Eriksen

Christian Eriksen: il piccolo principe è sbarcato a San Siro

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Di Valerio Santori

“Io credo che egli approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici.” (Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry)

Sono passati quasi cinque mesi da quando Christian Eriksen è sbarcato a Milano, sponda Inter. Cinque mesi nei quali il centrocampista danese è stato dapprima descritto come gran colpo di mercato, poi come possibile salvatore della patria, successivamente come talento incompreso e più recentemente come vero e proprio problema tattico per il suo allenatore Antonio Conte. Un’altalena di valutazioni concitata e forse lievemente assurda se si pensa a come i giudizi si siano dispiegati lungo l’arco di sole quattro partite disputate dal danese prima della sosta forzata. Ma si sa: la stampa e i tifosi, in tutti i paesi del mondo, non possono permettersi di aspettare. E così Eriksen si è trovato suo malgrado nella pessima condizione di dover dimostrare il proprio talento nel corso di una pandemia globale. Due mesi di lockdown hanno forse acuito i sospetti intorno al calciatore da parte degli addetti ai lavori, poiché quando non sono molti i fatti di cui parlare si rischia di cronicizzare le ruminazioni sui tempi andati.

Ma è davvero così forte come dicono? La domanda a cui ciascun calciatore con un nome altisonante deve rispondere dopo ogni trasferimento si era moltiplicata in altri subdoli interrogativi: Ma siamo sicuri che sia adatto al gioco di Conte? Ma qual è il suo ruolo? Ma davvero vale quell’ingaggio? Ma sarà adatto al calcio italiano?

Domande destinate a restare prive di risposte fino al ritorno del calcio giocato, poiché, croce e delizia del mestiere del calciatore, solo novanta minuti sul rettangolo verde possono equivalere a mesi e mesi di articoli e trasmissioni televisive. Ma, alla fine, il 13 giugno i riflettori si sono riaccesi. Eriksen nella semifinale di ritorno di Coppa Italia contro il Napoli gioca una partita modesta, ma arricchita da un gol su calcio d’angolo. Al termine del successivo recupero di campionato nel quale la scorsa domenica l’Inter ha affrontato la Sampdoria, il danese ha definito il suo gol “fortunoso”. È incredibile come nel calcio il momento della verità non coincida quasi mai con la risoluzione dei dubbi che lo accompagnano: penso a Messi e ai suoi mondiali con l’Argentina, all’eterno ritorno del paragone tra la Pulce e Maradona, alle attese ogni quattro anni continuamente deluse e poi riproposte, intatte, a partire dall’anno seguente. E così, nel suo piccolo, anche la partita di Eriksen al San Paolo non ha risolto alcun dilemma. Va bene il gol, ma è forte o no?

Per scoprirlo, restate sintonizzati. La scorsa domenica l’Inter è sembrata una delle squadre più in forma dopo il lockdown. Vince 2 a 1 annichilendo, per almeno sessanta minuti, una Sampdoria a tratti inguardabile. Forse, anche se fosse stato possibile per i tifosi doriani l’accesso al proprio spicchio di stadio, da quelle parti sarebbe regnato comunque il silenzio, almeno fino al gol rocambolesco di Thorsby che al 52esimo accorcia le distanze regalando ai suoi una flebile speranza fino al termine della gara. Christian Eriksen gioca una buona partita, gestisce brillantemente il pallone quando capita nella sua zona, sembra più a suo agio che mai nei meccanici schemi di Conte che concedono davvero poche possibilità di scelta ai calciatori, almeno fino agli ultimi 30 metri di campo. Segna anche un gol, annullato per fuorigioco, già al secondo minuto. Al termine della gara sarà scelto come migliore in campo dalla totalità della stampa, che da quel momento in poi lo descriverà come l’uomo in più grazie al quale l’Inter può ancora sperare in una clamorosa rimonta scudetto. La mia sensazione, però, è che non sia la prestazione complessiva di Eriksen a determinare tali giudizi.

La mia sensazione è che sarebbero bastati anche solo i primi dieci minuti della sua personale partita per mettere finalmente tutti d’accordo sul suo valore. Anzi, la mia sensazione è che sarebbe bastato anche un solo minuto della sua prestazione per fugare ogni dubbio: parlo chiaramente del minuto dieci del match. Skriniar porta avanti la palla sulla fascia destra, avvicinandosi alla linea di centrocampo alla sua maniera, ovvero caracollando in quel modo così simile al Lucio del triplete. Fa partire un lancio teso per Lautaro che, nonostante il disturbo di Bereszyński riesce a mettere giù il pallone, ripulirlo, allargarsi verso destra, prima di servire con un tacco inaspettato l’arrivo di Lukaku. Il belga stoppa in posizione centrale al limite dell’area e viene subito attaccato ancora una volta da Bereszyński, che sembra l’unico giocatore della Sampdoria interessato a difendere. Ma vede Eriksen sulla sua sinistra e gli propone un uno-due per superare il difensore polacco. Eccoci, siamo arrivati al minuto dieci.

Il passaggio di Lukaku è solo il principio di quei tanti uno-due destinati a rimanere uno e basta. Immaginati dalla mente boriosa delle punte, che pensano unicamente a segnare anche quando la partita è finita e si trovano sotto le docce, questi sono scambi in realtà quasi impossibili da realizzarsi per i tempi e gli spazi a disposizione. Anche questa volta è così, e quando Eriksen sta per ricevere lo scarico del compagno, ci si aspetta che pensi solo a due cose: tirare in porta, visto che si trova ben dentro l’area, e tirare in porta. Ma non succede, Eriksen non tira in porta.

Eriksen mantiene una lenta corsetta obliqua rispetto al portiere doriano, una corsa che lo sta portando ad allargarsi lievemente a sinistra, mentre guarda interessato Lukaku. Riceve palla e continua la sua corsa, sempre verso sinistra, ma questa volta la palla non c’è più. La sfera è stata passata magicamente a Lukaku, anzi, al piede sinistro di Lukaku, ed è pronta ad essere spinta in rete. Il belga, quasi sorpreso, non se lo fa dire due volte e la deposita lì, dove finiscono i palloni che diventano gol. Uno a zero Inter. E uno a zero per Eriksen.

Al termine della gara, come si è già detto, il danese viene incoronato come migliore in campo. Allo Sky Calcio Club condotto da Fabio Caressa sono tutti d’accordo: Eriksen finalmente ha mostrato le sue qualità. Paolo Di Canio, grande conoscitore del campionato inglese, dice di aver rivisto l’Eriksen che ricordava in Premier League. Vengono anche mostrate delle statistiche a supporto dei giudizi positivi: Eriksen ha toccato più palloni, ha corso di più, è stato maggiormente coinvolto. Ma è Alessandro Del Piero, in collegamento dall’America, il primo a esplicitare il reale motivo per cui tutti, di colpo, hanno “visto” finalmente il vero calciatore: quel passaggio di prima.

“Quel passaggio di prima dentro l’area… con che naturalezza e scioltezza lo fa…Vederlo e farlo correttamente significa che stai bene di testa e di gambe, ma di testa soprattutto, che è la cosa che a mio avviso fa la differenza.”
(Alessandro Del Piero)

Le parole di Del Piero sono meravigliosamente semplici e allo stesso tempo perfette. Vederlo e farlo, i due step che rendono una giocata conforme al manuale dei campioni, che Alex conosce a memoria.

Vederlo

Vedere un passaggio non significa immaginarlo, nella maniera più assoluta. Come suggerisce il senso letterale della frase vedere un passaggio significa che questo passaggio già esiste, e va solo riconosciuto. Ciò che ci sta dicendo Del Piero è che il Manuale del calcio, reso famoso in Italia dalle mirabolanti telecronache tanto formalmente scorrette quanto entusiasmanti di Josè Altafini nei primi anni duemila, seppur mai pubblicato, in realtà esiste. Certo che esiste, solo che non è accessibile a tutti. Esiste un modo corretto di giocare a calcio, lì dove con corretto non si intende certamente l’accezione edulcorata che ne danno oggi gli spot-progresso per il fair play della UEFA. Esiste un modo corretto di giocare a calcio perché Eriksen, mentre riceve la palla di Lukaku, avrebbe potuto pensare di tirare in porta, come tutti noi a casa abbiamo pensato che dovesse tirare in porta, ma ha fatto invece la scelta giusta. Una scelta che noi non avevamo visto, mentre lui sì. Si potrebbe dire che il manuale del calcio sia composto da tutte le giocate che solo i campioni sono in grado di leggere.

“L’essenziale è invisibile agli occhi.”
(Il piccolo principe)

Da quando è terminata Inter-Sampdoria, in orario più tardo rispetto a quello a cui eravamo abituati pre-pandemia, non faccio altro che pensare a questa frase de Il piccolo principe, la nota favola con la densità di un trattato filosofico nata dalla mente e dal cuore di Antoine de Saint-Exupéry. Come scritto in precedenza, al termine della partita la stampa italiana ha riconosciuto finalmente il valore di Christian Eriksen, ovvero la sua essenza di campione. Beh, se si pensa a come questa essenza si sia manifestata, ovvero per mezzo di una giocata che solo Eriksen aveva visto, e che quindi era fino a pochi momenti prima invisibile a tutti, credo che citare lo scrittore e aviatore francese non sia fuori luogo.

Ho ripreso dunque la mia bella edizione Bompiani del libriccino, edizione alla quale sono particolarmente affezionato perché mi accompagna da quando sono bambino, e mi sono stupito nel riconoscere, già sulla copertina, una certa somiglianza tra il biondino disegnato dall’autore e il biondino che avevo appena visto in campo. Lo ammetto, forse mi sto lasciando suggestionare. Anzi, sicuramente sono ancora fuori di me nel momento in cui scrivo queste righe, come sempre dopo aver visto qualcosa di bello. Ma devo ammettere che la somiglianza resta tale nella mia mente anche a distanza di giorni. Christian Eriksen come il piccolo principe, biondino, con aria fanciullesca vaga per il campo. Nella favola di Antoine de Saint-Exupéry viaggia su vari asteroidi prima di fare rotta sulla terra: Odense, Ajax, Tottenham. Ok, sto un po’ esagerando.

Farlo

Riprendiamo le parole con cui Del Piero ha elogiato il passaggio di Eriksen nel corso di Sky Calcio Club: Quel passaggio di prima dentro l’area… con che naturalezza e scioltezza lo fa…Vederlo e farlo correttamente significa che stai bene di testa e di gambe, ma di testa soprattutto, che è la cosa che a mio avviso fa la differenza.

Quando ho descritto l’azione del gol, in precedenza, ho scritto che Eriksen non passa la palla a Lukaku, ma al piede sinistro di Lukaku, guarda caso quello buono. Sì, perché Lukaku è mancino, sebbene calci discretamente anche col destro, ed Eriksen lo sa. La palla di ritorno che gli serve è così perfettamente calibrata da fermarsi esattamente pochi centimetri davanti il suo piede sinistro, ed è chiaro a tutti che ciò non è il frutto di una casualità. Eriksen con cura mette la palla proprio lì dove il suo compagno sogna e non si aspetta di riceverla. Cura. Che parola meravigliosa.

L’abbiamo sognata molto, una cura, nei mesi scorsi, nel corso delle fasi più tremende di questa disgraziata pandemia. La parola cura deriva dalla radice ku-/kav-, osservare. La cura è la responsabilità che deriva nel saggio (kavi) dall’osservazione. Facile ricondurre quindi la cura all’accezione medica appena suggerita: tramite una diagnosi, ovvero un’osservazione profonda basata sull’esperienza pregressa, un medico nota ciò che non va e può decidere una cura, che è il portato della sua responsabilità di rimettere le cose apposto. Ma si può avere cura anche di un giardino, di se stessi, di un amore.

La cura non va confusa con la dedizione, che ne è un derivato non per forza necessario. Deditus significa sottomesso, la dedizione è una sottomissione, spesso nobile, alla responsabilità della cura. Nei nostri tempi questa sottomissione si misura spesso col dedicare tempo a qualcosa, sottomettere vita. Quando si scrive della cura maniacale del corpo di Cristiano Ronaldo, si evidenziano le ore passate nella palestra personale, le sue rinunce a tavola. Insomma, le sue varie sottomissioni. La parola cura ha quindi oggi anche un’accezione quantitativa, che la appaia alla dedizione. Ma il significato originario della parola è diverso, è il significato che le attribuisce Franco Battiato nella sua celebre canzone La cura. Un significato profondamente radicato nella responsabilità.

Ma di cosa è responsabile Christian Eriksen quando ha cura di mettere la palla esattamente sul piede sinistro di Lukaku? Non è facile dirlo, ma non penso che la risposta sia il gol del belga, né il belga stesso. Christian Eriksen tratta la palla con quella cura perché innanzitutto è responsabile di se stesso, della sua essenza, misconosciuta fino a quel momento della partita dai media italiani. E nel caso la sua essenza sia ammissibile nell’aristocrazia dei campioni che scrivono il manuale del calcio, allora possiamo dire che Christian Eriksen in quel momento sia responsabile del calcio stesso. D’altronde il calcio è un gioco creato dai giocatori, non è un’entità a se stante. Il calcio muta continuamente in base a ciò che i giocatori fanno sul rettangolo verde. Se oggi ha il volto di Maradona, Pelè, Roberto Baggio, Pirlo, è perché questi giocatori, ovvero quelli che chiamiamo campioni, se ne sono presi maggiormente cura.

Quindi Christian Eriksen al decimo minuto del primo tempo vede il passaggio giusto, lo effettua con cura, e ciò genera bellezza. Finora non ho ancora parlato di bellezza. Abbiamo parlato di cose giuste, di cura, di aristocrazia del pallone, ma non di bellezza. Eppure tutti noi sappiamo che ancor prima di tutti questi girotondi verbali che vi ho sottoposto finora, la prima reazione quando abbiamo visto il passaggio di Eriksen per Lukaku è stata, semplicemente, lo stupore che accompagna la visione del bello. E anche Del Piero, se ci fate caso, ancor prima di parlare del vedere e fare il passaggio, manifesta stupore. Rileggiamo ancora il suo commento.

Ciò che stupisce Del Piero, ovvero la bellezza del gesto, risiede nella naturalezza e scioltezza con cui Eriksen vede e fa, insomma, la naturalezza con la quale asseconda il manuale del campione. La parola naturalezza, in questo caso, potrebbe essere tradotta come mancanza di sforzo. Ciò che impressiona Del Piero è quindi l’opposto della dedizione. Naturus è un participio futuro, significa “ciò che è per nascere”, quindi ciò che deve necessariamente generarsi. E così quando a colpirci è la naturalezza di un gesto, ci stiamo esaltando perché chi lo ha compiuto sembra essere nato per metterlo in atto, tant’è che non deve neanche sforzarsi. Ciò che ci è piaciuto così tanto del passaggio di Christian Eriksen, in fin dei conti, è che in quel passaggio ci sia stata la manifestazione di un dono, o se vogliamo, una dichiarazione di nobiltà. È un qualcosa che personalmente definisco “effetto Roger Federer”.

Eriksen, il piccolo principe

Mi trovavo con questi pensieri al termine della partita, e non riuscivo a prendere sonno. Il libriccino del piccolo principe tra le mani: lo sfogliavo e non potevo fare a meno di notare la somiglianza. Eriksen sembra davvero in tutto e per tutto il piccolo principe tratteggiato da Antoine de Saint-Exupéry: biondo, di corporatura minuta rispetto agli altri calciatori, con un’aria da bambino e soprattutto una certa nobiltà d’animo visibile anche dall’esterno, una certa ingenuità. Sembra quasi un putto in campo, lo si vede vagare senza riferimenti precisi, anche sul rettangolo verde sembra riproporre il viaggio di asteroide in asteroide. Sembra sempre leggermente avulso dal gioco, la sensazione è che ci sia quasi da ringraziarlo quando la sua azione coincide con quella della squadra. Non sto dicendo che Eriksen sia inutile, ma che la sua utilità sia solo un derivato, non il fine ultimo di ciò che fa.

Mentre pensavo queste cose, sentivo intanto le interviste post-partita, tra cui quella di Conte, l’allenatore nerazzurro che a fine gara ha detto che “anche Eriksen deve essere più cattivo, deve sfruttare le occasioni da gol”. Sicuramente mi sbaglierò, ma ho percepito in quell’anche “non richiesto” la conferma che Conte abbia visto le stesse cose che abbiamo visto io e Del Piero. Forse mi sbaglierò, ma ho percepito in quelle parole di Conte un’implicita ammissione della forgiatura diversa del danese. “Anche lui che è così, deve comunque…” sottomettersi, applicarsi con dedizione. Quella dedizione che è per Conte quasi una divinità pagana.

Ho pensato dunque a quei due, Eriksen e Conte, e a quanto siano decisamente differenti. Ho pensato al sergente di Lecce, cultore del lavoro e dell’applicazione fisico-tattica, teorico dell’uno-vale-uno se corre come tre. Ho pensato a Christian Eriksen, il piccolo principe danese atterrato a San Siro in una notte di giugno. Ho pensato a quei due. Per tutta la notte. A quanto siano opposti, o forse, complementari.