Coppa di Serbia, per accasarsi due stagioni al Kayserispor, in Turchia, avventura non indimenticabile per usare un eufemismo. Nel dicembre 2014 la svolta positiva, alla guida dell’Azerbaijan fa buone cose risollevando le sorti di una nazionale che migliora decisamente anche se manca la qualificazione a un torneo importante. In virtù delle qualità mostrate con gli azeri nel gennaio 2018 ecco la grande chance, sulla panchina della Bosnia Erzegovina. E il fisico è lontanissimo parente di quello di un tempo.

prosinecki bosnia
Credits Il Posticipo

Purtroppo per il secondo allenatore croato dopo Blažević a occupare questa panchina, i risultati non arrivano e nel dicembre 2019 Prosinečki lascia la Bosnia prima dei playoff per Euro 2020 per tornare al Kayserispor. Finora la carriera da allenatore di Robert non è mai decollata nonostante le occasioni per mettersi in mostra ci siano state, ma non è difficile immaginarsi un colpo di genio che possa disorientare i detrattori, lasciandoli smarriti per l’ennesima volta di fronte alla creatività del diavolo biondo.