Calcio popolare, tra prospettive e scelte da compiere

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Breve intro: parlando di “calcio popolare” si intende un variegato insieme di società sportive dilettantistiche, particolarmente vivo in Italia ma presente anche in altri paesi europei come Spagna e Regno Unito, basato sul modello dell’azionariato popolare, ovvero sull’espressione e la gestione diretta da parte di una comunità di tifosi. Qui Alessandro Bezzi provava a delineare i tratti comuni a tutte le società che si riconoscono in questa definizione.

L’eterogeneità di questo fenomeno oramai esistente da anni, combinata con la sua istintiva forza aggregativa dal basso – dovuta anche all’aver come oggetto il pallone, sport popolare per eccellenza vista la sua diffusione planetaria e il suo impatto culturale e socioeconomico – è stato sicuramente un punto di forza nella sua diffusione. Squadre popolari sono sparse per tutto il paese, spesso e volentieri facilmente riconoscibili dalla presenza alle partite di un colorato (e rumoroso) corredo di tifosi, molto inusuale nei livelli minori del calcio. Addirittura, stanno nascendo ispirate a questo concetto società sportive impegnate su altri sport, e talvolta le stesse società popolari si dipanano in polisportive.

(in copertina: la Curva Moana Pozzi del Centro Storico Lebowski, Firenze)

“Il calcio è politica”

Nonostante una certa narrazione asettica ribadisca continuamente l’apoliticità assoluta dello sport, la “tecnica di governo della polis” (dal greco politikḗ tékhnē) impatta costantemente sullo sport, in misura via via maggiore quanto è maggiore la dimensione dello stesso. Non a caso lo sport, oltre ad esser materia di governo non solo di per sé, ma anche per aspetti che vanno dalla salute, alla cultura, fino all’ordine pubblico, è anche ad ogni livello organizzato tramite veri e propri organi di amministrazione. CONI, FIGC, Leghe professionistiche e dilettantistiche sono istituzioni politiche a tutti gli effetti, le cui decisioni impattano sulla comunità degli atleti, dei tifosi, degli appassionati, dei vari addetti ai lavori.

calcio popolare massa
Spartak Apuane (MS)

Per natura insita, le società di calcio popolare sono società dichiaratamente “politicizzate”: esse stesse sono comunità con propri processi decisionali partecipati, essendo la loro esistenza garantita non da un padre-padrone, ma dal lavoro della collettività dei tifosi. In maniera similare al mondo ultrà e del tifo organizzato, non è scorretto parlare di dimensione politica implicita data dall’esistenza di una comunità autorganizzata, indipendentemente dalla declinazione (o dalla colorazione) che assume questa organizzazione, o da quanto essa possa esser “corrotta” o “impura”.

Tuttavia, sia per le motivazioni scatenanti che hanno portato alla loro nascita (di forte critica verso un sistema calcio strutturalmente consumistico e aziendale, una critica implicita al sistema sociale vigente), sia per la necessità di creare il più possibile una comunità che fosse aperta, variegata e tollerante capace così di affrontare le responsabilità e gli impegni di gestione sportiva, nella loro totalità queste realtà hanno sposato modelli di organizzazione il più possibile orizzontali e democratici. Organizzazione che viene esplicata proprio nella pratica dell’azionariato popolare, secondo la quale le decisioni vengono prese dai soci-tifosi e chiunque è libero di associarsi e contribuire sulla base delle proprie possibilità.

Una natura composita

Se proprio, forzando molto la mano, si volesse provare a classificare le società di calcio popolare, le si potrebbe dividere tra quelle nate direttamente dalle iniziative (o dalle riappropriazioni) dei tifosi locali e di vari frequentatori di curve, e quelle nate da iniziative di realtà collettive e militanti locali. Ma sarebbe un giochino estremamente schematico e fine a sé stesso, utile anzi solo a fornire pretesti strumentali di attacco a queste esperienze. In verità, spesso e volentieri le due componenti si mischiano, talvolta fino a sovrapporsi, a coincidere in singole persone. E, beninteso, al netto di una quasi generale inesperienza pregressa di questioni “sportivo-amministrative”, la mescolanza di tali figure è valore aggiunto, più che compromissorio.

Forse l’unica distinzione possibile, assai più complessa, è da cercare nella declinazione che queste società danno al concetto di comunità, e verso cosa questa è orientata. La più grossa variabile interpretativa del calcio popolare in questo momento sta proprio lì: cosa è la comunità? come si governa? E quali sono i suoi obiettivi? E questo sì, è un quesito la cui risposta viene influenzata anche da come è nata una società, ma l’elaborazione della risposta è un processo lungo che deve impegnare la comunità stessa in un continuo mettersi in discussione, come singoli e come gruppo. E non è che se una società è nata in una data maniera allora avrà automaticamente date caratteristiche.

La risposta a queste domande non può esser preconfezionata e valida per ogni società sparsa sul territorio nazionale, ma che deve necessariamente scaturire da un percorso pieno di contraddizioni, percorso indispensabile da affrontare per la stessa ragion d’essere di una società sportiva di questo genere, in primis per la sua capacità di agire sul proprio territorio. Percorso, talvolta, non affrontabile per tutti.

Covid, rivendicazioni, finanze

L’epidemia del Covid-19 ha creato un terremoto nel sistema del calcio dilettantistico e non solo. Il lockdown con la conseguente sospensione di tutte le attività ha colpito duramente le società sportive, sia con la perdita di gran parte delle loro entrate abituali (ingressi partite, scuole calcio, sponsor locali) sia con la ridotta disponibilità economica da parte dei presidenti – magari titolari di altre attività a loro volta rimaste bloccate -, tanto da spingere Coni, Figc e lo stesso governo a predisporre una qualche linea di credito e di finanziamento. Al tempo stesso proprio alcune squadre popolari si sono mosse, coinvolgendo un buon numero di società nel richiedere interventi di sostegno alle varie leghe, in primis il taglio dei costi di iscrizione ai campionati.

Se la richiesta di tali interventi non solo è legittima ma è anche doverosa, data la tanto sbandierata “funzione sociale dello sport” ripetuta fino allo sfinimento dalle pubbliche istituzioni, è evidente che la natura di questi interventi sia comunque parte integrante del sistema calcio. Come una qualsiasi azienda in crisi, lo schema prevede provvedimenti di natura straordinaria a sostegno di un’impalcatura già pericolante, e ora a rischio crollo per cause contingenti.

Palermo Calcio Popolare
Palermo Calcio Popolare

Scrivono Matthias Moretti e Davide Ravan nel numero 1 di Linea Mediana (scaricabile qui): Sgonfiare la bolla finanziaria del calcio è prioritario se si vuole riportarlo a una sostenibilità economica e sociale.” Questo probabilmente dovrebbe essere l’obiettivo di medio-lungo termine delle società popolari, anch’esse alle prese con i postumi del lockdown seppur con dinamiche leggermente diverse, essendo diverse (e più di carattere sociale e aggregativo) le proprie fonti di finanziamento. Obiettivo che tuttavia presenta varie vie da percorrere per il suo raggiungimento: perché se da un lato obbliga a riflessioni generali e “di sistema”, dall’altro deve esser perseguito già nella pratica quotidiana di una gestione orizzontale e collettiva delle proprie risorse, un tipo di gestione almeno teoricamente più ostile a certe pratiche di indebitamento e finanza creativa.

Il modello dell’azionariato popolare, al di là delle sue declinazione pratiche, presuppone sempre una proprietà collettiva e una responsabilità (almeno teoricamente) diffusa nella gestione. Il vero punto di contraddizione dove le squadre popolari si pongono e posso agire sta proprio nelle frizioni costanti che tale modello ha con il resto del mondo del calcio, e ampliando con l’intera società. Portare avanti una pratica sostenibile e dal basso di sport all’interno di un complesso, che per semplicità si può identificare con la FIGC ma che in realtà è ben più articolato, è o dovrebbe esser la ragion d’essere di queste realtà, per quanto sia la strada da percorrere forse più difficile.

La direzione da prendere

Non esistendo realmente un “movimento del calcio popolare”, quanto piuttosto un riconoscimento reciproco da parte di queste società di pratiche e principi-cardine comuni, è una forzatura parlare di direzioni da prendere, almeno se intese come direzioni (e soluzioni) di breve termine valide per ogni società. Troppe sono le specificità di ogni realtà, e troppo grandi sono le differenze di contesto territoriale dove agiscono e dal quale sono germinate. Irrealistico, come già detto, pensare di poter replicare in toto un’esperienza X in un altro contesto. Proprio per questo (ed è quasi un augurio) le varie realtà popolari devono, in questa fase di crisi nella crisi, fare i conti anzi tutto con loro stesse, con le forze che hanno a disposizione, e forse soprattutto con cosa vogliono essere e come (e se) vogliono incidere sul sistema calcio. Per poi prendere una direzione precisa e cercare di seguirla con metodo.

Fare magari poco, ma farlo bene. Essere modello e al tempo stesso frattura in un preciso ambito da identificare. Forse, ora, questa è direzione. Perché un rischio, più forte di quanto sembri, è che le autodefinite “squadre popolari”, spesso sommariamente identificate dagli altri come “squadre con i tifosi” sugli spettrali campi di terza categoria, non siano nient’altro che “squadre di amici” che se la raccontano bene, o qualcosa di poco diverso. Una questione, oltretutto, che oltretutto non è più proprio una novità.