Thiago Alcantara

Thiago Alcantara: eleganza e concretezza

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Cos’è l’eleganza? Secondo lo stilista Roberto Cappucci “l’eleganza è seduzione, fascino, mistero. Non apparenza”. Troppo spesso si confonde l’essere eleganti con l’indossare vestiti alla moda; l’eleganza non è un modo di vestirsi, ma un modo di essere, di comportarsi. Eleganza è spesso sinonimo di educazione: è saper dosare il tono di voce, regalare sorrisi e saper  rispondere “grazie”. Non è ricercatezza, ma semplicità e naturalezza. L’eleganza è Marilyn Monroe che indossa due gocce di Chanel prima di addormentarsi. L’eleganza è James Bond che agita un Martini seduto al bancone di un bar. L’eleganza è Audrey Hepburn che mangia una brioche davanti ad una vetrina in un tubino nero di Givenchy. L’eleganza è Thiago Alcantara che danza armoniosamente in mezzo al campo con il pallone tra i piedi.

Una danza tutta sua, un ballo multietnico nato dalla fusione delle danze tipiche delle sue terre. C’è un po’ di pizzica e un po’ di taranta, caratteristiche della terra in cui è venuto al mondo, mentre papà Mazinho portava a termine una disastrosa annata con il Lecce. C’è della sardana, la danza popolare catalana che, proprio come il tiqui-taca di stampo blaugrana, simboleggia la forza del gruppo, del sistema che funziona solo grazie all’insieme dei singoli che ballano armoniosamente sulle stesse note. C’è della dreher (no, non la birra), la danza bavarese che da ballo di gruppo si trasforma in ballo di coppia, allo stesso modo in cui Thiago si abbassa sulla linea dei due mediani col suo compagno di reparto, per prendersi sotto braccio e proteggere la difesa ed imbastire una nuova trama offensiva. Infine c’è anche un po’ di samba, la danza che gli scorre nelle vene. Il ritmo che riesce a mescolare tutti gli altri suoni e movimenti in un gioco elegante, armonioso e concreto.

Thiago, Mazinho e Rafinha: affari di famiglia

Il Thiago Alcantara svelato al mondo del calcio da Pep Guardiola è senza ombra di dubbio un talento. Un interessantissimo prospetto al quale, però, va dato il tempo di affermarsi. Uno di quei giocatori che escono dalla cantera e sembrano già esperti navigatori del mondo “dei grandi”. Il giovane brasiliano – che nel frattempo ha scelto la nazionalità spagnola – viene gradualmente inserito come mezzala nei sofisticati e rodati meccanismi che hanno reso celebre l’allenatore catalano. Le doti tecniche combaciano perfettamente col gioco blaugrana ma i periodi “no” si interpongono troppo frequentemente tra quelli “sì”, accendendo e spegnando la luce di continuo, non facendo scoccare la scintilla definitiva con l’ambiente. Da lì a fare la fine di un Bojan Krkic qualsiasi il passo è breve, specie quando Tito Villanova, successore di Pep, lo emargina sempre più dagli undici titolari. Thiago coglie la palla al balzo e prende la strada della Baviera, l’estate in cui Guardiola, parlando di mercato con la sua nuova dirigenza, sentenzia «O lui o nessuno».

Il primo Thiago Alcantara bavarese è uno splendido esempio di “vorrei ma non posso”. Gioca, si fa male, resta fuori, torna, rientra, giochicchia e si fa nuovamente male. Dopodiché ritorna, mette in fila prestazioni leggermente sotto le aspettative, poi torna su standard elevati, ma si fa male ancora. In tutto questo il Progetto-Guardiola fallisce (parzialmente). Pep se ne va, ma questa volta Thiago non lo segue. Il primo anno senza il suo mentore è paradossalmente il primo in cui Thiago riesce a trovare finalmente stabilità e continuità sia sul piano fisico che su quello tattico. Durante il primo anno di Ancelotti, infatti, tocca addirittura quota 35 presenze, poco meno di tutte quelle collezionate nei tre anni precedenti messe insieme. Il tecnico di Reggiolo lo fa avanzare di una decina di metri, togliendogli qualche onere in copertura e lasciandolo libero di svariare sulla trequarti. Il regno di Carlo in Baviera, però, dura poco: dopo una falsa partenza, all’inizio della seconda stagione sulla panchina del Bayern torna Heynckes e la parabola di Thiago Alcantara torna a scendere verso il basso.

Il 2018 è l’anno in cui inizia l’ultima definitiva metamorfosi del brasiliano naturalizzato spagnolo. Niko Kovac organizza la squadra attorno ad un 4-2-3-1 e per la prima volta nella sua carriera Thiago Alcantara si trova a giocare stabilmente sulla linea mediana. In sostanza il tecnico croato prende un centrocampista offensivo e gli insegna a difendere, ad intercettare e a coprire. Il risultato è un centrocampista pressoché completo. Come quella del suo predecessore, anche l’avventura di Kovac sulla panchina del Bayern dura poco più di una stagione e Flick – il traghettatore che si è rivelato poi essere un capitano di vascello – si trova in eredità un Alcantara fatto e finito, potenzialmente uno dei centrocampisti più forti d’Europa. E se durante l’ultima strana stagione giocata a singhiozzo causa Covid ha solo scaldato i motori, la finale di Champions League contro il PSG è senza dubbio da mettere a referto come la miglior prestazione della sua carriera.

Lo scorso 23 agosto al Da Luz di Lisbona si è visto un marines con lo smoking al posto della mimetica con il numero 6 sulla schiena. Il risultato finale della sua metamorfosi è un patrimonio inestimabile per l’intero panorama calcistico e quei 90’ ne sono la prova. Vedere giocare l’ultimo Thiago Alcantara è come guardare un tutorial sul come un centrocampista dovrebbe difendere e al contempo dare il là all’azione offensiva. Sa posizionarsi nel fazzoletto di terra perfetto per intercettare i tentativi di passaggi filtranti dei parigini e sa finalmente affrontare un dribbling con posizione del corpo e tempismo pressoché perfetti.

Quando invece i difensori e i centrocampisti del PSG fanno possesso vicino alla loro area, Thiago Alcantara sa che è ora di alzarsi e andarli a prendere alti, pressandoli a palla coperta e recuperando palloni in zone molto pericolose.

Una caratteristica che ha sempre avuto e che ha saputo adattare alla perfezione alla sua nuova posizione è la personalità. Si abbassa – alle volte addirittura fra i due centrali di difesa – e vuole palla, la cerca, se la va a prendere. Ma se farsi trovare pronto sulla trequarti vuol dire doversi preoccupare soltanto di inventare l’ultimo passaggio per mettere in porta i compagni, andare a prendersi il pallone a 70 metri dalla porta avversaria cambia totalmente significato. Significa iniziare un’azione, non concluderla. Significa prendere in mano un foglio bianco e iniziare a dipingere da zero, mentre sulla trequarti si tratta semplicemente di mettere la firma ad un quadro che i compagni hanno già dipinto. Il #6 del Bayern ha sangue freddo e non ha paura di dialogare con i compagni al limite della sua area, nemmeno se pressato.

Tutto il nuovo Thiago Alcantara riassunto in pochi fotogrammi

Cerca sempre la soluzione ideale per uscirne in palleggio e non butta mai un possesso nemmeno per scherzo. La calma olimpica con la quale gestisce il pallone quando gli avversari provano ad alzare la pressione è al limite dell’umano. È impossibile scovare un fotogramma nel quale possa dare la parvenza di essere in difficoltà: ha sempre tutto sotto controllo.

Una volta che il pallone è tra i suoi piedi, impostare è un gioco da ragazzi se ti chiami Thiago Alcantara. Interno, esterno, collo, suola, tacco. Destro, sinistro. Ogni millimetro di entrambi i piedi dello spagnolo hanno una sensibilità fuori dal comune. Sa usare – e usa spesso – tutta la superficie a disposizione a seconda delle situazioni. Per tornare al discorso sull’eleganza, ogni passaggio di Thiago sembra uscito  – col massimo dei voti – da un corso di bon ton e portamento: è caratteristico, nonché singolare, come blocchi la gamba anziché lasciarla andare. Un colpo secco, come firma delle sue creazioni. I cambi di gioco millimetrici e le verticalizzazioni inventate dal nulla sono solo un paio dei migliori colpi che si possono trovare nel catalogo delle sue splendide giocate. Come il prezzo si trova all’incrocio tra domanda e offerta, i passaggi di Thiago Alcantara si trovano all’intersezione tra estetica e concretezza. I giochi di prestigio fini a se stessi li ha lasciati in Catalogna.

Tuttavia, l’attrazione principale al Museo Alcantara è senza ombra di dubbio il primo controllo. In un certo senso non stoppa il pallone solo col piede, ma con tutto il corpo contemporaneamente. E ancor prima di addomesticare la sfera, sa già perfettamente cosa farne. In quelle rare occasioni in cui il suo primo controllo non è perfetto, sa proteggere alla perfezione il pallone col corpo. A volte, invece, lo stop è un orpello inutile e allora via con le giocate di prima a memoria.

Quando Thiago Alcantara decide che ora di premere sull’acceleratore

 

Thiago Alcantara detta i tempi come un direttore d’orchestra: grazie alle sue giocate decide se accelerare il ritmo o dilatare i tempi di gioco. Alle volte sembra addirittura aspettare il pallone da fermo ma il primo tocco è propedeutico al movimento che ha già chiaro in testa. In altre occasioni, invece, finta il primo controllo e senza nemmeno toccare il pallone manda l’avversario al bar semplicemente con un movimento del corpo, uno dei suoi passi di danza. Per concludere il corposo capitolo “controllo palla” non si può non citare una delle sue giocate più caratteristiche, una di quelle che ammiriamo seduti davanti alla tv chiedendoci ogni volta “ma come fa?”: la palla è alta e scende a campanile. Lui la aspetta a pochi centimetri da terra e contro ogni legge della fisica la addomestica col collo del piede, dando la sensazione di aver versato un litro di colla fusa sullo scarpino poco prima di scendere in campo.

Quella contro il PSG è stata l’ultima partita di Thiago Alcantara con la maglia del Bayern. L’atto conclusivo nel quale è finalmente riuscito a mettere in mostra tutte quelle potenzialità che aveva sempre solo fatto intravedere tiepidamente nelle scorse stagioni. Per tutta l’estate i migliori club europei hanno fatto a gara per averlo (ad un prezzo di saldo, data l’imminente scadenza di contratto coi bavaresi) e alla fine a spuntarla è stato il Liverpool di Klopp. Thiago Alcantara ha finalmente raggiunto l’ultimo stadio della sua metamorfosi e anche sulle rive del Mersey, nonostante un habitat agonistico differente, continuerà a regalare eleganza al mondo del calcio. Petto in fuori, testa alta e pallone incollato al piede. Al ritmo di quella danza che solo lui sembra conoscere.