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Stephanie Frappart, femmina in un calcio da maschi

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Mercoledì sera, Stephanie Frappart è entrata nella storia come prima donna ad arbitrare una partita della Champions League maschile, quella tra Juventus e Dinamo Kiev. La 37enne francese, per la verità, aveva già arbitrato gli uomini in Ligue 1 e anche a livello internazionale, sia in Europa League che nella Supercoppa Europea del 2019. Ma il suo esordio in Champions è stato comunque ampiamente ripreso dai media italiani, a testimonianza che le donne non sono esattamente habitués del calcio dei maschi. In quelli che – come chi scrive – sono cresciuti sui campi di calcio di provincia, la notizia ha fatto riaffiorare ricordi di domeniche in spogliatoio, pochi minuti prima del fischio d’inizio della partita, con il dirigente accompagnatore che entrava trafelato per annunciare, con fare metà cospiratorio e metà sconfortato, la terribile notizia: “Ragazzi, l’arbitro è una donna”. Seguivano attimi di spaesamento, mentre i più bellocci, ringalluzziti, si affrettavano a ravvivarsi il ciuffo prima di allacciare i parastinchi. E poi tutti in campo, dove al primo cartellino giallo sventolato pioveva, immancabile, il commento dagli spalti: “Arbitro, se hai le tue cose stai a casa!”. E risate fragorose.

Se figure internazionali come Stephanie Frappart aiutano a mandare un messaggio, tante sue colleghe meno blasonate, in Italia e non solo, sono spesso bersaglio di insulti sessisti. La verità è che una larga fetta della popolazione vede ancora il calcio come una roba esclusivamente da maschi – o da “maschiacci” -, al limite. Giornaliste e conduttrici televisive a parte, il ruolo della donna nel calcio maschile è ancora fortemente stereotipato. Sui social, continua a spopolare la figura della wag – la partner, meglio se particolarmente avvenente – del calciatore famoso di turno. Spesso sono i media stessi, a caccia di click baiting, a gettare le foto delle wags nella mischia della rete senza alcun collegamento concettuale né pertinenza di sorta. Nemmeno le stanze del potere sono immuni al sessismo, che si riversa inevitabilmente anche sul mondo del calcio femminile. Nel 2015, l’allora presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, fu costretto alle dimissioni dopo aver pronunciato in una riunione ufficiale, a proposito del calcio femminile, queste parole: “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche…”.

I tempi cambiano, per fortuna, e notizie incoraggianti arrivano da ogni angolo del globo. L’inglese Football Association ha recentemente annunciato che da gennaio 2020 stipendi e premi corrisposti alle calciatrici della Nazionale sono uguali a quelli versati ai loro colleghi maschi. L’Inghilterra ha così raggiunto Brasile, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia nel drappello dei battistrada dell’uguaglianza di genere. Gli ultimi mondiali, disputati in Francia nel 2019, hanno rappresentato un passo significativo nella crescita del movimento del calcio femminile. Giocati senza la vincitrice del pallone d’oro 2018 Ada Hegerberg, stella norvegese che ha deciso di boicottare la competizione proprio in segno di protesta contro la mancanza di opportunità per le calciatrici, i mondiali di Francia sono andati agli Stati Uniti di Alex Morgan e Megan Rapinoe. Gli spettatori totali hanno sfondato il muro del miliardo, e la sola finale ha tenuto incollate allo schermo 82 milioni di persone in media. Gianni Infantino, presidente FIFA, ha parlato del mondiale di Francia come di un “fenomeno culturale”. Anche l’Italia, arrivata fino ai quarti di finale, è stata accompagnata da un sostegno di pubblico senza precedenti.

L’inattesa cavalcata delle azzurre è stata in parte interpretata come un riscatto dei colori azzurri dopo il tracollo della Nazionale maschile, che non era riuscita a qualificarsi al Mondiale del 2018. Ma è proprio il paragone costante con il calcio dei maschi a penalizzare il calcio femminile, che una grossa fetta di pubblico continua a considerare come un movimento secondario, destinato a rimanere di nicchia. Eppure uno studio dell’Università di Colonia ha dimostrato una volta per tutte che tra calcio maschile e femminile non esiste alcun gap tattico. Dati alla mano, le calciatrici professioniste osservate occupano gli spazi in campo, si smarcano, pressano e dribblano in maniera del tutto analoga ai loro omologhi maschili. Certo, il calcio femminile non potrà competere con quello maschile in termini di forza fisica, esplosività, potenza di calcio e ritmo di gioco. Ma quello che appiattisce le dinamiche di uno sport sulla sola prestanza fisica è un ragionamento figlio degli stereotipi di una cultura sportiva machista.

I paragoni sportivi tra maschi e femmine, infatti, non esistono solo nel calcio. Battendo il 55enne ex numero uno al mondo Bobby Riggs nella partita ricordata come “Battle of the Sexes”, disputata nel 1973, Billie Jean King ha contribuito a sdoganare il tennis femminile presso il grande pubblico. Oggi, comunque, quella fase è ampiamente superata, e nessuno si sognerebbe di fare una colpa all’attuale numero uno al mondo Ashleigh Barty per non essere in grado di battere il suo omologo Novak Djokovic.

In Italia, il calcio femminile sta finalmente muovendosi a passo più o meno spedito verso il professionismo, traguardo che secondo i piani sarà raggiunto a partire dalla stagione 2022-2023. Anche allora, i più libertari tra i calciofili continueranno imperterriti a rivendicare il loro sacrosanto diritto di poter decidere autonomamente di seguire solo il calcio dei maschi, e avranno ragione: il calcio femminile non può e non deve essere imposto dall’alto al grande pubblico. Ma la crescita del movimento è un processo che passa anche dall’eliminazione degli stereotipi, e che va inevitabilmente coltivato anche a livello politico e culturale. Altrimenti, quella dell’inferiorità strutturale del calcio femminile è una profezia che si auto-avvera senza soluzione di continuità.

A cura di Alessio Giussani