Come il Bodø Glimt è diventato campione di Norvegia

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Una macchia da ripulire, una pagina da strappare, una ferita da curare. Per anni ricorderemo il 2020 come un periodo triste e buio che ha stravolto completamente le nostre vite e che cercheremo di cancellare dai nostri ricordi, anche se con ogni probabilità resterà per sempre una cicatrice ben visibile. Ma se per la maggior parte di noi questi mesi sono stati avvolti nel buio più totale, c’è qualcuno che almeno sportivamente parlando – magra consolazione – è riuscito a vedere una luce, togliendosi qualche soddisfazione e provando piccole gioie che hanno regalato sorrisi in un periodo che di motivi per sorridere ne ha visti pochi. In questo ristretto gruppo di persone ci sono sicuramente gli abitanti di Bodø, una piccola città norvegese che, data la latitudine, di buio se ne intende.

Bodø è lontana da tutto e da tutti: sorge su una piccola penisola che si protrae verso l’Oceano Atlantico nella contea di Nordland, pochi chilometri oltre il circolo polare artico e a 16 ore di macchina da Oslo. Nella parte Nord della città sorge l’Aspmyra Stadion, un piccolo stadio che può contenere poco più di 8000 tifosi costruito a metà del secolo scorso per sostituire il vecchio impianto cittadino, raso al suolo assieme al resto della città da un bombardamento tedesco durante la primavera del 1940. L’Aspmyra Stadion è la casa del Bodø/Glimt, quel flebile barlume di speranza che ha rischiarato la notte dei tifosi dei Superlaget durante quest’anno maledetto e che grazie al successo sul Strømsgodset ha messo il punto esclamativo ad un capolavoro, dominando e vincendo per la prima volta nella sua storia ultracentenaria l’Eliteserien, il massimo campionato norvegese.

Il Glimt – che in norvegese significa fulmine – nasce a Bodø nel 1916, anche se per acquisire prestigio al di fuori della contea deve aspettare gli anni ’30. Nonostante i gialloneri riescano a dimostrare il loro valore, per decenni devono scontrarsi con un avversario che ha ben poco a che vedere col campo da calcio. Da sempre il Sud reputa il Nord come una terra di selvaggi, arretrati e non degni di condividere il gradino della scala sociale con i borghesi delle città del Sud, Oslo su tutte. Un disprezzo che riguarda più livelli, tant’è che la massima serie del calcio norvegese è off-limits per i club settentrionali, poco importa se meritevoli. Le cose iniziano a cambiare negli anni ’70, tramite aperture graduali che lasciano presagire spiragli per il Bodø, i rivali del Tromsø e tutte le altre squadre del Nord. Dopo qualche tentativo reso vano dalle regole ancora troppo ferree, nel 1976 il Bodø conquista sul campo la promozione in prima divisione e la prima coppa di Norvegia, dimostrando fin da subito il proprio valore piazzandosi al secondo posto al primo tentativo e facendosi conoscere anche a livello europeo, sfidando il Napoli in un match di Coppa delle Coppe.

I successivi decenni hanno una particolarità in comune: la discontinuità. Il Glimt galleggia a fatica in prima divisione e spesso retrocede, riuscendo comunque a risalire sull’onda e cavalcarla fino ad una nuova promozione. Negli anni ’80 scende addirittura in terza divisione, salvo poi tornare miracolosamente ai vertici e sfiorare nuovamente la vittoria del campionato nel ’93, anno in cui riesce addirittura a conquistare la sua seconda Coppa di Norvegia. Sale sul secondo gradino del podio anche dieci anni più tardi, al culmine del decennio più splendente della storia giallonera. Ma è una soddisfazione effimera, dato che dal 2005 al 2017 riemerge prepotentemente il carattere dominante della squadra di Bodø, quello che la spinge ad oscillare continuamente senza nessuna soluzione di continuità.

Capita di scorgere spazzolini gialli in curva: tutta “colpa” di un tifoso che nel 1974 si improvvisò direttore d’orchestra, coordinando i cori con uno spazzolino al posto della bacchetta

In 12 anni il Glimt scende e risale altre tre volte, fino a raggiungere ancora una volta il secondo posto nel 2019. Morale della favola: in 103 anni di storia il Bodø/Glimt vince due coppe nazionali e quattro medaglie d’argento. Per quattro volte ha assaporato il profumo della vittoria, scivolando sempre ad un passo dal traguardo. Eppure il secondo posto del 2019 lascia presagire qualcosa di nuovo. Il vento ha iniziato a cambiare direzione.

La Metamorfosi

Alla fine della stagione 2018 – conclusa con un insipido undicesimo posto – la situazione è disastrosa. La società è allo sbaraglio e lo spogliatoio è una polveriera pronta ad esplodere. Qualcosa deve necessariamente cambiare e i primi mutamenti sono a livello dirigenziale. La direzione sportiva passa in mano ad Aasmund Bjørkan, ex giocatore del club – nonché padre dell’attuale terzino sinistro Fredrik – che sveste i panni dell’allenatore per indossare quelli del DS, abbandonando le dinamiche del campo in favore di quelle del calciomercato.

La panchina viene affidata a Kjetil Knutsen, ex assistente di Bjørkan, ma la situazione però non sembra migliorare. Lo staff è certo dell’elevato potenziale della rosa, eppure qualche ingranaggio non gira come dovrebbe. I giocatori sono per loro stessa ammissione pieni di stress e di paure. Alcuni di loro vogliono abbandonare il club, altri – come il capitano Saltnes – pensano addirittura di lasciare il calcio. A quel punto, chiarita l’entità psicologica del problema, avviene la vera svolta. Il Bodø/Glimt assume Bjørn Mannsverk, un ex pilota di aerei dell’esercito impegnato in missioni in Afghanistan e Libia che, accantonata la carriera militare, ha deciso di sfruttare le tecniche apprese negli anni e reinventarsi mental coach.

Bjorn Mannserv nella vecchia veste militare

La figura di Mannsverk è raccontata addirittura dal New York Times, attraverso un articolo nel quale vengono analizzati a fondo i segreti della compagine scandinava. Il mental coach ammette di non essere appassionato di calcio e di non intendersene affatto ma a quanto pare i suoi meriti vanno ben oltre l’ambito calcistico. L’ex pilota capisce ben presto che il problema del Bodø è annidato nella testa dei suoi calciatori, i quali per anni si sono fatti sopraffare dalla necessità di arrivare ad ogni costo al risultato finale, cedendo sotto il peso delle aspettative. Vengono organizzate sessioni individuali e di gruppo, mirate al tentativo di far aprire i giocatori, chiedendo loro di esprimere emozioni e sentimenti. Ogni mattina, prima degli allenamenti, la squadra medita in gruppo e pian piano Mannsverk riesce ad entrare nelle teste dei ragazzi, convincendoli a focalizzare la loro concentrazione sulla prestazione anziché sul risultato, trasformando i loro punti deboli in punti di forza.

In poco tempo il gruppo riesce a ritrovare l’affiatamento e viene risaldato uno spogliatoio che sembrava potesse esplodere da un momento all’altro. La forza del “nuovo” Bodø è basata su una pace mentale che riesce ad alimentare un forte spirito di squadra che elimina totalmente lo stress del risultato ad ogni costo. Lo stile di gioco è una diretta conseguenza del nuovo approccio psicologico: i giocatori sono liberi mentalmente e le prestazioni che riescono ad inanellare ne sono la prova. Bjørn Mannsverk è l’architetto che ha progettato e realizzato le fondamenta di un miracolo.

Divertire divertendosi

Il nuovo percorso che il Glimt ha deciso di intraprendere sul campo è chiaramente di stampo offensivo, con o senza palla. L’obiettivo è divertire divertendosi. In sostanza il gioco dei gialloneri è costruito su tre situazioni di gioco disegnate attorno ad un solido 4-3-3 che raramente ha fatto ricorso al turnover, contando sull’apporto stabile di 14/15 giocatori.

La prima, quella preferita dagli uomini di Knutsen, non prevede – almeno in partenza – il possesso del pallone. Spesso si abusa dell’espressione “l’attacco è la miglior difesa”, ma non è di certo questo il caso. La fase difensiva del Bodø Glimt prevede un pressing ad altissima intensità sui portatori di palla avversari, con l’obiettivo di recuperare il pallone il più vicino possibile alla loro area. Una volta conquistato il possesso, almeno cinque uomini si riversano nella trequarti offensiva e puntano la porta, abbattendosi violentemente sulla difesa come una tempesta tropicale – evento piuttosto insolito a queste latitudini – con una pioggia di dribbling e di uno-due in spazi strettissimi.

Situazione1: pressing alto e contropiede fulmineo

Gli attacchi del Bodø/Glimt sono rapidi e letali, disorientano l’avversario senza dargli il tempo materiale di organizzare una contromossa. La velocità con la quale gli esterni d’attacco aggrediscono gli spazi è impressionante, ma non sono gli unici. Nessuno sembra esente dal compito di accompagnare l’azione d’attacco: la linea difensiva accorcia per evitare contropiedi e il mediano Berg accompagna l’azione riconquistando al limite dell’area eventuali seconde palle in uscita dalla difesa. Impressiona notare come la maggior parte delle loro azioni si concluda con almeno 6 maglie gialle all’interno dell’area di rigore.

Sette maglie gialle in area per concludere un’azione tipo del Bodo

Le scorribande offensive sono costruite sulla costante ricerca dello spazio e della profondità, fabbricando ripartenze in miniatura che nascono e si esauriscono nella metà campo avversaria, al termine di azioni frenetiche ed apparentemente disordinate all’interno delle quali i calciatori del Glimt si trovano a meraviglia.

La seconda situazione – che differisce solo in parte dalla prima – riguarda la fase di costruzione dal basso. Partendo dal portiere, i difensori organizzano un giro-palla lento e continuo, con lo scopo di guadagnare metri poco alla volta. Una volta raggiunto il centrocampo il pallone passa a Berg, il metronomo della squadra che ha il compito di dirigere l’orchestra offensiva. Gli esterni cercano la profondità, gli interni di centrocampo attaccano lo spazio e la punta si fa trovare pronta all’interno dell’area. Un’azione a due velocità: il pallone viaggia lentamente finché non giunge tra i piedi di Berg, il quale decide quando e come premere sull’acceleratore.

Situazione 2: pallone a Berg che cambia ritmo

Può però verificarsi una terza ed ultima situazione di gioco, nonché unico punto debole di una squadra quasi perfetta (quantomeno a livello nazionale). Se il primo pressing non va a buon fine gli avversari escono palla al piede e sono liberi di attaccare una difesa poco abituata a difendere bassa, creando non pochi problemi alla porta difesa dal russo Haikin. Va comunque detto che il pressing è talmente ben organizzato ed ordinato che difficilmente fallisce e in quelle rare volte in cui si verifica questa situazione gli avversari hanno circa una sessantina di metri da percorrere prima di poter impensierire l’estremo difensore.

I numeri del Bodø/Glimt versione 2020 sono mostruosi: su 25 partite di campionato disputate i Superlaget hanno collezionato 22 vittorie, 2 pareggi e 1 sola sconfitta, realizzando 85 goal (3,4 in media a partita) e subendone 28. Classifica a parte, sono numerose le statistiche che delineano il miracolo della squadra norvegese. L’età media dello spogliatoio è di 23,7 anni e il valore della rosa si aggira attorno ai 9 milioni di euro, nulla in confronto ai budget di Rosenborg e Molde, le squadre che sulla carta avrebbero dovuto giocarsi la vittoria finale ma che hanno finito per rincorrere il Bodø fin dal principio della stagione, finché non l’hanno visto allontanarsi pian piano, diventando un puntino sempre più irraggiungibile.

Senso d’appartenenza

Nonostante le misure di prevenzione sanitaria abbiano forzato l’assenza dei tifosi e reso nullo l’effetto campo, l’Aspmyra Stadion è stato il fortino all’interno del quale – con 12 vittorie in 12 partite – il Glimt ha costruito una stagione pressoché perfetta. Come spesso accade in luoghi che per forza di cose non possono offrire grandi svaghi, a Bodø il calcio è una benedizione, una valvola di sfogo che accomuna ogni singolo membro della società. Gli abitanti sono estremamente legati al Glimt e questi mesi di allontanamento obbligato lo dimostrano chiaramente. Continuando a scorrere l’articolo già citato del New York Times, si legge di tifosi che pur di seguire le partite casalinghe in quest’annata funesta si arrampicano sui tetti dei palazzi nei pressi dello stadio, ammirando le magie di Berg e compagni con i piedi a penzoloni nel vuoto. Oppure di quella volta in cui un gruppo di tifosi ha noleggiato una gru, l’ha parcheggiata nel piazzale dello stadio e si è goduto la partita all’interno del cestello elevato oltre le tribune.

Credits: New York Times

Il Bodø Glimt ha da sempre una stretta connessione con la propria terra e i propri tifosi, i quali si identificano nella squadra anche per un motivo di rivalsa sociale, sperando ogni anno che il Glimt prevalga su quei borghesi spocchiosi del Sud. Il forte senso d’appartenenza territoriale è da sempre il vero fuoco che anima i tifosi di Bodø, per i quali deve essere stato straziante non poter partecipare direttamente alla stagione perfetta che ha portato il Glimt sul tetto di Norvegia.

Il Bodø Glimt del Futuro

Messo in bacheca il primo trionfo in campionato, il vero obiettivo sarà mantenere a lungo il livello ottenuto negli ultimi due anni e far sì che il 2020 non venga ricordato semplicemente come una stagione fortunata. I grandi club europei busseranno alla porta dell’AD Thomassen chiedendo informazioni per Bjorkan, Berg e tanti altri futuri talenti, esattamente come il Milan ha fatto con Hauge, gioiellino made in Bodø.

“La cessione di Hauge era inevitabile. Speriamo che in futuro ci siano altre cessioni di quel livello, perché significherebbe che siamo sulla strada giusta” ha detto Thomassen riferendosi alla nuova politica del club, che ha deciso di investire ogni anno nel settore giovanile, delineando un’ottica di programmazione ben precisa sperando di cavalcare l’onda generata in Norvegia dall’esplosione di giovani di talento come Haaland e Ødegaard.

“Per il futuro puntiamo ad avere un’alta percentuale di giocatori nati o cresciuti calcisticamente a Bodø, in modo da aiutare la crescita del movimento nel Nord del paese”. Insomma, la linea da seguire è quella tracciata da Patrick Berg, giovane vicecapitano dei Superlaget nato e cresciuto a Bodø, sesto Berg in ordine cronologico ad indossare la maglia giallonera dopo nonno, prozio, papà e due zii.

Il gioco del Bodø/Glimt è divertente e causa simpatia tra i tifosi neutrali. L’appeal della squadra di Knutsen è esploso ed ora è seguita in tutta la Norvegia e non solo, tant’è che la vendita del merchandising e dei diritti tv sono aumentate vertiginosamente. Perché? Facile, perché da sempre la squadra underdog genera fascino. A volte perché è formata da un gruppo di calciatori con qualcosa da dimostrare, altre perché è composta da persone che giocano per la squadra della loro città. E poi c’è il Glimt, una squadra composta in maggioranza da giovani provenienti dal Nord della Norvegia che hanno voluto dimostrare, a loro stessi ancor prima che al mondo, di meritare palcoscenici importanti e di essere molto più di ciò che credevano essere, soprattutto grazie al gran lavoro di Bjørn Mannsverk. Il Bodø/Glimt campione di Norvegia è la prova che una volta raggiunte la tranquillità mentale e la consapevolezza nei propri mezzi, tutto il resto viene di conseguenza.