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Craig Bellamy ci tiene troppo

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Gli Europei di calcio del 2016 non saranno ricordati solo per la storica vittoria del Portogallo, ma anche per il ritorno della Nazionale del Galles in una competizione internazionale dopo 58 anni. Durante questo lungo periodo d’assenza sono diversi i grandi calciatori – Gary Speed, Ryan Giggs, Ian Rush e Mark Hughes solo per citarne alcuni – che hanno perso l’occasione di rappresentare il Galles su un grande palcoscenico. Se aveste chiesto ai gallesi quale giocatore ritirato avrebbero voluto rivedere in campo in Francia, la maggior parte di essi vi avrebbe risposto Gary Speed, e non solo per la sua dolorosa e prematura scomparsa: quel mix di coraggio, generosità e umiltà ne hanno senza dubbio fatto il prototipo del calciatore che piace ai connazionali. Come seconda opzione, sarebbe un duello tra la leggenda del Manchester United, già pupillo di Sir Alex e tra le migliori ali sinistre della storia, Ryan Giggs, e un personaggio forse più improbabile e scomodo ma mai dimenticato: Craig Douglas Bellamy.

A livello prettamente statistico, le 78 presenze in Nazionale che lo collocano dietro ai soli Southall (92) e Speed ​​(85) rappresentano solo la punta dell’iceberg: stiamo infatti raccontando una macchina da gol da 170 reti in 14 stagioni di professionismo, uno ogni tre match. Eppure non si può dare la colpa solamente ai (seppur gravi) infortuni se il suo palmarés è così scarno da contare solo una Scottish League, vinta col Celtic nel 2005, e due coppe Nazionali (2006 e 2012) con il Liverpool, bensì a un carattere decisamente spigoloso che gli ha minato la carriera.

Anche in questo caso è esercizio limitante giudicare il suo impatto sull’immaginario collettivo, soffermandosi solo su basi statistiche. La maggior parte dei suoi tifosi ha infatti adorato e assecondato la sua natura instabile e il suo dilaniante conflitto interiore, elevandolo a idolo incontrastato senza soffermarsi sui suoi numeri, che l’ha portato a difendersi ben cinque volte in tribunale dov’è stato assolto rispettivamente dalle accuse di: aver provocato una rissa con uno studente nel 2002, finita in realtà a ‘tarallucci e vino’ col gallese che ha donato al ragazzo un biglietto per un match interno del Newcastle; aver preso per il collo una donna in un nightclub dopo averla mal apostrofata (“you cunt”) nel 2006, anche se poi le accuse sono cadute; aver schiaffeggiato un invasore di campo nel derby del 2009; aver provocato un’altra rissa, questa volta scontrandosi contro due ragazzi, manco a dirlo finiti in ospedale coi connotati leggermente variati, fuori da una discoteca nel 2011. Il tutto, escludendo l’episodio calcistico di Manchester, con tasso alcolico alle stelle.

Potrebbe iniziare una lite in una stanza vuota. (Mark Hughes)

Sir Bobby Robson, uomo poco portato all’iperbole e dal carattere a sua volta fumino, ha definito Bellamy “il calciatore più gobby (ciarliero è la traduzione soft, fottuto di testa quella più hard) che abbia mai incontrato”, tagliando corto alle domande che la stampa gli poneva circa la scazzottata tra Craig e il personaggio più influente che ci sia a Newcastle dopo il Vescovo della Chiesa anglicana, il suo compagno Alan Shearer. Il tutto a poche settimane di distanza da un altro, incredibile episodio: lo sbullonamento e conseguente lancio di una sedia dell’aeroporto contro il vice-allenatore John Carver che tuttora non ha un chiaro movente, anche se i compagni ipotizzano futili motivi legati al parcheggio in zona interdetta dell’auto di Bellamy. Il più incredibile aneddoto è però legato al periodo reds di Bellamy, il quale, essendosela presa per il rifiuto del compagno di squadra John Arne Riise di partecipare a un giro di karaoke durante una serata di squadra, il giorno dopo ha pensato bene d’inseguire il compagno brandendo una mazza di ferro in un Golf club. Ma pensare di ridurre Bellamy al solito clichè del delinquente arricchito, poco istruito e che spreca il proprio talento, sarebbe un errore madornale.

Bellamy ironizza sull’episodio del golf dopo il goal segnato al Camp Nou contro il Barcellona.

Pochi sanno ad esempio che Bellamy ha investito e raccolto centinaia di migliaia di sterline per la sua accademia in Africa occidentale; come tanti altri capitoli della vita di Bellamy, anche questo si è aperto per puro impulso: due amici che lavoravano nel settore del legname si sono ritrovati per affari in Sierra Leone, un paese che li ha incantati e scioccati in egual misura. Dopo aver ascoltato i loro racconti, l’attaccante ha deciso di sfruttare le vacanze per andare a vedere di persona; solo quest’anno circa 1.600 ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni hanno giocato in un campionato supportato dalla fondazione Bellamy. A differenza di altri progetti simili il suo, non a caso sostenuto anche dall’Unicef, non mira solo alla produzione di calciatori per i ricchi club europei:

Arrivai in questa tipica casa modesta di Freetown, dove intere famiglie si nutrono con l’equivalente di 50 penny al giorno e la parola arredamento semplicemente non figura nel vocabolario. Cercai di convincere dei genitori che unirsi alla nuova accademia di calcio sarebbe stata la cosa giusta per il loro figlio quando, senza preavviso, la nonna di 70 anni fece irruzione e mi disse semplicemente che ‘sono i libri di cui mio nipote ha bisogno, non i palloni’: lì per lì non sapevo cosa rispondere, poi ho capito che aveva ragione.

Quindi l’associazione mira principalmente a garantire che i bambini cresciuti all’indomani di una selvaggia guerra civile, in un paese che vanta il più alto tasso di mortalità giovanile del mondo, ricevano un’istruzione adeguata e siano coinvolti nelle loro comunità assorbendo anche i messaggi della fondazione circa la salute sessuale e i pericoli dell’HIV, evitando di finire arruolati come bimbi soldati. Insomma, da un lato c’è un selvaggio e irascibile professionista della provocazione, dall’altro un ragazzo dall’animo filantropico.

Craig Bellamy nella sua Academy in Sierra Leone.

Se è vero che la Premier League deve parte del suo successo planetario alla passione dei suoi interpreti – si sprecano i siparietti e le risposte infelici tra manager, giocatori, presidenti e organi di stampa – è anche vero che la recente ondata d’investimenti dall’estero l’ha riportata a una dimensione più professionale che romantica. Se i nuovi proprietari miliardari tendono ad essere spassionati capitalisti e sono in molti a denunciare la progressiva scomparsa dell’antico spirito, c’è però uno zoccolo duro, una sorta di Vallo d’Adriano che impedisce alla Premier di scivolare nel puro intrattenimento mainstream: sono i calciatori della razza di Bellamy, di cui verosimilmente l’ecosistema della Premier non sarà mai sprovvisto.

Bellamy aveva la stessa faccia sia nel giorno dell’esordio da 17enne col Norwich che nell’ultima partita giocata col “suo” Cardiff City, faticosamente riportato in Premier League dopo 51 anni e dolorosamente retrocesso nel successivo anno calcistico: una maschera d’ossessione, più che passione. Agli esordi, a motivarlo c’era anche una questione di sopravvivenza: la sua fidanzata dell’epoca e attuale moglie, Claire, era rimasta incinta a 16 anni. “Ero a Norwich e non avevo ancora ottenuto un contratto da professionista” racconta Craig “Quella è vera pressione, altro che una fottuta partita di pallone.” Questa voglia d’emergere e di competere ai massimi livelli è presto divenuta cieca abnegazione e gli è rimasta addosso per tutta la carriera, aiutandolo a superare col duro lavoro infortuni pesantissimi e le tremende delusioni patite con la Nazionale, come lo spareggio perso con la Finlandia alle qualificazioni per i Mondiali in Sudafrica.

Sono un uomo distrutto. Se riuscissi a controllare meglio le mie emozioni avrei maggior successo, ma semplicemente ‘I can’t do that’.

Uno dei problemi di Bellamy è che questa passione spinta al limite gli ha più volte guastato i rapporti coi compagni, soprattutto quelli particolarmente pigri, ma anche con lo staff tecnico. Anche se esistono anche gli aspetti positivi: Mark Hughes racconta spesso di come la definitiva esplosione di Robinho sia legata a una conversazione, post-litigio durante un allenamento, avvenuta proprio tra lui e Bellamy.  Lo stesso Sir Bobby Charlton ha aggiunto che è uno dei pochi giocatori per il quale la frase “Non c’è ‘io’ nel calcio” abbia un senso, aggiungendo che l’avrebbe un giorno “visto benissimo come allenatore”. E in effetti è la carriera che ha scelto e che ha iniziato a coltivare ben prima del ritiro: “Craig ha deciso di voler diventare un allenatore a 29 anni” – spiega lo storico luogotenente di Hughes, Eddie Niedzwiecki – “Voleva conoscere ogni piccolo dettaglio sul modo in cui strutturavamo e organizzavamo tutto. È sempre stato un professionista di altissimo livello che pretende il meglio dai suoi allenatori e compagni di squadra. Ho sempre discusso con lui, ma finché continui a essere onesto e spiegagli perché stai facendo quella cosa è uno con cui è un piacere lavorare.

L’ossessione calcistica non lo rende meno attento alle sue origini, che rimangono orgogliosamente proletarie: il padre era operaio nel settore siderurgico, tanto che i suoi compagni di bevute sono gli stessi della sua infanzia di Cardiff; tra le mille storie, vere o mitizzate che siano, c’è quella che racconta uno dei suoi migliori amici d’infanzia: “come molti gallesi cresciuti negli anni ’80 e ’90, sono finito nel tunnel dell’eroina; ne sono uscito perché lui mi ha portato in Inghilterra, controllando che non uscissi da casa sua, e trovandomi poi pure un lavoro con il club”. Un altro racconto parla di lui che si commuove e dona 200.000 sterline all’ospedale durante un tour natalizio organizzato dal Newcastle del reparto per le malattie infettive giovanili con alcuni compagni che “si coprivano il naso con la sciarpa di cachemire inorridendo per i cattivi odori”. Interrogato a tal proposito David Bishop, ex giocatore di rugby del Galles e testimone di matrimonio dei Bellamy, racconta di un “Craig ha effettivamente passato molte serate nel suo pub di fiducia di Cardiff, per lo più per bere e parlare con le persone. È sostanzialmente sempre se stesso, senza filtri e senza cerimonie. Questa a volte è la sua forza, ogni tanto un grosso problema.

In tema di passione (calcistica) che si esprime in una forma un po’ ossessiva, va detto che quello che Craig non è veramente riuscito a fare è stare in panchina e guardare gli altri giocare, e le discussioni che ne sono nate oltre che i 3 tentativi di ritiro prematuro (l’ultima con Mancini nel 2011), i pesanti infortuni, i grandi ritorni (i tifosi di Liverpool e Cardiff lo hanno riaccolto con grande felicità), le nove squadre in 14 stagioni e i due prestiti semestrali per “evitare di fare cazzate e venire bandito dal professionismo” nel 2005 e nel 2010, lo hanno reso tanto scomodo per i colleghi quanto indimenticabile per i tifosi. Nessuno si scorderà di quel gallese compatto che ha fatto letteralmente impazzire, soprattutto a palla lontana e non solo per questioni strettamente legate all’aspetto tecnico, i centraloni della Premier League e che Roy Keane ha sempre definito “decisamente più forte di Michael Owen”. Sempre con la radio sintonizzata su quel trash talking accentato che un po’ l’ha frenato e un po’ caratterizzato. Insomma, c’è un bel gap tra il Craig Bellamy che salva un amico dalla droga e quello che picchia un compagno con la mazza da golf, ma c’è un punto di contatto che è la pura passione, il suo vero carburante. A Craig Bellamy, semplicemente, importa troppo.