Cherenkov

Fyodor Cherenkov: note invernali su impressioni estive

“Oni hatjat nas otravit / Stanno cercando di avvelenarci!” grida improvvisamente Fyodor Cherenkov, 25enne talento dello Spartak Mosca, mentre lancia la sua zuppa in aria. I membri dello staff e i giocatori del migliore Spartak di sempre pensano si tratti di uno scherzo: impossibile anche solo immaginare che di punto in bianco la mente del tuo miglior calciatore stia imboccando a folle velocità l’autostrada del delirio paranoico. E’ il marzo del 1984 e lo Spartak sta preparando il ritorno dei quarti di finale di Coppa Uefa contro l’Anderlecht, che si gioca a Tbilisi a causa dell’eccessivo freddo che attanaglia Mosca. I belgi hanno sì vinto l’andata a Bruxelles per 4 a 2, ma è opinione comune tra gli addetti ai lavori che il clima georgiano (comunque estremo) e la qualità dei sovietici avrebbero potuto invertire i pronostici.

Soltanto poche settimane prima lo stesso ragazzo di cui sopra aveva ridicolizzato (nello stesso torneo) un attonito Aston Villa, che aveva cercato d’ingaggiarlo già durante l’intervallo; naturalmente non se ne fece niente, anche perché l’establishment comunista mai avrebbe permesso a un proprio atleta – figurarsi un nome poco noto agli inglesi, ma già famosissimo in patria come Cherenkov – di trasferirsi nell’occidente capitalista della Thatcher.

Kuncevo nei primi anni ’80.

Fyodor, la cui mente per la prima volta esterna gli squilibri interiori, in realtà gioca a calcio da poco tempo. Da piccolo, infatti, inizia a giocare a Mini-Futbol’nyj, l’equivalente del nostro calcio a 5, nella squadra dell’Ufficio Alloggi Distrettuale, il cui campo (già in sintetico) sorge all’interno dello stesso palazzone in cui vive. La sua carriera inizia quando partecipa a un torneo cittadino in prestito alla “Scuola secondaria n° 811”, dove viene notato dall’allenatore dell’ FK Setun-Kuntsevo, un certo Mikhail Mukhortov: in pratica, passa dalla squadra del suo palazzo a quella del suo quartiere (definizione forse un po’ riduttiva dal momento che Kuncevo conta 130mila abitanti), dal calcetto ai grandi spazi del calcio a 11.

All’età di 12 anni finisce immortalato nel film di propaganda per bambini “Ni slova o futbole/Non una parola sul calcio”, che fortunosamente finisce sulla scrivania dell’allenatore delle giovanili dello Spartak Mosca, Anatoly Maslenkin. Cherenkov trascorre sei anni nella squadra primavera, fin quando nel 1977 si diploma alla scuola sportiva – nell’Unione Sovietica non puoi giocare da professionista senza aver completato il tuo percorso di studi superiori – e la dirigenza si convince che è pronto per la prima squadra. Nello stesso periodo viene firmato come allenatore Konstantin Ivanovich Beskov, ex modesto calciatore e leggendaria guida spirituale del movimento calcistico russo assieme al Colonnello Lobanovskij. Fin dai primi allenamenti Beskov capisce che ha davanti un potenziale campione, oltretutto già schierabile in virtù di una tecnica e visione di gioco invidiabili nonostante la giovane età, ma ha un problema: in mezzo al campo di calciatori naïf ce n’è già uno e per giunta a calcio ci sa giocare particolarmente bene: Yuri Gavrilov. Beskov, che non vuole rinunciare a nessuno dei due, tra l’altro Gavrilov ha appena 24 anni, organizza un amichevole dopo l’altra solo per insegnargli a giocare assieme e, quando capisce che i giovani rispondono, decide di costruirgli attorno la squadra.

L’anno che consegna Cherenkov alla leggenda è il 1983, quando viene eletto contestualmente “miglior calciatore” e “miglior sportivo” dell’Unione Sovietica, impresa sin lì riuscita solo a Lev Yashin. Paradossalmente, è l’inizio della fine del talento di Mosca. Sergey Rodionov, centravanti dello spettacolare Spartak d’inizio anni ’80, capisce che qualcosa sta cambiando nella testa dell’amico: “La pressione psicologica su di lui in quell’anno è schizzata alle stelle: da noi la musica di Bowie, Prince o degli AC/DC non arrivava, e quindi ci accontentavamo del culto degli eroi sportivi come Fyodor, dimenticandoci che sono esseri umani e quindi soggetti a fallibilità”.

Nonostante si chiuda sempre più in se stesso, nessuno si accorge del sopraggiungere di quella che probabilmente oggi sarebbe diagnosticata come “psicosi maniaco-depressiva” che, se ignorata, in tempi diversi porta allo sviluppo di alterazioni dell’equilibrio timico (disturbi dell’umore), dei processi ideativi (alterazioni della forma e del contenuto del pensiero), dell’iniziativa comportamentale nonché a manifestazioni neurovegetative (anomalie dei livelli di energia, dell’appetito, del ritmo sonno-veglia); tutti disturbi che Fyodor aveva lentamente iniziato a manifestare ma che compagni, familiari e medici – ingenuamente o meno – avevano attribuito allo stress derivato dallo status di celebrità che aveva acquisito.

Cosa succede dopo la scena della zuppa volante non è tuttora chiaro, visto che nessun testimone oculare ha mai voluto spendere molte parole sulla vicenda. Si parla di Cherenkov che viene legato al letto dell’hotel per giorni in preda ad allucinazioni, deliri paranoici e perfino di un tentativo di suicidarsi gettandosi dalla finestra. Beskov capisce che il suo pupillo non sarebbe stato in grado di giocare contro l’Anderlecht, ma di fatto non è in grado di comunicarlo al diretto interessato se non ad eliminazione (lo Spartak vince 1-0) già avvenuta. Come in molte altre tristi storie da “far east”, quello che accade nei tre mesi d’internamento in un ospedale di Mosca rimarrà per sempre un mistero; quel che è certo è che non è Fyodor l’uomo che viene liberato in giugno. O meglio: non è più lui, bensì l’involucro di un eroe nazionale che l’URRS non può permettersi di mostrare con le sue fragilità.

Fyodor (al centro) coi compagni di Nazionale dell’URRS.

“Di cosa soffriva? Depressione e stress? Nessuno lo sa per certo; sappiamo solo che di punto in bianco è finito in ospedale, e che da lì in poi le visite in ospedale sono diventate frequenti. Anzi, hanno contraddistinto il resto della sua carriera e sarebbero state parte della sua vita fino alla fine. Romanticamente, noi compagni accettammo il fatto che non si discute un genio, ma ci si impara a convivere“, ha recentemente dichiarato lo stesso Rodionov.

La parola “genio” viene spesso abusata, ma chi l’ha visto giocare non riesce mai a trovarne un’altra. Cherenkov è quello che gli olandesi chiamano un calciatore totale: sa dribblare, passare, tirare, corre 10 km ogni partita ed è un leader pragmatico e – cosa rara per un moscovita – estremamente comunicativo. Il QI calcistico è elevatissimo, e i tifosi di qualsiasi squadra russa fanno la fila per vedere quel giovane, tutto sommato pure fisicamente non così prestante, soprattutto se paragonato ai calciatori connazionali dell’epoca, che è perfetto per il calcio avanguardistico di Beskov che vive di libertà, inventiva, gioco corto e fitte trame di passaggi.

Giocava con un’originalità ed eccentricità che lo hanno reso caro al pubblico. Cherenkov era una personalità enigmatica e fragile la cui capacità di improvvisazione inaspettata si adattava all’immagine dell’artista romantico. Era un vero creativo, l’incarnazione di ciò che molti dei tifosi volevano ritrovare in se stessi. Mancando di grande velocità ma veloce in piedi, piccolo di statura ma dotato di grande astuzia, Cherenkov sembrava praticare un nuovo tipo di personalità: quella del truffatore urbano. (Robert Edelman, saggista)

Ma il fascino di Fyodor travalica le sue abilità calcistiche; i connazionali lo vedono come un “futbolist naroda/calciatore del popolo”, definizione storicamente legata a talenti indiscussi e al contempo generosi, modesti, poco appariscenti, timidi. La figlia Anastasia ha recentemente affermato di non aver capito la grandezza sportiva del padre fino a che la sua pagina di Wikipedia non è riemersa delle fosche nubi gettate dalla Legge federale 139-FZ, firmata da Putin nel 2012, che regola le censura dei prodotti multimediali: “Non si comportava come una star: quando la gente lo fermava per strada, parlava con loro in modo calmo ed educato. Odiava i complimenti, e devo ammettere che non avevo mai capito a fondo la sua storia sportiva”.

Nonostante sia considerato uno dei migliori calciatori sovietici degli anni ’80, Cherenkov viene escluso dai Mondiali del 1982, del 1986 e pure del 1990, nonché dagli Europei del 1988, e quindi rimane relativamente sconosciuto al di fuori dal suo paese. Se nel 1986 l’esclusione è legata all’affidabilità dei suoi nervi – è vittima di un crollo emotivo appena la squadra sbarca in Messico -, lasciano perplessi l’esclusione del 1982, quando sta bene e tra l’altro uno dei tre allenatori è proprio il suo mentore Beskov, e quella del 1990 che incredibilmente spiazza pure la Panini, che stampa diverse copie della figurina di Fyodor nell’album dedicato al Mondiale casalingo. È impossibile dire con certezza se pesi più la paura da parte degli allenatori di una sua ricaduta – soprattutto nei tornei brevi – oppure il peso politico di Lobanovsky, che vuole costruire la squadra attorno ai giocatori della sua Dinamo Kiev (con cui vince anche una Coppa delle Coppe),  fatto sta che le sue cifre con l’Unione Sovietica si fermano a 34 presenze e 12 goal.

Non gliene feci una colpa, visto che gli allenamenti di Lobanovsky sono notoriamente intensi e in Messico ci saremmo dovuti allenare ad alta quota. (Cherenkov sull’esclusione dai mondiali del 1986)

Invece, nell’amato Spartak Cherenkov continua a farsi notare soprattutto negli anni dispari (ironia, a cavallo tra i principali tornei internazionali) portando la sua squadra a una storica doppietta di campionato e coppa nel 1987 prima di vincere nuovamente il campionato nel 1989 quando, all’alba dei 30 anni, viene votato nuovamente “miglior calciatore russo”. Quello è anche l’anno in cui “il geologo” – soprannome non casuale: si è laureato presso l’Università statale mineraria di Mosca – sceglie di tentare la fortuna all’estero dopo la caduta del muro di Berlino: comprendendo perfettamente che non sarebbe stato facile adattarsi alla vita fuori da Mosca, Cherenkov decide di accettare le offerte solo di squadre interessate sia a lui che all’amico Rodionov, nella speranza che i 150 gol da professionista di quest’ultimo fossero un buon biglietto da visita.

In uno strano intreccio socio-politico, per entrambi si fa avanti solamente il Red Star, la squadra “delle banlieu” di Parigi che milita in seconda serie. Come da copione, nel folle jet-set parigino i suoi problemi psicologici diventano presto ingestibili e l’esperienza si chiude in appena sei mesi. Arriva il 23 agosto 1994: a Mosca viene organizzata la partita d’addio di Cherenkov contro il Parma di Asprilla e Zola, che sanno poco o nulla della triste storia di quel calciatore che muove a commozione mezza Russia; quando una Mitsubishi Pajero scoperchiata (rossa e bianca, ovviamente) fa sfilare Cherenkov per il campo nell’intervallo, tutti i presenti si stanno chiedendo se l’addio al calcio possa causare il definitivo crollo emotivo del proprio idolo. In effetti, di lì in poi la cronaca racconta di un Fyodor sempre più isolato, lontano dalla vita pubblica ma anche dagli affetti privati, in perenne lotta con attacchi sempre più violenti – tenta due volte il suicidio a inizio degli anni Duemila – della sua malattia.

A Fyodor piaceva giocare a calcio, anche se a volte gli era difficile allenarsi dopo mesi di ospedalizzazione. Ogni tocco di palla era la cura migliore per lui, forse l’unica per un calciatore dal destino tragico. (Konstantin Beskov)

L’affetto dei suoi tifosi purtroppo arriva al climax quando, nell’ottobre del 2014, arriva la notizia della sua morte a neppure 55 anni: crollato inerte nel giardino di casa in via Samora Machel, l’autopsia rivela un male incurabile al cervello mai diagnosticato. Al servizio funebre civile, svoltosi il 7 ottobre nell’arena di Sokolniki, partecipano circa 13mila persone ma altrettante rimangono fuori ad attendere il feretro. I presenti indossano le sciarpe dello Zenit, del CSKA Mosca o della Dynamo Kiev, a simboleggiare quanto Cherenkov abbia unito una terra sconfinata come la Russia; tutt’oggi una sua statua campeggia fuori dall’ Otkrytie Arena, mentre la sua tomba è meta d’incessante pellegrinaggio.