Cosa aspettarsi dalla Serie A 2020/21

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Come accade ogni anno, in quel lembo di tempo indefinito tra la fine dell’estate, i primi temporali che devastano varie parti d’Italia e la chiusura delle porte dell’Hotel Melià da parte di Luca Cilli, parte della nostra redazione si è rinchiusa in una buia soffitta per sviscerare alcuni temi e curiosità sulla Serie A appena iniziata, lanciandosi in pronostici e giudizi non richiesti ma che possono tornare utili al prossimo aperitivo aziendale. Dalle migliori maglie alla squadra rivelazione fino ai giovani, le delusioni e il fantacalcio. Ecco il listone per il campionato 2020/21.

Le migliori maglie da gioco

Gianluca Lorenzoni

La maglia da gioco è ormai diventata un passpartout fondamentale per estendere la visibilità delle società in nuovi mercati. Alla necessità di rispettare tradizioni e identità dei club si è affiancata un’attenzione crescente verso lo street wear, dove la maglia da calcio è stata sdoganata a tutti gli effetti come indumento casual da indossare quotidianamente, portando così i brand di abbigliamento sportivo a creare linee che da un lato soddisfino i tifosi e gli affezionati (specialmente con le maglie home), dall’altro che siano in grado di incuriosire le nuove fette di pubblico con  elementi di design marcati, innovativi e non banali, soprattutto per quanto riguarda seconde e terze maglie.

Tra le novità di quest’anno da segnalare l’esordio assoluto nel massimo campionato, al pari dello Spezia di cui è partner, di Acerbis e le nuove prestigiose collaborazioni di Sassuolo e Cagliari, entrambe nell’anno del centenario, con Puma e Adidas. Macron resta il marchio più utilizzato (5) seguito da Kappa (4). Ma quali sono le maglie più belle del campionato? Ne abbiamo scelte 5.

Partiamo dal Parma griffato Errea, che oltre all’ormai canonica maglia home bianco crociata, presenta due seconde maglie speculari, gialla con inserto blu sul petto e viceversa (molto Boca Junior) e una terza blu scuro e giallo fluo. Maglie in tessuto Ti-energy antivirale, realizzato con nanoparticelle di ossido di zinco che aiutano ad attivare una barriera protettiva contro microbi, batteri e virus. Visto il periodo…

Scegliamo la away con la bella tonalità di giallo e inserto blu impreziosito da venature più chiare. Ulteriore nota di merito, lo sponsor che si abbina benissimo.

Passiamo all’Atalanta che torna alle strisce più strette nella versione casalinga riproponendo il tradizionale bianco con inserti neroazzurri per la maglia da trasferta. Sono proprio gli inserti asimmetrici creati dalla sovrapposizione di varie tonalità di blu e nero a caratterizzare un design unico firmato dalla spagnola Joma (sponsor anche del Torino), che ricordano vagamente la seconda maglia della Spagna ad Euro 2016.

Terza piazza di questa ovviamente opinabile mini classifica per il Cagliari e Adidas, che dimostra di saper realizzare sempre ottimi concept purché non si tratti di strisce (bianconere). La novità assoluta sono le maniche bianche e gli inserti in oro per il centenario: le threestripes sulle spalle, il logo e lo stemma. Pur essendo un kit standard, realizzato con il configuratore Adidas MiTeam, il risultato rende omaggio ai tre colori tradizionali dei sardi ed è sicuramente apprezzabile, nonostante il retro tinta unita stoni leggermente. Vederci scritto “Godin” dovrebbe peró risolvere il problema.

Il Diavolo veste Puma, che ultimamente sta sfornando kit di assoluto rilievo (leggasi: Italia, ad esempio). Per la prima maglia del Milan i richiami alle geometrie della Galleria Vittorio Emanuele inseriti sulle strisce nere seguono l’ultimo trend della casa tedesca, la linea “Crafted from Culture“ caratterizzata dalla commistione con l’architettura cittadina grazie all’uso di elementi identitari dal forte richiamo simbolico. La terza maglia dei rossoneri, già vista in Europa League, inserendosi in questo filone vuole essere un omaggio alla moda milanese: un pattern houndstooth, dente di segugio, molto utilizzato dagli stilisti, presente su tutta la maglia ma evidenziato nella parte inferiore da una tonalità più scura di verde acqua, colore che riprende la terza maglia del ’96. Must have.

La maglia più bella del prossimo campionato è però firmata Nike, che già nella passata stagione aveva riproposto con successo una linea vintage con le terze maglie di Inter e Roma.

Serie A 2020/21

La maglia away dei giallorossi è un vero gioiello, destinata a riempiere le bacheche dei collezionisti: bianco avorio, sponsor in tinta con i dettagli, ritorno del colletto e soprattutto del Lupetto di Gratton. Poco altro da aggiungere: potrebbe farvi fare bella figura anche al matrimonio di un vostro amico. A patto che non sia laziale, ovviamente.

Squadra delusione

Pietro Ronzoni

Passando ai raggi X le venti squadre che giocheranno la Serie A 2020/21 possiamo pronosticare che non ci sarà una vera e propria disfatta, per cui per “delusione” si intenda una squadra che sì, farà peggio della scorsa stagione, ma senza nessun exploit eccessivamente negativo.

Andando quindi per esclusione vanno tolte dall’elenco le squadre che molto probabilmente si ripeteranno sugli stessi standard (Juve e Inter in alto; Bologna, Sassuolo e Cagliari a metà classifica; Udinese e Torino appena sopra la zona salvezza) e quelle che potrebbero migliorare prestazioni, rendimento e, conseguentemente, posizionamento in classifica (le due genovesi, Fiorentina, Napoli e Milan). Escludendo per ovvie ragioni le 3 neo promosse, restano in esame le due romane, l’Hellas, l’Atalanta e il Parma.

Roma e Lazio sembrano entrambe in flessione negativa: i Giallorossi, in realtà, si sono dimostrati in difficoltà già nella scorsa stagione, ma la mancanza di mercato e la confusione societaria li porteranno a lottare per una posizione in Europa League. Il rendimento dei Biancocelesti sarà ben lontano da quello pressoché perfetto pre-Covid e molto simile a quello post-Covid. La rosa corta e l’impegno in Champions, inoltre, non saranno di certo alleati dei laziali.

La vera sorpresa della scorsa stagione è stata senza ombra di dubbio l’Hellas Verona. Partiti i pilastri difensivi, la squadra di Juric subirà  sicuramente un calo fisiologico che le costerà qualche punto in classifica, ma tutto sommato niente di grave. Da un paio d’anni, a inizio stagione, ci ripetiamo puntualmente che l’Atalanta non potrà ripetere le magie dell’anno precedente e siamo convinti che prima o poi ci azzeccheremo. Lotterà sicuramente per le posizioni nobili del campionato, ma l’età media continua ad alzarsi e questo potrebbe essere l’anno in cui il doppio impegno inizierà a ripercuotersi sul campionato.

La squadra che sulla carta va incontro ad una stagione tutt’altro che florea è quindi il Parma e la causa è molto probabilmente localizzabile sulla panchina. Per farla breve: una squadra notoriamente difensivista costruita per anni sulla rispettabilissima arte del chiudersi (molto bene) in difesa e ripartire (ancor meglio) in contropiede composta da giocatori acquistati pensando ad una precisa idea di calcio, sarà allenata da un allenatore propositivo e amante del bel gioco e che preferisce il possesso palla e il fraseggio nello stretto al caro vecchio catenaccio.

Sia chiaro che non si sta criticando l’allenatore Liverani, quasi riuscito nell’impresa di salvare un Lecce con una rosa decisamente non all’altezza proponendo – per l’appunto – un ottimo calcio. Qui si critica la completa mancanza di affinità tra le due filosofie. Liverani e il Parma sono su due pianeti diversi. Sono come la pizza e l’ananas, la forchetta e la minestra, il fante di coppe con briscola bastoni. Presi singolarmente hanno un valore certo, riconosciuto e garantito. Accoppiati, invece, perdono entrambi consistenza, peggiorandosi a vicenda e annullando le qualità della controparte. Basti pensare alla completa mancanza di punti in comune tra le coppie d’attacco Falco-Lapadula (abili palla a terra e nella manovra) e Inglese-Cornelius (fortissimi sui duelli aerei e finalizzatori da area piccola). Spostandosi qualche metro indietro il concetto non cambia: da un lato Saponara-Tachsidis-Mancosu e dall’altra Kucka-Hernani-Kurtic. Insomma, un matrimonio che se dovesse durare a lungo potrebbe creare non pochi problemi ai Gialloblu.

Rivelazione Under 23

Giovanni Piccolino Boniforti

Conoscete bene il Nogometni Klub Osijek? No? E allora è probabile che non conosciate bene neanche Osijek, capitale dell’antica Slavonia nonché sede del migliore Ateneo della repubblica croata. Eppure è lì che ha inizio la storia calcistica di quello che per molti addetti ai lavori é il prospetto Under23 “nascosto” più interessante del panorama italiano: Bosko Sutalo. Bosko in realtà sarebbe di Metkovic, un borgo medievale sito a una manciata di chilometri da Spalato, già territorio veneziano prima di passare, dopo la caduta della Jugoslavia, da dominio bosniaco a croato; benché questa labilità dei confini sia tipica dei territori balcanici, è anche il motivo per cui parte della famiglia non ha pienamente accettato la scelta di Bosko di rispondere alla chiamata delle selezioni giovanili biancorosse, invece che a quella della selezione bosniaca.

Sutalo con l’Under19 croata.

Dopo qualche anno speso tra vari sport, nella tipica tradizione degli atleti balcanici, ad appena 10 anni Bosko si dedica esclusivamente al calcio e viene immediatamente aggregato alla squadra locale, il Neretva Metković (trovatemi voi, un’altra squadra che prende il nome dal suo fiume, tipo “Arno Firenze”). Dopo qualche stagione si trasferisce nel più blasonato RNK Spalato; la sua non è però la classica storia dell’underdog che viene scartato dalla squadra cittadina più blasonata, l’Hijduk: semplicemente, l’RNK è la squadra nella cui selezione Under17 giocava il fratello maggiore Mihovil, oltre che il ‘napoletano’ Amir Rrahmani, e questo naturalmente facilitava l’organizzazione degli spostamenti familiari.

Bosko a 15 anni è già alto più d’un metro e ottantacinque, e quando l’RNK fallisce a fiutare l’affare è proprio il sopracitato Osijek, famoso più per la qualità del vivaio (sono 12 i giocatori che negli ultimi 30 anni ha fornito alla Nazionale maggiore, l’ultimo il roccioso difensore Vida) che per il pedigree europeo, e che quindi rappresenta una perfetta rampa di lancio per un giovane calciatore serio e tecnicamente ben dotato. Infatti, dopo una buona annata con la formazione giovanile, in pochi mesi Bosko esordisce sia in seconda (ad agosto 2018) che in prima  squadra (in Coppa di Croazia, durante il mese d’ottobre), cominciando a far voltare qualche testa.

Nella stagione successiva, 16 partite da titolare nella seconda miglior difesa a 3 del campionato convincono la famiglia Percassi a spendere per lui 5 milioni d’euro (più bonus) nel mercato invernale: sin dal primo giorno, a Zingonia si ha l’impressione che sia stato come comprare un Modigliani per pochi euro a una fiera rionale. Ad accompagnarlo in Italia c’è una curiosità che ha fatto tanto clamore nella sua folkloristica terra d’origine: Bosko è infatti nato nello stesso luogo, nello stesso giorno (1 gennaio), a 50 anni di distanza, del più grande attaccante della storia della Croazia: Davor Suker. “Se è un segno del destino, lasciamolo dire al tempo”, risponderà timido Sutalo a precisa specifica domanda.

La presentazione ufficiale di Sutalo ©atalanta.it

Bizzarrìe e parte, tecnicamente Bosko dice d’ispirarsi a Sergio Ramos e il paragone è tutt’altro che campato per aria: come lo spagnolo, è un difensore fisico, deciso e forte mentalmente, a suo agio in ogni ruolo di una linea a tre e con qualche chance di figurare bene anche in fascia; gli piace tantissimo impostare il gioco e pure, pare che Gasperini l’abbia ripreso più volte ripreso proprio per questa sua rischiosa caratteristica, non manca di concedersi qualche dribbling. Quest’anno si presenta alla sua prima vera stagione italiana come il titolare della squadra più frizzante del campionato e, nonostante qualche limite nel gioco aereo non giustificato dal fisicone che si porta a spasso, tutto fa pensare che sarà l’anno della sua definitiva consacrazione e dell’esordio in Nazionale maggiore. Il tutto, perché no, nel segno della leggenda di Davor Suker.

Il colpo che non t’aspetti al Fantacalcio. O dell’imprevedibile virtù dell’annata jolly

Leonardo Capanni

Il Fantacalcio è ormai una vera e propria industria milionaria digitale che ha contribuito a piegare la realtà sportiva ai desiderata di tutti noi; non soltanto: il secondo gioco più popolare in Italia è arrivato perfino a generare distorsioni all’interno dell’ultima fortezza incantata dell’essere umano, il tifo per la propria squadra, spingendo i partecipanti al gioco in un territorio rischioso e sconosciuto fino a qualche anno fa: il tifo per i propri fanta-giocatori che giunge,in alcuni casi, a sopraffare quello per i colori della propria squadra, elevando la realtà digitale del fantagame al di sopra di quella reale del calcio. Un corto-circuito emozionale che farebbe invidia a Philip K. Dick.

In questo contesto di complessità e conflitti presentarsi all’asta iniziale con le idee chiare può senza dubbio aiutare nella buona riuscita della creazione della propria squadra. E per riuscire a chiudere in maniera più o meno soddisfacente un’asta, oltre agli obiettivi conclamati, risulta di strategica importanza l’acquisto di uno o più giocatori dall’appeal non troppo elevato o che, per vari motivi, possono risultare sottostimati rispetto al potenziale valore fantacalcistico. In quest’ottica, spendo un nome che potrebbe regalare bonus e prestazioni preziose nel campionato venturo, senza che il suo acquisto comprometta l’equilibrio finanziario della vostra squadra: Filip Djuricic.

djuricic
(Photo: Alessandro Sabattini/Getty Images)

Nella sofisticata macchina plasmata con pazienza e lavoro da De Zerbi quello di Djuricic è il ruolo forse più sottovalutato fra i quattro giocatori offensivi costantemente schierati dal tecnico brianzolo, se Berardi, Caputo e Boga sono ormai attaccanti affidabili per la loro capacità di segnare in ogni modo e aggiungere giocate di qualità come assist, sponde e dribbling in serie, Djuricic è investito del ruolo di variabile impazzita all’interno di un collettivo fortemente strutturato capace di segnare 70 gol la scorsa stagione. Il serbo, dopo annate in chiaroscuro – ne scrivemmo già qui – e un’ultima stagione in netta crescita, è chiamato quest’anno alla definitiva esplosione soprattutto in termini di bonus grazie alla sua innata capacità di ribaltare il campo, generare superiorità numerica e accompagnare l’azione fin dentro i sedici metri.

Un destro che può far male, anche dalla media distanza.

La sua rapidità in conduzione, le sue scelte a volte cervellotiche ma spesso coraggiose lo rendono un diamante grezzo e sfaccettato capace di girare l’inerzia di una partita, spaccandone l’equilibrio con un assist o un gol, Insomma, mai come nel 2020/21 al terzo anno sotto la guida di De Zerbi quello di Djuricic appare come il profilo giusto per scardinare gli equilibri interni della propria Lega, anche grazie alla sua posizione di centrocampista. E se i talenti balcanici dalla luna un po’ strana non fanno proprio per voi, allora qualche credito su Benassi a Verona sotto la guida di Juric lo giocherei senza troppe remore.

La squadra rivelazione

Niccolò Bennati

È sempre un compito ingrato pronosticare la possibile rivelazione alla vigilia del campionato, specialmente perché a solleticare di più la fantasia degli appassionati sono quei progetti inediti ed intriganti, nuove guide tecniche e squadre imbottite di giocatori oscuri ai più, rendendo drammaticamente palpabile il rischio di una figuraccia.

Ma tant’è che siamo qui e diventa importante sgombrare il campo dagli equivoci. Ad esempio, può il Sassuolo di De Zerbi essere considerato una rivelazione dopo tanti piazzamenti tranquilli, un’esperienza europea relativamente recente, un impianto di gioco da anni riconoscibile e consolidato, per il terzo anno consecutivo in mano ad uno degli allenatori emergenti più apprezzati a livello internazionale, senza nessuna cessione tra i suoi giocatori più ricercati? Io dico di no, è anzi quasi assodato che i neroverdi si confermeranno come una squadra da parte sinistra della classifica, in agguato e pronta a fare il colpo europeo in caso di flop di una o più di quelle 7/8 squadre più corazzate.

Intrigano di più – almeno sulla carta – i progetti di Torino e Cagliari, affidati rispettivamente a Giampaolo e Di Francesco, due allenatori riconoscibili fino quasi all’integralismo, da “o la va o la spacca”, capaci di elevare un progetto tecnico se assecondati nelle proprie esigenze. Per un motivo o per l’altro, però, qualcosa non mi convince.

Serie A 2020 21

Un nome invece mi intriga assai: Ivan Juric. Il suo Hellas Verona è stata la grande scoperta della scorsa stagione, esprimendo un gioco gagliardo ed avvincente e raggiungendo un clamoroso nono posto, nonostante una squadra di nomi esotici mescolati saggiamente a mestieranti di provincia come in una ricetta fusion dal gusto particolarmente intenso ed aggressivo. Se l’anno scorso il Verona partiva nel disfattismo generale, senza apparenti ragioni per pronosticarne una salvezza, quest’anno inizia quantomeno nella perplessità, legittimata dalle partenze di Rrahmani, Kumbulla, Amrabat, Pessina, Verre, Borini e capitan Pazzini. Eppure – forse condizionato oltremodo dalla sorpresa dello scorso anno – non riesco a non pensare che il condottiero croato possa stupire di nuovo, replicando, con le giuste proporzioni, quello che fece il suo maestro Gasperini all’Atalanta, stabilizzata ad alti livelli dopo che gli fu smantellata la formazione della prima trionfale stagione.

Una facile suggestione, probabilmente, tanto più che si è spesso abusato del paragone tra Gasperini e Juric, diversi pur nelle evidenti similitudini tattiche e gestionali, ma se l’ex Genoa è rimasto in sella ai gialloblù è facile ritenere abbia avuto garanzie sulla nuova infornata di giocatori provenienti dal mercato. E tanto per proseguire sulla traccia dell’asse Gasp-Juric, uno dei primi ad essere arrivato è stato Adrien Tameze, un centrocampista muscolare da oltre 70 presenze in Ligue 1 e 9 presenze all’Atalanta, sul quale scommetterei i miei 5 euro per la prossima plusvalenza. Intorno a lui altre scommesse stuzzicanti (dall’interessante Ruegg al ruvido Cetin, dal talentuoso Ilic all’ancora inesploso Favilli, altro uomo su cui puntare qualche centesimo) e usati sicuri come Barak e Benassi per un mix in qualche modo simile allo scorso anno e, seppur vero che non sempre la ciambella riesce col buco, se gli ingredienti sono lavorati nel modo giusto, si fa mangiare lo stesso.

Il capocannoniere

Giovanni Piccolino Boniforti

I quasi 100kg di peso distribuiti su 191cm fanno probabilmente di Romelo Lukaku un atleta più da NBA che da calcio professionistico, non fosse che a quel fisico particolare accompagna una tecnica di base tutt’altro che disprezzabile e una rapidità di gambe che, soprattutto da febbraio in poi, fa oggettivamente la differenza. Oltre a questo, siccome la motivazione è tutto in generale nella vita, figurarsi per uno sportivo, c’è per lui la voglia di confutare certe teorie che lo vorrebbero troppo discontinuo e poco freddo sotto porta; a 27 anni e con quel dispendio fisico durante la partita non sarà facile invertire quel continuum fatto di reti magistrali, alternate a clamorosi errori sotto porta che in Inghilterra ha persino reso il suo cognome un verbo.

Peccato, perché il lavoro monstre che fa per la squadra dovrebbe renderlo immune ai giudizi alla stregua del peggiore dei parlamentari. Peccato, perché comunque i numeri sono favolosi, quasi magistrali, e finora recitano 24 reti in 37 partite di Serie A, oltre alle 9 in Europa League e alle 2 in Coppa Italia. Con una resa simile a quella del Ronaldo griffato 1998 (25 nella prima stagione italiana), e appena sopra al primo anno d’Icardi da titolare (22). Questo trend realizzativo è per me destinato a incrementarsi, infortuni a parte, poiché Lukaku forse per la prima volta dai tempi dell’Everton gode di fiducia illimitata da parte di tecnico e compagni – ha più volte battuto su questo punto durante le interviste – oltre a essere rigorista, giocare in una squadra che segnerà parecchio e in un campionato perfetto per le sue caratteristiche fisiche e tecniche.

L’unica incognita nella sfida a distanza con Cristiano Ronaldo ed Immobile è se appunto riuscirà a limitare quegli errori così grossolani che per ora lo rendono più un grande attacante che un fuoriclasse, più un centravanti da 20 gol piuttosto che da Scarpa d’oro.

La debuttante

Jacopo Rossi

Fosse stato un anno normale, sarebbe stato ancora più incredibile, forse. Il 20 agosto 2020, in un Picco deserto, in casa, lo Spezia di Vincenzo Italiano perdeva 1-0 con il Frosinone, guadagnandosi comunque la prima storica promozione in Serie A, grazie al medesimo risultato, ma a favore, dell’andata, nonché al miglior piazzamento in serie cadetta.
Fuori dalle curva ma in strada, nei viali, mascherine o meno, iniziava già a risuonare il leit motiv comune a tutti i tifosi delle provinciali che, per una volta, assaggiano una fetta di paradiso: “A ne ghe credo”, non ci credo.

Dopo poco più di un mese da quella storica serata l’undici ligure è sceso in campo contro il Sassuolo di De Zerbi, al Manuzzi di Cesena, provvisorio stadio casalingo, uscendone con le ossa relativamente rotte.
In quest’annata comunque strana dove l’ultima parola ci sta spetti non tanto al campo quanto al tampone, gli Aquilotti, sessantottesimi debuttanti nella massima serie, devono comunque metter da parte il disincanto in favore della concretezza.

In panchina c’è appunto Vincenzo Italiano, ex regista di Verona, Genoa e Chievo, che si sta distinguendo, negli ultimi anni, anche come allenatore: una promozione mancata per un soffio con l’Arzignano in C nel 2018, una in B centrata con il Trapani nel 2019 e, appunto, il successo con Galabinov e compagni di poche settimane fa. Il mister, com’è d’uopo, chiede calma e tranquillità, conscio dell’importanza del palconscenico che una volta calcava da giocatore.
Nel suo 4-3-3, il patron Volpi (mentre il mercato non ha ancora chiuso i battenti) sta cercando di miscelare un rosa con qualche sicurezza, alcuni senatori, pochi giovani affamati e delle scommesse.

Tra i pali, davanti all’esperto neoarrivato Rafael, pare insindacabile la maglia da titolare del nazionale olandese Jeroem Zoet, ex PSV, alla sua prima esperienza in Italia.
A proteggerlo, in quello che forse è il reparto più pericolante dei liguri, ci sono l’ex spallino Sala, male la prima per lui, Dall’Orco, Juan Ramos ed Erlic. È una concreta dimostrazione della miscela di cui sopra, con più di qualche pecca.

Sulla mediana trovano spazio e inserimento, il giovane milanista Pobega, classe ’99, osservato speciale,  l’artefice della promozione Bartomolei e Matteo Ricci, gemello di Federico del Sassuolo, altro osservato speciale. Accanto ci sono il dottor Luca Mora, fresco laureato in Filosofia, lo spezzino purosangue Maggiore e gli ultimi arrivati -in prestito- Lucien Agoume, sponda Inter, e Daniele Verde, scuola Roma, in prestito dall’AEK.

Davanti, a due protagonisti della promozione come Galabinov e Gyasi, si affiancano l’ex genoano Agudelo, bello e discontinuo, Diego Farias e il veramente giovane Roberto Piccoli, ennesimo frutto della cantera atalantina. Anche qui molti sono gli interrogativi: i primi due sapranno farsi valere anche nella massima serie? Agudelo troverà la sua dimensione o resterà l’ennesimo vorrei ma non posso, poetico ed etereo? Piccoli è pronto? E Farias, mai stato l’emblema del bomber prolifico? In pratica… chi la butta dentro?

Non è né giusto né facile esprimersi sul mercato, i possibili scenari, la prima giornata, tra pochi minuti nelle gambe, nessuna amichevole e comprensibile emozione: lo Spezia dalla sua ha l’entusiasmo, la voglia di far bene e la volontà di stupire. Di contro, al netto del contesto pandemico, tutto il resto.
Ma un nuovo arrivo è sempre una bella notizia.