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Tutte le ombre dei Mondiali in Qatar

Di Simone Renza

«Es capitalismo todo lo que tocamos y respiramos.»
(Manuel Vázquez Montalbán, ‘Panfleto desde el planeta de los simios’)

Chiunque in questo paese abbia un barlume di coscienza politica sarà sobbalzato sul proprio scranno nell’ascoltare quanto il notorio rottamatore fiorentino ebbe a dire nel bel mezzo di una crisi di governo accesa, nel bel mezzo di una crisi economica, nel bel mezzo di una pandemia virale, dinanzi al principe ereditario saudita riferendosi all’invidiabile costo del lavoro nel suo saudita. Con tempismo quasi irriverente, qualche giorno dopo il The Guardian, autorevole quotidiano britannico, pubblicava un’inchiesta nella quale evidenziava come qualche kilometro più est di Riyad per la realizzazione degli impianti che ospiteranno il prossimo Mondiale di calcio erano morti 6.500 lavoratori dall’assegnazione, dieci anni prima, da parte della FIFA, della competizione: una media di 10 a settimana. Questi numeri tengono conto delle stime effettuate dalle ambasciate di Pakistan, India, Nepal e Sri Lanka e, pertanto, si stima possano essercene molte di più a giacere, metaforicamente (ma non troppo), sotto i piloni che vedranno estatici tifosi europei e sudamericani accalcarsi nel caldo Dicembre calcistico mediorientale. Nick McGeehan, direttore di FairSquare Projects, un gruppo di giuslavoristi nel Golfo, afferma: “A very significant proportion of the migrant workers who have died since 2011 were only in the country because Qatar won the right to host the World Cup”.

Molte di queste morti sono avvenute per arresti cardio-circolatori dovuti al caldo opprimente della regione e per suicidi: tutto per via dei ritmi estenuanti del lavoro. Nulla di tutto ciò, però, interessa al di là della penisola araba. Stando ad una recente indagine di Amnesty International “un’azienda ingegneristica impegnata nella costruzione delle infrastrutture per i mondiali di calcio del 2022 in Qatar ha tratto vantaggio dal sistema dello “sponsor” per sfruttare decine di lavoratori migranti. L’azienda, Mercury MENA, non ha versato migliaia di dollari in stipendi e versamenti pensionistici, mandando in rovina numerosi lavoratori migranti provenienti dall’Asia” (questo potrebbe spiegare il caso di Ghal Singh Rai, cittadino nepalese, pagato (?) meno di € 1.000 per le pulizie in un campo per i muratori addetti alla costruzione degli stadi e suicidatosi).

“Nel 2017 il governo del Qatar era stato elogiato per aver annunciato un pacchetto di riforme nel campo del lavoro. Ma anche dopo l’adozione delle riforme, decine di lavoratori della Mercury MENA sono stati lasciati senza paga in squallidi dormitori”, dichiara Steve Cockburn, direttore del programma Temi globali di Amnesty International. Si pensi che proprio quella non rilascia i regolari permessi di soggiorno ai lavoratori, respingendo finanche la richiesta di lasciare il paese, rifiutando di rilasciargli il “permesso di uscita”. Questa forma di schiavismo è permessa dall’istituto giuridico della Kafala, abolita unicamente nel Settembre dello scorso anno.

Attraverso la Kafala, il lavoratore deve legarsi a uno “sponsor” (kafeel, in arabo) che, sulla carta, garantisce per il lavoratore – similmente alla nostra fidejussione – ma, come ha evidenziato Amnesty, attraverso essa viene conferito al datore di lavoro un potere soggettivo ed assoluto sul lavoratore che arriva sino alla confisca del passaporto e, qualora il lavoratore si allontani, si può arrivare alla denuncia ed arresto. Emblematico in questo senso è il caso dei lavoratori nepalesi.

Le agenzie di reclutamento al servizio della Mercury MENA hanno, illegalmente, chiesto ingenti versamenti ai lavoratori contraendo debiti per saldare i quali si sono rassegnati a lavorare in condizioni di sfruttamento. Una delle agenzie di reclutamento ha ammesso ad Amnesty International di essere cosciente di quanto accada ma, di fronte alle richieste di aiuto dei lavoratori, non ha fatto niente per garantire che i loro diritti venissero rispettati. Pagare, dunque, per lavorare e non, come sarebbe teoricamente normale, il contrario.
Il paradigma nepalese è, ovviamente, applicabile a tutti quei paesi fonte di forza lavoro nei quali un soggetto è, paradossalmente, spinto ad andare in Qatar per trovare condizioni migliori rispetto a quelle che lascia. Ulteriormente, se paragonato con l’ingombrante vicino saudita, appare anche più legislativamente evoluto. Difatti secondo l’ILO, l’agenzia dell’ONU sul lavoro, la riforma lanciata nei mesi scorsi, unitamente all’abrogazione dell’obbligo del permesso per lasciare il Paese “segna l’inizio di una nuova era per il mercato del lavoro del Qatar”. Il ministro del Lavoro del Qatar Al Othman Fakhroo ha definito le nuove leggi “una pietra miliare” affermando anche che queste andranno a vantaggio dei lavoratori, dei datori di lavoro e della nazione.

Un proclama così non lo si sentiva dall’infausta, per l’epoca, approvazione del pacchetto Treu (che ad oggi appare oro colato in termini di certezze lavorative). Ma tutto ciò il Qatar non lo fa da solo. A far da cornice a questo massacro ci sono i “gran ladron”, come ebbe a cantare Manu Chao, dell’organismo che gestisce e comanda il Gioco. Come riferito, infatti, al The Guardian, il Comitato Organizzatore, alla domanda sulle morti sui progetti degli stadi, ha dichiarato: “Siamo profondamente dispiaciuti di tutte queste tragedie e abbiamo indagato su ogni incidente per assicurarci che le lezioni venissero apprese. Abbiamo sempre mantenuto la trasparenza su questo problema e contestato affermazioni imprecise sul numero di lavoratori deceduti nei nostri progetti”. Mentre la Fifa, ha affermato “con le misure di salute e sicurezza molto rigorose in loco… la frequenza degli incidenti nei cantieri della Coppa del Mondo Fifa è stata bassa rispetto ad altri importanti progetti di costruzione in tutto il mondo”.

Premesso doverosamente che finanche un morto sul lavoro è un qualcosa di assolutamente tragico ed inconcepibile al giorno d’oggi, per comprendere, qualora fosse ancora necessario, la portata apocalittica di quanto è accaduto ed accade nel paese del Golfo, si pensi che per Italia ’90 i morti furono 12, nei mondiali in Sud Africa si contarono duemila vittime, per le olimpiadi invernali di Sochi, invece, 50, ed in Brasile gli operai deceduti in incidenti sul lavoro sono stati almeno una quarantina. Ad oggi a sollevare il velo di disincanto su di un evento che da sempre scandisce epoche, che con sé ha portato storie incredibili, che ha incollato davanti ai teleschermi una platea sempre vastissima, abbiamo letto del Tromsø che, tramite una nota ufficiale ha voluto ribadire: “Il calcio non può controllare la politica e gli affari interni di tutte le nazioni. Ma quello che possiamo fare è stabilire requisiti chiari per i tornei di calcio che organizziamo noi stessi. Il Tromsø solleciterà la Federcalcio norvegese a sostenere il boicottaggio della Coppa del Mondo 2022. Riteniamo che se la Norvegia si qualificherà dovremmo rifiutarci di viaggiare in Qatar. Inoltre, il Tromsø non prenderà parte alla promozione del WC 2022 sui nostri mezzi di comunicazione”.

A seguito di ciò, altre squadre della massima serie scandinava hanno intenzione di seguire l’esempio del Tromsø. Nulla, però, è pervenuto da altre Federazioni; anzi, è già iniziata, a quasi 600 giorni dall’inizio del torneo, la vendita dei posti più cari in quegli stadi grondanti di sangue. Gli organizzatori hanno messo in vendita dei pacchetti di “Hospitality” per la finale che si aggirano intorno ai 58.000 dollari. Il programma “Match Hospitality ”offrirà anche biglietti per altre partite, con prezzi più convenienti. I prezzi variano a seconda dei servizi che l’organizzazione offrirà durante il torneo: $ 6,700, $ 13,200, $ 21,100 e $ 34,300. A titolo informativo “Match Hospitality” è l’unica società autorizzata dalla FIFA a commercializzare e offrire pacchetti di ospitalità per le partite dei Mondiali. Un calcio diverso non è solo necessario ma, ad oggi, urgente ad ogni livello.