Livorno e la sfida dell’azionariato popolare

La proposta lanciata in questi giorni da Livorno è di quelle che spariglierebbero le carte a cose normali, figuriamoci in questi tempi di stadi vuoti e stagnazione dell’intero mondo del pallone: l’acquisizione della maggioranza delle quote di una società sportiva professionistica tramite azionariato popolare. Non una novità di per sé, ma sicuramente una novità per il belpaese, o quasi. In Spagna, Germania e Regno Unito il “supporter trust” è, con specifiche forme in ogni paese, un sistema consolidato persino ai massimi livelli e istituzionalmente (nonché giuridicamente) riconosciuto.

In Italia la variante che ha preso piede è quella del “calcio popolare”, diffusasi in questi anni quasi essenzialmente nel calcio dilettantistico e avente come punte di diamante l’US Città di Fasano (militante in Serie D) e il Centro Storico Lebowski (Promozione), il primo nato con l’ingresso in forze dell’associazione di tifosi  “Il Fasano siamo noi” nelle quote societarie dell’allora AS Fasano (correva l’anno 2016), il secondo con percorso decennale di crescita dalla terza categoria di una piccola società dilettantistica gestita dai tifosi, culminato due anni fa nella sua trasformazione in società cooperativa sportiva. Esistono e sono esistiti in Italia vari casi di supporter trust con l’acquisizione di quote di minoranza nelle società di calcio, tra cui ad esempio MyRoma o Parma Partecipazioni Calcistiche, tanto per citare squadre di Serie A, tuttavia l’unico esempio di governance più o meno diretta dei tifosi è l’esperienza dell’Ancona 2015-2016, all’epoca militante in Lega Pro. Non finì benissimo. D’altronde, nonostante alcune belle parole, in gran parte un modello del genere in Italia è privo di adeguati strumenti e tutele giuridiche e istituzionali.

Livorno_popolare, sì con l’underscore basso perché siamo in tempi di social, moderne tecniche di comunicazione e distanziamenti, però pensa che questo non sia un ostacolo insormontabile, ma anzi sia la miglior via per tutelare i 106 anni di storia della società labronica. 106 anni di cui l’ultimo, quello del tramonto definitivo del più che ventennale regno di Aldo Spinelli, è stato tra il drammatico e il farsesco, degno dell’anno del Covid e della sua gestione, e in molti se lo dimenticherebbero volentieri. O, forse, era quello che serviva per provare una radicale inversione di marcia.

Una rapida carrellata: la trattativa con l’imprenditore libano-olandese Majd Yousif, arrestato pochi giorni prima del passaggio di mano della società, quella fantomatica con l’imprenditore stavolta spagnolo Fernandez, bluff durato pochi giorni di cui nessuno ha saputo più niente, in mezzo la retrocessione in Serie C e il progressivo smantellamento della squadra, la toccata e fuga di Banca Cerea, per breve tempo finanziariamente a capo della cordata di maggioranza che componeva la società, finita subito ai ferri corti con l’altro socio e neopresidente Navarra (già proprietario del Frosinone), poi defilatasi e finita con il CdA rimosso dalla sua capogruppo, Banca Iccrea. E ancora l’ingresso dei soci piemontesi, le dimissioni di Navarra, la presidenza Heller (ex Trapani) e il mancato recepimento di nuovi soci, il totale frazionamento della società che blocca ogni azione e quella mole debitoria cumulatasi negli ultimi anni di gestione scellerata e ora divenuta insolvibile.

Infine le ultime scadenze di debiti, more e arretrati, a dicembre saldate con assegno firmato da Spinelli ancora socio di minoranza, ma che con la prossima rata paiono destinate a spazzar via quel che resta di una società sportiva inchiodata al penultimo posto in Serie C (dietro di lei solo la Lucchese, neopromossa dal passato molto simile in quanto a vicissitudini finanziarie), se non a riconsegnare, per l’ennesima volta, tutto in mano al ventennale padrone dall’impermeabile giallo. Naturalmente, come sempre, tutto avviene nell’impotenza dell’amministrazione comunale, oltretutto creditrice rispetto all’AS Livorno per stadio e non solo, e al già visto scenario di sostanziale disinteresse degli organi di vigilanza federali e di Lega, mentre per forza e per amore si va avanti sul campo con i ragazzini, mandati a prendere scoppole dalla famigerata Juventus u23 (6-0 ad Alessandria, tre giorni dopo l’incarico di governo a Mario Draghi, ndr).

spinelli livorno impermeabile giallo

Nelle ultime settimane sono saltati fuori altri nomi, ovvero il top-manager milanese Franco Favilla che, in un’intervista rilasciata al Tirreno, ha esordito in maniera per così dire naif, mostrando lo schermo del proprio smartphone con un accredito bancario di 11 milioni di euro, ma che al momento non sembra aver fretta nel chiudere l’acquisizione, e l’imprenditore indiano Yoghesh Maurya, proprietario del Fateh Hyderabad (terza serie indiana) e fortemente interessato ad investire in Italia e nel calcio, ma forse non con ambizioni (e disponibilità finanziarie) di socio di maggioranza.

“Noi un paio di settimane fa pensavamo di metter in pausa tutto”, ci dice Alessandro Colombini, uno dei membri del gruppo di lavoro che la scorsa estate ha iniziato a studiare la fattibilità di un progetto di azionariato popolare per Livorno. “Sembrava che l’acquisizione della società da parte di Favilla fosse fatta, è chiaro che in quel caso una nostra proposta sarebbe caduta del vuoto. Ma non è così”. La totale incertezza dei destini societari mentre incombe lo spettro del fallimento lascia, paradossalmente, ampi margini di manovra. “La prima mossa è raccogliere l’adesione da parte della cittadinanza e di coloro che amano Livorno e il Livorno. Con almeno 3000 adesioni (siamo a oltre mille in tre giorni dal lancio, ndr) noi possiamo avere l’autorevolezza e la credibilità per andare a vedere i conti. Le cose devono esser fatte seriamente, in tanti negli ultimi mesi sono passati dicendo di essersi innamorati della città e compagnia e poi sono spariti. Intanto andiamo a vedere che dicono i numeri, perché i business plan non si fanno campati in aria”. Le stime sui debiti, secondo anche i dati reperibili dalla Camera di commercio di Livorno, sfiorano i tre milioni di euro.

Marco Bruciati, altro esponente del comitato promotore, intervistato da Urban Livorno a domanda precisa non si scompone: “Sono stime approssimative, ma un progetto di questo genere può far muovere tranquillamente tra i tre e i quattro milioni di euro”. Beninteso, lavorando con serietà e programmazione, convincendo investitori di minoranza o privati interessati ad acquistare quote come forma di rendita finanziara, studiando una strategia aziendale seria che per esempio significa non avere un monte ingaggi da Serie B stando in Serie C. Ma il tutto non transigendo dal controllo “popolare” della quota di maggioranza, fulcro del progetto.

L’ipotesi di una “quota di minoranza” è scartato a priori. “Non puoi incidere, quindi è inutile”, dice Marco e ripete Alessandro. Difficile dargli torno. Oltretutto, in tema di affidabilità e sostenibilità dell’operazione, se l’esempio dell’Ancona è un fantasma da tenere lontano, quello della Lucchese (dove simbolo, nome e marchio sono di proprietà dell’associazione Lucca United dal 2012, con questa da allora presente in assemblea soci con quota di minoranza), travolta a ripetizione da fallimenti, dà amaramente ragione al gruppo di livorno_popolare, riguardo l’efficacia dell’avere una “sentinella dei tifosi” nella stanza dei bottoni.

livorno ultras
Correva l’anno 2013.
(Foto di Andrea Trifiletti)

Entusiasmo e dubbi sulla fattibilità della cosa viaggiano di pari passo, e non è un caso che l’impegno principale in questi primi giorni sta nell’affermazione di un’immagine di professionalità e credibilità, credibilità che di ora in ora si alimenta con l’aumento costante di adesioni. Forse, un contraltare naturale alle tendenze stracciarole e cialtronesche viste negli ultimi mesi in terra labronica e di cui la Serie C offre fin troppi esempi. Cuore e testa viaggiano nella stessa direzione, questa volta.

Viene detto chiaro che è tutt’altro che scontato il fatto che livorno_popolare riesca nel suo intento, ma non per una questione di sostenibilità a medio-lungo termine. Anzi. “C’è una partita da giocare, e dato che questa si gioca sul Livorno e su Livorno, pensiamo sia giusto che la giochi anche la comunità cittadina”. Già. Perché banalmente i soci potrebbero non vendere o sparar prezzi per le quote fuori mercato, o chiudere tutto in favore di Favilla o Maurya. Insomma la strada è tutta in salita e va ancora percorsa. Ma livorno_popolare è forse il player più motivato in campo, e questo potrebbe fare la differenza. Magari perché no, con proprio Maurya come partner, se davvero è interessato e se davvero non sembra così propenso a fare il padre-padrone. Insomma si gioca da adulti tra gli adulti, e rapidamente perché le tempistiche dello sport e della finanza sono strette e pressanti.

Per quanto il richiamo al senso di appartenenza e ad una diversa idea di pallone sia costante, il motore della retorica viaggia a bassi giri; il processo partecipativo dal basso è un’esigenza concreta e non un orpello. Allora un calcio – dal manifesto di livorno_popolare – “che distrugga le barriere legate alla razza/etnia (antirazzismo), genere (antisessismo e anti-omotransfobia) e classe (anti-classismo), valorizzando percorsi calcistici inclusivi sia femminili che maschili” viaggia a pari passo con un St. Pauli che diventa un modello societario anche in tema di merchandising. “Noi che in questi mesi abbiamo lavorato a questo progetto abbiamo un’idea di governance, un’idea di voting ecc. però questo è un percorso. Noi stiamo preparando degli strumenti, ma ora è importante che ci sia un processo di sensibilizzazione di un’intera comunità rispetto a cosa può fare un tifoso, specialmente in una città come questa”, prosegue Alessandro. “Si sente il bisogno di riscoprire cosa vuol dire vivere il proprio club. Un legame si è rotto ma non per volontà delle persone, le risposte che ci stanno arrivando ce lo confermano”.

 

Due piani che non si intersecano semplicemente ma vogliono fondersi, quello dell’appartenenza e quello della competenza professionale. “Noi lanciando questa campagna non cerchiamo solo adesioni, ma anche persone competenti che allarghino l’attuale gruppo di lavoro. E già qualcuno si è fatto avanti”. E ancora: “Prendi il Renate, è secondo il classifica nel nostro girone e spende circa un milione e mezzo l’anno. Il Livorno ne spendeva 4 finché non siamo arrivati ad ora dove si è tagliato tutto, parco giocatori in primis. […] Non c’è nessun idealismo, nessuna deriva utopica. Stiamo lavorando da professionisti e con professionisti, è solo che abbiamo visto il deserto e provato a costruirci sopra qualcosa di migliore.” E in effetti il gruppo di lavoro vanta tra gli altri nomi come Francesco Bellanca, CEO Feral Horses ed esperto di finanza a Londra, Lorenzo Vivarelli (diploma Uefa B), Gianluca Boirivant (avvocato) e Federico Genovesi (dottore in azionariato popolare all’università di Belfast). Insomma, in tempi di governi tecnici e paratecnici in cui la competenza sfuma malamente nel culto della personalità, comunque la squadra a disposizione quantomeno ci può far intuire che forse forse non si sta parlando a vanvera.

Quest’estate scrivevamo della necessità, da parte delle varie realtà del circuito di calcio popolare in Italia, di capire se e come vogliono incidere nel “sistema calcio”, perché la situazione è al collasso permanente e quel sistema si sta sfaldando lasciando morti e feriti. Forse questa che arriva da Livorno è una delle risposte che aspettavamo. Non l’unica, non quella definitiva. Ma sicuramente quella di cui avevamo bisogno.

In tutt’altra salsa, e in tutt’altro contesto, riecheggiano le parole di un amico, socio del Centro Storico Lebowski: “Per cambiare le cose come vogliamo bisogna lavorare bene, sporcarsi le mani, e di nuovo lavorare bene. E studiare i problemi per capire come affrontarli nel modo che per noi è giusto”. Così sia.