Malinovskyi

Ruslan Malinovskyi è dinamite pura

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“Quando ho cominciato a usare la dinamite, allora credevo anch’io in tante cose: in tutte. E ho finito per credere solo nella dinamite.” Una delle più celebri citazioni del disilluso dinamitardo James Coburn nel film che cala il sipario sull’epopea western di Sergio Leone ed Ennio Morricone, Giù la testa, può tornare utile per avvicinarci a un giocatore sui generis, quasi fuori tempo, per una spiccata caratteristica tecnica – o sarebbe meglio dire super-potere – che lo contraddistingue, elevandolo all’interno di una lunga schiera di centrocampisti più o meno simili: Ruslan Malinovskyi è diventato una delle armi più letali a partita in corso di questa Serie A, e lo deve soprattutto al suo tiro che ha pochi termini di paragone in Europa.

Malinovskyi, centrocampista versatile capace di ricoprire quasi tutti i ruoli del cono centrale del campo e della trequarti, inserito nel miglior e più efficiente contesto collettivo del campionato, si è comportato come uno di quegli imbucati al party, che, vestiti trasandati e con l’aria di chi ha appena staccato dopo un’intensa giornata di lavoro in fabbrica, si è preso la scena inaspettatamente, col piglio del pistolero silenzioso e senza nome che alle parole preferisce i fatti e l’azione. Nel suo caso i gol e le giocate con un mancino riconoscibilissimo, ma soprattutto i tiri dalla media e lunga distanza, vero trademark del talento ucraino fiorito nel Genk. Non esiste oggi un giocatore così legato a un singolo gesto, a un’abilità naturale, che finisce per oscurare l’intera silhouette di un centrocampista completo e adatto ai princìpi di gioco di Gasperini: lo stesso cognome Malinovskyi, come se si trattasse del personaggio di una graphic novel, è ormai divenuto sinonimo e rappresentazione mentale di un tiro violentissimo e improvviso, il più delle volte distruttivo ed imprendibile.

Il gol contro il Verona non sembra il prodotto del tiro di un essere umano, piuttosto un oggetto scagliato da una macchina costituita d’acciaio e alimentata a tritolo. Un futuristico e distopico mix degno di un calcio post-apocalittico che verrà giocato con i cannoni degli incrociatori da battaglia.

L’ucraino si è così ritagliato uno spazio tutto suo, si potrebbe azzardare perfino un angolo di immaginario collettivo finora rimasto senza un vero padrone; Malinovskyi è la rappresentazione plastica del tiro di potenza, prolungamento fisico di modi di dire e luoghi comuni che caratterizzano il calcio italiano da sempre: frasi come “spacca la porta”, “sfonda la rete”, espressioni vecchie come il gioco, perfino vintage in confronto agli anglicismi che permeano il racconto del gioco e la terminologia tecnica odierna, ma proprio per questo motivo affascinanti e dal gusto classico. In pochi mesi di campionato Ruslan è riuscito a introiettare uno di quegli atti archetipici del gioco – quale il tiro da fuori area – in sé. A tal punto che ormai i due concetti sembrano diventati indistinguibili: chi oggi compie l’esercizio di pensare al fondamentale del tiro vincente da fuori area non può non materializzare l’immagine dell’ucraino che carica il sinistro lasciando dietro di sé cenere e distruzione; come un barbaro pronto ad invadere e saccheggiare con efferatezza l’ennesimo villaggio.

Nel gol contro la Lazio il tiro di Malinovskyi ha raggiunto i 106 chilometri orari. Con annesso un magistrale controllo orientato ad armare il cannone. Ancora una volta: non c’è niente di umano in tutto questo.

La patina di disumanità che circonda Malinovskyi è ben visibile non soltanto nell’atto del calciare in porta, vera e propria cifra stilistica dell’ucraino, ma anche nello stile di gioco e nel livello di intensità che ogni volta riversa in campo: una dinamica che il più delle volte sfiora il parossismo. Inserito in un contesto up-tempo e geneticamente portato ad accorciare in avanti in qualsiasi zona del campo come quello atalantino, Ruslan ha trovato il suo personale Valhalla, il luogo protetto in cui esaltare le proprie caratteristiche fisiche e il suo approccio così aggressivo sulla partita, sospinto da un ritmo frenetico e da una forza nelle gambe che – ancora una volta – appare più come una qualità robotica anziché umana.

Una qualità che all’inizio della stagione è stata anche un limite: il progressivo inserimento nel rigido sistema gasperiniano è dovuto soprattutto a tempi di giocata rallentati, possessi insistiti e qualche rischio di troppo in fase di costruzione. Ma quanta forza.

Il centrocampista ucraino è insomma materiale instabile, come uno di quei combustibili grezzi ad alto tasso di infiammabilità, capace di accendersi in un instante e divampare furioso e inarrestabile come un incendio boschivo negli ultimi 40 metri di campo. Il suo dinamismo sfacciato e senza soste, sorretto da una resistenza e da una frequenza di passo ben oltre la media, lo fanno apparire oggi come il prodotto che ha raccolto l’eredità del più grande laboratorio cinetico-cognitivo degli ultimi cinquant’anni di calcio est europeo, quello del Colonnello Lobanovski e del suo calcio avanguardistico con sede a Kiev, a qualche decina di chilometri da Zytomyr, crocevia dell’Ucraina e porta verso Ovest e l’Europa, nonché città natale di Malinovskyi.

Dopo un inizio in sordina come supersub e un apprendistato necessario quanto ricco di nuovi concetti ed angoli da smussare, Malinovskyi si sta imponendo come uno dei centrocampisti più versatili – è stato spesso inserito anche al posto di uno dei due inamovibili della cerniera centrale del campo, de Roon e Freuler, proprio per la sua capacità nell’accorciare in avanti con forza – e allo stesso tempo più unici della Serie A, grazie soprattutto alle sue qualità balistiche così riconoscibili. La sensazione diffusa è che l’ucraino, arrivato in Italia a 26 anni, non abbia ancora toccato l’acme delle sue qualità e del suo gioco, tuttora fin troppo entropico e dispersivo, ma che abbia imboccato la via maestra della maturazione muovendosi con confidenza all’interno del collettivo nerazzurro e iniziando ad incidere pesantemente in termini di prestazioni, punti e risultati.

L’ultimo gol contro la Juventus è la specialità della casa e, cosa alquanto rara nei mancini puri, scagliata col piede debole. Il risultato, però, non cambia: colpo di balestra a 100 km/h nell’angolo basso.

Dinamite Ruslan ha così elevato il suo status da promessa di belle speranze a vera arma impropria da utilizzare in ogni campo e in ogni situazione, maturando e mettendo a referto numeri estremamente interessanti – soprattutto da gennaio in poi -, sono già 6 i gol in campionato, insieme a 2 assist, l’83,2% di pass accuracy, 2,3 tiri e 1,3 key pass a partita, su una media di appena 26,8 palloni giocati per 90 minuti (dato influenzato dalle 13 presenze maturate negli ultimi 30 minuti di gioco, al cospetto di sole 7 partite da titolare). E soprattutto, grazie al suo sinistro al tritolo e all’assenza di timore nel provare il suo colpo più celebre, ci ha restituito una sensazione quasi annegata nella bulimia di partite, immagini, analisi e giocatori che caratterizza il calcio odierno: tornare a meravigliarsi e godere di un gesto così immediato ed atavico, quasi naïve, come il tiro da fuori area.